23 Dicembre 2025

Florida: i summit paralleli su Ucraina e Gaza

di Davide Malacaria
Florida: i summit paralleli su Ucraina e Gaza
Tempo di lettura: 4 minuti

In questi giorni a Miami gli incontri paralleli sulla guerra ucraina e sul destino di Gaza (nello specifico il summit Usa- Egitto-Qatar-Turchia), a conferma che si tratta di conflittualità che corrono in parallelo. Altro indizio in tal senso la visita, negli stessi giorni, del senatore Lindsey Graham (nella foto) in Israele, dove domenica ha incontrato Netanyahu.

Graham è ormai diventato il portavoce ufficiale dei neoconservatori, dopo John McCain e John Bolton (per citare gli ultimi), da cui l’importanza delle sue dichiarazioni votate, al solito, a incendiare il mondo.

Il senatore è una cartina di tornasole delle aspirazioni dei neoconservatori Usa, i cui cuori, sempre che ne abbiano uno, sono votati alla realizzazione della Grande Israele, della quale Netanyahu e il profeta.

Di interesse, quindi, l’intervista che ha rilasciato al Timesofisrael, nella quale ha dichiarato che Hamas non disarmerà né verrà disarmato dalla Forza di stabilizzazione internazionale che dovrebbe stanziarsi nella Striscia, per concludere: “Se non si disarmano in modo credibile, allora scatenate Israele contro di loro”, epilogo in realtà auspicato; inoltre, ha aggiunto che se è vero che l’Iran sta espandendo il suo programma missilistico e ripristinando il suo programma nucleare, “sarebbe nel nostro interesse nazionale colpirlo ora”.

Leading GOP senator: Hamas must be given deadline to disarm or face renewed war

Inutile aggiungere che ne aveva anche per Hezbollah: “Vorrei che gli Stati Uniti prendessero parte alle operazioni militari, con i suoi aerei, contro Hezbollah, se questo fosse necessario per eliminarli”.

Nello stesso giorno, le minacce alla Russia: ha esortato Trump a “sequestrare” le petroliere della sua flotta ombra e a emanare “sanzioni paralizzanti” contro i Paesi che la sostengono.

Insomma, Netanyahu e neocon rilanciano la loro guerra infinita globale, che ricomprende anche la Cina. Non per nulla nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno approvato l’invio di armi a Taiwan per 11 miliardi di dollari, “il più grande pacchetto di armi mai fornito dagli Stati Uniti all’isola”, scrive la Reuters. Ciò avveniva poco dopo la visita segreta del vicepresidente di Taiwan, Francois Wu, in Israele, a cui l’isola ha chiesto ausilio per la propria difesa.

Eyeing defense cooperation, Taiwan’s deputy FM made secret trip to Israel

Tutto si tiene, tutto è ricollegato in questa pulsione bellica mondiale che ha nella realizzazione della Grande Israele il suo epicentro propulsivo. Infatti, per nascere, la nuova grande potenza globale mediorientale deve dominare sui Paesi della regione – processo da realizzarsi a fil di spada o tramite accordi diplomatici che li veda subordinati – ed erodere le capacità di Russia e Cina di sostenerli, impegnando le loro risorse nel confronto con l’Occidente (guerra ucraina, crisi di Taiwan, altro altrove).

Non è un mistero, infatti che sia la Cina che la Russia, pur conservando un rapporto formalmente buono con Israele, abbiano rapporti con tutti i Paesi e le entità geo-politiche che Tel Aviv considera nemici irriducibili (Iran, Turchia, Houti, Hezbollah, forze politiche palestinesi), ma anche con quei Paesi che, pur non essendo classificati come nemici, sono chiamati a piegarsi all’egemonia israeliana (Arabia Saudita e Paesi arabi del Golfo, Egitto e Iraq).

Così, mentre Trump può tentare di porre argine alle criticità della Russia, guerra ucraina, e della Cina, querelle di Taiwan, anche se con le ambiguità e gli stop and go del caso, sulle quali i circoli americani votati alla Grande Israele hanno meno interessi, gli è più difficile approcciarsi alle criticità mediorientali su cui vertono interessi che tali ambiti, oltre ovviamente a Israele, ritengono esistenziali.

Così il 29, giorno in cui è prevista l’ennesima visita di Netanyahu negli Usa, Trump troverà non poche difficoltà a rilanciare il suo cosiddetto piano di pace di Gaza, iniziativa che pure deve far uscire dall’attuale stallo per evitare danni all’immagine e rilanciare le sue prospettive sul Medio oriente, che ritiene più consone agli interessi americani e che divergono da quelle di Israele.

Divergenze che nascono da una ragione di fondo su cui verte tutto l’attuale, e il precedente, scontro (spesso sottotraccia e a volte emerso) tra Tel Aviv e Washington: se gli Stati Uniti debbano essere lo stolido golem di Israele o se Israele debba obbedienza all’Impero assolvendo l’importante quanto proficuo compito di guardiania armata del Medio oriente.

Vero, la seconda prospettiva ormai si è fatta diafana, e non solo con Trump, dal momento che da tempo Israele ha un peso spropositato, a volte decisivo, sulle politiche imperiali rispetto al Medio oriente, ma resta quel residuo di potere in mano all’imperatore che gli ha permesso, ad esempio, di piegare Netanyahu ad accettare il cosiddetto piano di pace (passo nel quale il diktat imperiale ha avuto successo solo perché accompagnato da una parallela pressione della diaspora ebraica, preoccupata per il danno di immagine, a Israele e all’ebraismo in genere, provocato dal genocidio conclamato).

Se però Trump spera di convincere Netanyahu a passare alla fase due del suo cosiddetto piano di pace, il suo interlocutore spera di eludere la pressione, così da rendere l’attuale occupazione di Gaza, e quella successiva da attuare in sordina, provvisoriamente definitiva, oltre che proseguire nell’espansione in Cisgiordania fino ad arrivare a un’annessione de facto.

Non solo, cercherà anche di portare avanti gli altri dossier che ritiene di interesse, come il disarmo di Hezbollah, necessario all’asservimento del Libano, e l’incenerimento dell’Iran, rispetto al quale Netanyahu ha già fatto trapelare ai media di avere nuovi piani di attacco.

Ad oggi sembra che siano tutte prospettive aleatorie, con tanti media che danno per scontato che dopo l’incontro si passerà alla fase due del cosiddetto piano di pace per Gaza, mentre per quanto riguarda Iran e Hezbollah saremmo alle solite minacce, che tali rimarranno perché Trump non ha interesse ad altre guerre mediorientali, che anzi, destabilizzando ancor più la regione, gli alienerebbero i Paesi arabi.

Ma prima dell’incontro possono accadere tante cose. Per iniziare, sono emersi nuovi elementi del dossier Epstein, come accaduto in precedenza in momenti in cui Trump doveva prendere decisioni cruciali per il Medio oriente. Ma siamo solo agli inizi. Da qui al 29 tanta acqua scorrerà sotto i ponti. E tanto sangue.

 

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