19 Ottobre 2015

La terza intifada e l'abisso

La terza intifada e l'abisso
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Il conflitto arabo-israeliano continua a incrudelire e aumentano le vittime della cosiddetta terza intifada fatta da pugnali assassini ai quali corrisponde una repressione caotica. La decisione delle autorità israeliane di alzare un muro a Gerusalemme, tra il quartiere arabo di Jabal Mukkaber e la colonia ebraica di Armon Hanatziv, ha suscitato, tra le altre, anche la protesta del Patriarca latino di Gerusalemme, monsignor Fwad Twal, che ha contestato le ragioni di sicurezza addotte per la sua edificazione, ma anche il fatto che la repressione dei crimini contro i cittadini israeliani è stata sottratta alla pubblica sicurezza e di fatto allargata ai civili.

 

«Adesso tutti i civili in Israele hanno luce verde per sparare – ha dichiarato il Patriarca ad Avvenire -. Ci sono linciaggi e esecuzioni extra-giudiziali. E l’uso sproporzionato della forza è sempre un segno di debolezza».

D’altronde i pugnali volanti di questa nuova intifada stanno seminando un terrore indiscriminato tra i cittadini israeliani che fa sì che tutti gli arabi israeliani e tutti i palestinesi siano percepiti dagli ebrei come dei potenziali assassini.

 

Una follia che sta favorendo i fautori del conflitto che abitano entrambe le parti, in un’escalation che sarà sempre più difficile contenere. Ma se non sarà fermata «la strada della pace sarà sempre meno percorribile», come dichiarato da  Abraham Yehoshua a Guido Andretto per la Repubblica del 18 ottobre. Precisazione magari ovvia, ma che fa intuire il livello della posta in palio: non l’ennesimo conflitto tra palestinesi e israeliani (che “a scadenze” reclama il suo tributo di sangue), ma qualcosa che ha a che vedere con il futuro di due popoli.

 

Nella sua intervista Yehoshua accenna a possibili misure per smorzare la tensione: «Io penso che si debba ripristinare lo status quo e dunque vietare agli ebrei di pregare sul Monte del Tempio. Venga dunque permesso di visitarlo ma non di pregare. È necessario fermare subito questa provocazione della preghiera. Anche il nostro primo ministro lo sta dicendo, ma il punto non è quello che lui dice, ma quello che fa realmente per vietare di pregare al Monte del Tempio. Il governo di Israele deve mostrare con molta chiarezza questa presa di posizione e agire tempestivamente. E poi bisognerebbe porre fine alle visite sul posto di ministri e parlamentari israeliani».

 

Parole chiare, quelle di Yehoshua, che tra l’altro spiegano come, da una situazione già deteriorata dal lungo blocco del processo di pace, si sia generata  questa nuova intifada, scatenata appunto dalle proteste causate dalle spinte per arrivare a un mutamento dello status del Monte del Tempio e dai conseguenti scontri presso la Moschea di Al Aqsa.

 

Ora anche l’Isis fa il suo ingresso in campo, inneggia agli assassini col pugnale e lancia i suoi proclami di morte contro gli ebrei.

E qui forse va fatta una piccola considerazione, al di là degli scontri in atto che sta alle persone di buona volontà di entrambe le parti tentare di risolvere (e all’Europa, alla quale si è appellato Yehoshua, come da titolo dell’intervista: “L’Europa deve agire o nessuno troverà più la strada per la pace”).

 

Da tempo le autorità israeliane hanno mantenuto un atteggiamento ambiguo riguardo l’Isis, in particolare per quanto avviene nella vicina Siria. Assad era, ed è, considerato un nemico storico, come anche Hezbollah che di Assad è alleato in funzione anti-Isis. Per questo il Califfato è stato considerato un male minore rispetto a quello rappresentato dal governo di Damasco e dai suoi alleati.

Una scelta di campo o forse un riflesso condizionato dalla storia pregressa, sta di fatto che più volte Tel Aviv ha scatenato attacchi in Siria contro questi due obiettivi, favorendo i jihadisti.

 

Probabile che le autorità e la sicurezza israeliane abbiano abbassato la guardia rispetto a questo pericolo, permettendo allo jihadismo internazionale di infiltrarsi in maniera efficace nelle maglie dei movimenti irredentisti palestinesi, accrescendo la forza dei fautori dello scontro, in particolare radicalizzando ancora di più Hamas che non può permettersi di essere scavalcata da altre fazioni palestinesi nella carica conflittuale contro Israele.

 

E questo nonostante il fatto che i movimenti storici palestinesi, pur considerando Israele un antagonista storico – con ideologie e conflittualità diverse tra loro  -, abbiano tentato di mantenere le distanze dallo jihadismo del Califfato. L’Isis, infatti, è un loro naturale antagonista in quanto portatore di una ideologia diversa e tesa a egemonizzare gli altri movimenti islamici per riposizionarli verso altri obiettivi (non la nascita di uno Stato palestinese, ma lo scontro globale contro l’Occidente).

Così la sottovalutazione del pericolo da parte delle autorità di Tel Aviv si sta rivelando un errore strategico. Si ritorce contro la stessa Israele e mette a repentaglio la sicurezza dei suoi cittadini.

 

Si ripropone in Israele, anche se in maniera diversa, quanto sta avvenendo in Turchia: anche Ankara considera Assad e i suoi alleati, in questo caso i curdi del Pkk, dei nemici rispetto ai quali appare secondario il pericolo della follia jihadista (anzi utile in funzione anti-Assad). E la follia jihadista ha fatto irruzione in Turchia mietendo vittime innocenti.

«Quando guardi a lungo nell’abisso l’abisso ti guarda dentro», frase di Friedrich Nietzsche adatta alle circostanze.

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