Gaza, la tregua che non c'è mai stata
Tempo di lettura: 3 minutiUn anno dall’entrata in vigore del cosiddetto “cessate il fuoco”. Era il 10 ottobre 2025 quando il popolo di Gaza, già martoriato e ridotto allo stremo, festeggiava tra le macerie l’annuncio di quella tregua tanto agognata. Da quel momento in poi, Israele ha ucciso meno, ma non ha mai smesso.
Al momento in cui scriviamo, sono 1.454 i palestinesi uccisi nell’ultimo anno, almeno 320 i bambini. Significa che, nella tregua all’israeliana, vengono uccisi in media quattro palestinesi al giorno e un bambino ogni 27 ore. A questi vanno aggiunti i feriti: oltre 5.189, secondo i dati diffusi da Islamic Relief, organizzazione umanitaria con sede nel Regno Unito.
Feriti a cui, nella maggior parte dei casi, sono precluse cure adeguate, dato che poco o nulla è cambiato dal punto di vista sanitario durante questo anno di “tregua”. Nell’ottobre 2025 erano 14 su 36 gli ospedali della Striscia, compresi quelli da campo, a operare parzialmente. Un anno dopo, il numero è salito a 20, ma nessuno è ancora in grado di funzionare appieno, secondo il rapporto di Physicians for Human Rights-Israel.
Il rapporto evidenzia, ad esempio, che nell’ottobre 2025 Gaza disponeva di 103 posti letto di terapia intensiva, oggi ne conta solo uno in più. Dati che certamente non riflettono un segnale di ripresa del sistema sanitario, quasi interamente distrutto dai bombardamenti. Al contrario, danno la misura di quanto poco sia cambiato in un anno, nonostante la “tregua”.
“Il cessate il fuoco non ha fermato il genocidio, ha solo cambiato il modo in cui viene effettuato”, denuncia Physicians for Human Rights-Israel.
325 attacchi in 361 giorni
Mentre il cosiddetto “Board of Peace” resta impantanato, dall’entrata in vigore della tregua Israele ha attaccato Gaza 325 giorni su 361. Significa che soltanto in 36 giorni non sono stati segnalati attacchi, morti o feriti. Una tregua violata quasi quotidianamente, fin dall’indomani della sua entrata in vigore.
Ricordiamo, ad esempio, il giorno più buio per la tregua di Gaza, il 29 ottobre scorso, quando Israele ha ucciso 109 persone, tra cui 52 bambini, in appena 24 ore. A quel giorno nefasto ne sono seguiti altri, tipici di questo genocidio a singhiozzo. L’ultimo, l’altro ieri, l’8 ottobre, quando Israele ha ucciso dieci palestinesi.
La fame e la sete a Gaza
Oltre alle uccisioni e alla progressiva riduzione della porzione di Striscia rimasta sotto il controllo palestinese — l’esercito israeliano controlla circa il 65 per cento del territorio — Israele ha violato gli accordi anche sul fronte della distribuzione degli aiuti umanitari.
Il cessate il fuoco prevedeva che “un aiuto completo sarà immediatamente inviato nella Striscia di Gaza”. Tuttavia, la realtà sul campo rimane molto diversa.
Secondo l’Ufficio stampa del governo di Gaza, tra il 10 ottobre 2025 e il 24 agosto 2026 sono entrati nella Striscia soltanto 66.607 camion, a fronte dei 189.000 previsti: appena il 35 per cento del totale.
E non basta. I camion che riescono a raggiungere Gaza attraverso il valico di Kerem Shalom, unico punto di ingresso degli aiuti, subiscono ritardi che possono fare la differenza tra la vita e la morte, tra la sofferenza e il sollievo, per chi ha bisogno di medicinali, alimenti e cibo terapeutico.
Al Jazeera segnala, tra le altre cose, che Israele continua a bloccare alimenti come carne, latticini e verdure, consentendo invece l’ingresso di prodotti come snack, patatine e bevande gassate.
Un filtro che obbedisce a una logica distorta, soprattutto se si considera che, a un anno dall’annuncio della tregua, la popolazione palestinese continua a fare i conti con la fame: Amnesty International stima che 1,4 milioni di persone stanno affrontando la fame a livello critico.
Infine, a Gaza c’è il problema dell’acqua. I palestinesi della Striscia, a causa delle restrizioni imposte da Israele e dalla distruzione delle infrastrutture, sopravvivono con meno di sei litri d’acqua al giorno, a fronte dei 20 litri considerati dall’OMS il minimo necessario per soddisfare i bisogni essenziali di salute e igiene. Spesso, peraltro, l’acqua disponibile è contaminata: secondo l’OMS, il 20 per cento dell’acqua accessibile non è sicura.
Il cessate il fuoco è solo sulla carta
Una popolazione ridotta allo stremo, affamata, assetata e costretta a trovare rifugio tra le macerie e le tende da campo logore, mentre Israele continua ad attaccare Gaza quasi ogni giorno.
Il cessate il fuoco esiste, ma solo sulla carta. E sulle pagine di alcuni giornali e nelle parole di quanti, in Occidente, hanno ripetuto in quest’anno che a Gaza c’era una tregua. In quale tregua è possibile uccidere 1.454 persone in un anno?
Insomma, tutto è rimasto come un anno fa. Forse, però, un alito di vento è cambiato. È notizia di ieri, 9 ottobre, che il Nobel per la Pace 2026 è stato assegnato a Navi Pillay, giurista sudafricana, ed ex presidente della Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sul Territorio palestinese occupato, che accusò Israele e Benjamin Netanyahu di aver commesso un genocidio a Gaza. A settembre scorso, presentando le conclusioni della Commissione, disse: “È chiaro che esiste l’intento di distruggere i palestinesi a Gaza attraverso atti che soddisfano i criteri stabiliti dalla Convenzione sul genocidio”.
