2 Gennaio 2013

Il presepe: per vedere e toccare il mistero del Dio fatto uomo, anzi bambino

Il presepe: per vedere e toccare il mistero del Dio fatto uomo, anzi bambino
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A Natale, nelle Chiese, «molti ritroveranno il segno che dal XIII secolo fino a oggi, comunica il significato del Natale, il presepe, e davanti a esso probabilmente anche un gruppo di fedeli in ammirazione, magari con bambini. Non si tratta di due esperienze, poi, ma di una sola: la commossa presenza della gente è infatti parte integrante del segno, e la nascita di Gesù in una carne umana significa proprio questo: il Dio che nell’Antico Testamento l’uomo non poteva vedere e vivere, ora nel Verbo incarnato e nato da Maria si offre alla vista di tutti. Gesù adulto dirà chiaramente: “Questa è infatti la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna, e io lo resusciterò nell’ultimo giorno” (Giovanni, 6,40). A Natale, perciò, vedendo Dio (perché Gesù ha detto anche: “Chi ha visto me ha visto il Padre”, Giovanni, 14,9), si ha l’impressione di una salvezza avviata, e davanti all’immagine della vita nascente perfino chi non crede sente l’attrazione della “vita eterna”». Così Timothy Verdon sull’Osservatore romano del 29 dicembre.

«Può sembrare strano attribuire tanta importanza ai presepi, che normalmente sono opere modeste, non grandi capolavori», prosegue Verdon, che spiega come essi «appartengono alla categoria, da alcuni disprezzata da quasi tutti sottovalutata, della “arte devota”, ma già questo termine suggerisce una chiave di lettura meno riduttiva, perché insieme alla liturgia, è stata proprio la devozione a generare l’intero patrimonio di arte cristiana: la religiosità delle persone “inginocchiate di fronte agli altari e alle immagini dei santi” di cui parlava Hegel nella sua Estetica. Basiliche, cattedrali e chiese sono sorte intorno alle reliquie di eroi della fede amati e venerati dal popolo (…). Proprio le reliquie offrono una chiave di lettura al fenomeno della devozione, basato sul contatto fisico o almeno psicologico con la storia della salvezza. A differenza della liturgia, che opera mediante segni, la devozione permette di toccare con mano qualcosa tramandata dal passato ma che vive ancora nell’ininterrotta tradizione del popolo (…). Elementi apotropaici, leggendari e folcloristici s’intrecciano col desiderio di vedere e toccare, ma la Chiesa ha permesso e promosso le varie forme della devozione nello spirito in cui Cristo risorto, vedendo l’incredulità degli apostoli a cui apparve la sera di Pasqua, disse loro: “Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho” (Luca 24, 39).

Nell’assenza di reliquie primarie, possono bastare testimonianze di seconda mano o addirittura confezionate apposta per soddisfare l’esigenza di contatto (…). Francesco d’Assisi, trovandosi in un luogo privo di reliquie importanti, Greccio, non esitò d’inventare il presepe per accrescere il fervore del popolo; forma devozionale, questa, che – nell’incongruità materica dei suoi elementi – permette di “toccare” l’incongruo mistero di un Dio che s’è fatto uomo, anzi bambino».

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