25 Settembre 2015

L'eccidio della Mecca

L'eccidio della Mecca
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Ancora una strage alla Mecca: 717 le vittime rimaste schiacciate tra la folla di pellegrini. L’Iran, che conta tra gli uccisi molti suoi concittadini, ha protestato duramente con l’Arabia Saudita. Questa la ricostruzione dei fatti di Lorenzo Cremonesi per il Corriere della Sera del 25 settembre: «Già ieri pomeriggio il ministro saudita della Sanità, Kaleh al Faleh, si è affrettato ad accusare i pellegrini di “non aver rispettato le indicazioni della polizia sul posto”. Da Teheran, dove è segnalata la morte di almeno 95 cittadini iraniani, si sostiene invece che i sauditi avrebbero “regolato male il flusso della folla”.

 

Le testimonianze locali paiono confermare questa seconda versione. I sopravvissuti citati anche dai media stranieri riportano che l’incidente è avvenuto quando la polizia ha chiuso una delle strade, spingendo decine di migliaia di pellegrini che avevano appena terminato il rito del lancio delle pietre [la lapidazione di Satana, uno dei riti più importanti del pellegrinaggio ndr.] contro quelli che stavano arrivando per il turno» (titolo articolo: «Hanno chiuso la strada». Strage alla Mecca).

 

Incidenti simili, causati dal grande flusso di pellegrini, non sono nuovi alla Mecca. Le cronache riportano come nel 2006 si ebbero 364 morti e nel 1990 circa 1426. E però più che ai gravi incidenti precedenti, peraltro molto diluiti nel tempo, la strage di ieri porta alla memoria un fatto molto più recente: la caduta di una gru sulla folla, che ha causato la morte di 107 persone. Strage avvenuta l’11 settembre scorso, alla quale abbiamo dedicato una nota, riportando l’accesa indignazione della monarchia saudita contro gli impresari della ditta di costruzioni in oggetto, i Bin Laden (parenti del noto sceicco).

 

Il fatto che nella tragedia di ieri a morire siano stati pellegrini che si appressavano, o avevano appena compiuto, il rito del lancio di sassi contro le colonne di Satana è un particolare che dà alla notizia una certa sinistra suggestione.

 

L’Iran, come informa Maurizio Molinari sulla Stampa dello stesso giorno, oltre a manifestare indignazione, ha chiesto una revisione della gestione dei luoghi santi dell’Islam: Teheran vorrebbe sottrarli alla custodia della monarchia di Riad per affidarli alla «gestione congiunta degli Stati musulmani». Richiesta forte, che, se accolta (cosa impossibile al momento, ma…), minerebbe nel profondo l’autorità della monarchia saudita, che proprio nella custodia di quei luoghi ha il suo fondamento.

 

Una protesta, quella iraniana, che crea imbarazzi in un ambito saudita già perturbato: il sostegno alla galassia jihadista in funzione anti-sciita dispiegato in tutto il mondo arabo si sta dimostrando sempre più oneroso in termini economici e di immagine, né sembra portare a Riad i frutti sperati (oltre a causare tante inutili stragi); la campagna militare in Yemen in soccorso del presidente deposto, che nei calcoli degli strateghi sauditi avrebbe dovuto risolversi in un blitzkrieg in grado di portare nuovo prestigio bellico alla monarchia, non va come previsto e, nonostante i mezzi impiegati, non è ancora riuscita a piegare la resistenza dei tenaci ribelli houti; da alcuni mesi, infine, si registrano turbolenze interne (c’è chi parla di faide e divisioni anche all’interno della leadership saudita e della stessa famiglia reale).

 

Criticità e divisioni interne che hanno reso meno stabile il posizionamento geopolitico dell’Arabia Saudita, che pur rimanendo colonna portante della strategia mediorientale dell’Occidente, in tempi recenti ha manifestato aperture impreviste verso la Russia: lo dimostra, tra l’altro, l’incontro (altamente simbolico in tal senso) con Putin del ministro della Difesa saudita, principe Mohammed bin Salman, che si è tenuto nel giugno scorso a Mosca.

 

Così la strage di ieri, per la confusione assassina che lo ha generato, più che un tragico incidente di percorso sembra lo specchio di un Paese che vive un momento di lacerazione.

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