15 Ottobre 2013

La Malaysia e il nome di Dio

La Malaysia e il nome di Dio
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Un processo, una sentenza di secondo grado, e i cristiani della Malaysia non potranno più usare il termine Allah per indicare il loro Dio, come fanno comunemente le comunità cristiane che vivono nei Paesi islamici. Il processo era stato intentato contro il giornale The Herald, al quale è stata mossa l’accusa di alimentare la «confusione». Ma la Chiesa dell’arcipelago asiatico è intenzionata a perseverare nell’uso di quel termine ormai familiare ai fedeli malaysiani, come riporta l’Agenzia vaticana Fides: secondo i presuli la sentenza riguarda solo The Herald, non la Bibbia. Ed è intenzionata a ricorrere alla Corte Suprema. Il problema, notano ancora i vescovi del luogo, è che la sentenza potrebbe essere strumentalizzata da gruppi radicali per alimentare dissidi. 

Se non avesse risvolti alquanto drammatici, la notizia – riportata sull’Avvenire del 15 ottobre – avrebbe degli aspetti paradossali. 

Sempre su Avvenire, nell’articolo La parola non è proprietà dell’islam di Camille Eid, si accenna alla storia del nome, che «non è una invenzione di Maometto», tanto che suo padre si chiamava Abdallah (figlio di Dio). Di fatto, è «assodato che gli arabi pagani abbiano usato il termine Allah per indicare una divinità particolarmente potente, chiamata talvolta con l’attributo “al Rahman”, il Clemente, presente nella professione di fede islamica. L’islam non avrebbe fatto altro che adottare una parola preesistente per indicare il Dio unico». Tra l’altro, l’uso del termine era presente, in precedenza, anche nella tradizione delle comunità arabo-cristiane, come in quelle ebraiche.

«Nessuna meraviglia dunque – conclude il giornalista – se la parola Allah sia stata successivamente adottata dai cristiani di lingua siriaca nei primi secoli dell’espansione islamica».

Allah è grande e troverà una soluzione alla controversia malese.

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