5 Marzo 2026

Dopo l'Iran, Cuba. La minaccia Lindsey Graham e la barca dei gringos

di Francesca Rocca
Dopo l'Iran, Cuba. La minaccia Lindsey Graham e la barca dei gringos
Tempo di lettura: 4 minuti

“La dittatura di Cuba ha appena attaccato una barca proveniente dalla Florida e ucciso le persone a bordo. Questo regime deve essere relegato nel dimenticatoio della storia!” Così ha scritto su X Carlos Gimenez, membro della Camera della Florida, riferendosi a quanto accaduto a largo delle coste di Cuba il 12 febbraio. Un motoscafo proveniente dalla Florida con a bordo dieci persone armate è stato approcciato dalla guardia costiera cubana a un miglio nautico dalla costa dell’isola.

Alla richiesta di identificarsi, gli americani avrebbero aperto il fuoco sul personale cubano, che a sua volta avrebbe risposto. Lo scontro ha avuto come esito il ferimento del comandante della guardia costiera e la morte di quattro americani, mentre gli altri sono stati arrestati.

Stando alla versione ufficiale del governo di Miguel Díaz-Canel, gli americani avevano intenzione infiltrarsi nel paese «per scopi terroristici».

Le accuse dei cubani sono state messe in dubbio dalla stampa americana: in particolare per la facilità con cui sono stati messi fuori gioco i “terroristi” e perché si è scoperto che Roberto Azcorra Consuegra, noto attivista anti-cubano che compariva nelle liste degli arrestati, era in realtà ancora libero a casa sua, errore riconosciuto da L’Avana che però ha insistito sulla sua versione.

Resta che i cubani, che stanno subendo un’aggressione non ancora militare da parte degli Stati Uniti ma non per questo innocua, erano sul chi vive e avranno approcciato l’imbarcazione sospetta con le armi puntate e il dito sul grilletto. Inoltre, è ovvio che non ci si imbarca in un’operazione segreta con i propri documenti di identità.

Al di là della querelle, resta la gravità dell’incidente, sottolineata dal vicepresidente J. D. Vance: “Non conosciamo molti dettagli, certamente è una situazione che stiamo monitorando, speriamo non sia così grave come temiamo”. A Vance ha fatto eco il segretario di Stato, Marco Rubio, di origini cubane: “Washington reagirà di conseguenza una volta accertati i fatti”.

Ma in realtà la sua reazione è stata eccessivamente tiepida, insolita per un falco come lui; e anche il fatto che dopo l’incidente che ha provocato la morte di quattro americani Washington, dichiarazioni a parte, sia rimasta del tutto inerte, segnala che ha qualcosa da nascondere.

L’ipotesi che l’incidente venga strumentalizzato come pretesto per un’ escalation militare degli USA richiama precedenti storici documentati, in cui attacchi sotto falsa bandiera hanno fatto da apripista a interventi militari diretti. In questo scenario, il profilo degli uomini coinvolti (molti dei quali attivisti antigovernativi legati alla galassia dell’esilio cubano negli USA, accesi anti-castristi) richiama una dinamica operativa già vista in altri teatri di crisi.

Lo scontro a fuoco del 12 febbraio, peraltro, si inserisce nel solco della violenta campagna di pressione dell’amministrazione Trump, le cui ripercussioni stanno mettendo a dura prova il popolo cubano. Una pressione aumentata dopo la rimozione di Nicolás Maduro: con il Venezuela oggi guidato da un governo di fatto allineato a Washington, l’isola ha perso il suo principale partner energetico. L’interruzione delle forniture petrolifere è il tassello di una strategia volta a indurre il collasso del sistema cubano. Una morsa che si è stretta ulteriormente con il passo indietro del Messico, anch’esso indotto dagli Stati Uniti a sospendere le transazioni.

Il risultato è una catastrofe umanitaria senza precedenti, segnata dalla cronica mancanza di cibo, farmaci e risorse vitali che stanno facendo collassare la già fragile economia dell’Avana, provata da decenni di embargo.

L’incidente del 12 febbraio, come annota The Intercept, si inserisce in questa pressione contro l’isola caraibica. In passato, aggiunge il sito americano, “l’esercito statunitense aveva elaborato piani segreti per un attacco sotto falsa bandiera in acque cubane per giustificare un intervento militare statunitense”.

Una spiegazione similare la fornisce, su Responsible Statecraft, Alan McPherson, professore alla Temple University specializzato nella storia delle relazioni tra Stati Uniti e America Latina: “Data la forte tensione tra l’amministrazione Trump e Cuba, si spera che i presunti aggressori non stessero cercando di sollecitare un’azione militare da parte del governo statunitense o, peggio, che agissero come suoi agenti. È quasi certo che siano stati almeno ispirati dalle recenti mosse dell’amministrazione per accelerare la fine del regime cubano”.

Nel comunicare quanto avvenuto, l’Avana ha sottolineato che i feriti sono stati evacuati e sottoposti a cure”, come annota The Intercept che aggiunge come, al contrario, nelle sue operazioni nei Caraibi contro le barche sospettate di essere affiliate al traffico di droga, la Marina americana abbia “ucciso i sopravvissuti aggrappati ai relitti o lasciato annegare” gli stessi.

Su quest’ultimo punto, una variazione sul tema segnalata da Andrew Napolitano sul sito del Ron Paul Institute: “La settimana scorsa abbiamo appreso che, quando un attacco del 30 dicembre ha lasciato otto sopravvissuti e la Guardia Costiera è stata chiamata a salvarli, sono passate 44 ore prima che l’aereo di soccorso arrivasse sulla scena”.

“Il Pentagono ora si rifiuta di informare la Guardia Costiera dei suoi attacchi, perché sembra diffidare della sua agenzia gemella per quanto riguarda la conoscenza preventiva di eventuali omicidi. A quanto pare, anche i membri del DHS non hanno alcuna fretta di salvare i sopravvissuti”.

“L’aereo della Guardia Costiera che alla fine è arrivato sul luogo dell’attacco, solo per trovare il mare vuoto, ha seguito un’assurda rotta tortuosa di 3.000 miglia da Los Angeles a nord fino al Lago Tahoe, poi a ovest fino a Sacramento, quindi a sud, sorvolando Los Angeles fino al Costa Rica e poi a ovest fino all’area di ricerca a 650 miglia nautiche dalla costa nell’Oceano Pacifico”.

Sinistra tortuosità che la dice lunga sulle modalità con cui gli Stati Uniti intendono riprendere il controllo dell’America Latina, pulsione che vede in Cuba la vittima predestinata. Lo ha dichiarato domenica scorsa il falco Lindsey Graham, in un’intervista nella quale ha affermato che, dopo l’attacco all’Iran, il prossimo obiettivo è “Cuba. Cadranno”. Il governo castrista “ha i giorni contati”, ha aggiunto. Così nei disegni dei neocon, da vedere se si avvereranno.