16 Ottobre 2023

Gaza: operazione anti-terrorismo o vendetta

Nessuna tregua umanitaria per Gaza. In Israele si susseguono le dichiarazioni infiammate. Il Capo del Pentagono Loyd Austin: “È il momento della determinazione, non della vendetta”
Macerie a Gaza
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“Al momento non esiste alcun cessate il fuoco che consenta di recare aiuti umanitari nella Striscia di Gaza e consentire l’evacuazione degli stranieri”, si legge in una concisa dichiarazione dell’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu.

“La dichiarazione arriva dopo che l’agenzia di stampa Reuters, citando due funzionari della sicurezza egiziana, aveva affermato che Israele aveva accettato un cessate il fuoco dalle 9 del mattino in un accordo con l’Egitto e gli Stati Uniti”. Così il Timesofisrael. Così i civili di Gaza restano chiusi negli stretti confini della Striscia, come topi in trappola.

Ma la notizia segnala anche che gli Stati Uniti stanno tentando di frenare la furia di Israele, come denotano anche le dichiarazioni di Biden che, pur ribadendo il sostegno di Washington, ha chiesto che sia rispettato il diritto di guerra e si eviti di occupare nuovamente Gaza (ma tale prospettiva non è all’orizzonte, sarebbe insostenibile).

Lo dimostrano anche le parole del Capo del Pentagono Lloyd Austin riportate dal Washington Post, che riferisce come, nel corso di una visita in Israele, abbia dichiarato: “I terroristi come Hamas prendono di mira deliberatamente i civili, ma le democrazie non lo fanno. Questo è il momento della determinazione e non della vendetta”.

L’opera di moderazione statunitense arriva mentre in Israele, ancora sotto shock per l’eccidio subito, si susseguono dichiarazioni che non fanno ben sperare per le sorti della popolazione civile di Gaza.

Ne riferisce il New York Times citando un articolo del generale maggiore riservista Giora Eiland su Yedioth Ahronoth e riportando parti dello scritto. Ma è necessaria una più ampia citazione.

Incenerire Gaza?

“Israele – scrive il generale Eiland su Ynet – ha lanciato un severo avvertimento all’Egitto e ha chiarito che non avrebbe permesso agli aiuti umanitari provenienti dall’Egitto di entrare a Gaza. Israele deve creare una crisi umanitaria a Gaza, costringendo decine di migliaia o addirittura centinaia di migliaia a cercare rifugio in Egitto o nel Golfo”. Quindi elenca una strategia quattro punti.

“(1) L’intera popolazione di Gaza si trasferirà in Egitto o nel Golfo. Dal nostro punto di vista, ogni edificio di Gaza noto per avere sotto il quartier generale di Hamas, comprese scuole e ospedali, è considerato un obiettivo militare”.

(2) “Ogni veicolo a Gaza è considerato un veicolo militare che trasporta combattenti. Pertanto non ci sarà traffico veicolare e non importa se tali veicoli trasportano acqua o altre forniture critiche”.

(3) “Il segretario generale delle Nazioni Unite ha inviato aiuti umanitari a Gaza. La condizione israeliana per qualsiasi aiuto dovrebbe essere una visita della Croce Rossa agli ostaggi israeliani, in particolar modo ai civili. Fino a quando ciò non accadrà, a Gaza non sarà consentito l’ingresso di alcun tipo di aiuto”.

(4) “Saranno necessari intermediari con esperienza sia diplomatica che militare per spiegare in dettaglio questi concetti al resto del mondo. Non sarà possibile rimuovere Hamas senza esercitare pressioni e se agli americani non sarà data una spiegazione chiara e dettagliata dai funzionari israeliani non capiranno che Israele non ha scelta. Quanto avvenuto è paragonabile all’attacco giapponese a Pearl Harbor, che portò al lancio di una bomba atomica in Giappone”.

“Di conseguenza, Gaza diventerà un luogo dove nessun essere umano potrà esistere e lo dico come mezzo piuttosto che come fine”.

Così torniamo al citato articolo del New York Times, che prosegue così: “Il ministro della Difesa Yoav Gallant ha dichiarato: ‘Stiamo combattendo degli animali umani e ci comportiamo di conseguenza’. Il generale maggiore Ghassan Alian ha dichiarato che a Gaza ‘non ci saranno né elettricità né acqua. Ci sarà solo distruzione. Volevi l’inferno, avrai l’inferno'”.

Grande è la rabbia in Israele, tanto che anche il presidente Isaac Herzog, figura moderata, in una conferenza stampa ha affermato: “C’è un’intera nazione là fuori che è responsabile […] Non è vera questa retorica secondo la quale i civili non sono consapevoli, non sono coinvolti. Non è assolutamente vero. Avrebbero potuto insorgere. Avrebbero potuto combattere contro quel regime malvagio che ha preso il controllo di Gaza con un colpo di stato”.

Lo riferisce l’Huffigton Post, che aggiunge: “Quando un giornalista ha chiesto a Herzog di chiarire se intendesse dire che, dal momento che gli abitanti di Gaza non hanno rimosso Hamas dal potere, ‘questo li rende, implicitamente, obiettivi legittimi’, il presidente israeliano ha affermato: ‘No, non ho detto questo’”, aggiungendo, però: “Quando hai un missile nella tua maledetta cucina e vuoi spararmelo addosso, posso difendermi?”

Probabile che le dichiarazioni del presidente israeliano siano frutto della legittima ira per la ferita subita dal suo popolo e del desiderio di rassicurare i suoi cittadini sulla determinazione dello Stato a far fronte alla minaccia di Hamas, ma resta l’inquietudine per quanto si prefigura.

La nuova Nabka e i rischi di allargamento del conflitto

Non tutta Israele, però, nonostante la rabbia e la frustrazione, osserva quanto si sta consumando, e quanto si prospetta, con tale asprezza. Ne fa fede un articolo di Gideon Levy su Haaretz, che avverte sulle conseguenze catastrofiche di un attacco alzo zero su Gaza, con due milioni di cittadini esodati dalla Striscia, immagini che non potrebbero non rievocare la Nabka, quando milioni di arabi furono espulsi dai confini del nascente Stato Israeliano.

Così Levy: “Israele si sta imbarcando in un’operazione militare pericolosa e senza alcuna prospettiva di guadagno. Può chiedere al suo alleato di Washington cosa hanno prodotto le insensate guerre intraprese dall’America per avviare regime-change in tutto il mondo”.

“[…] Se questa missione verrà effettivamente portata a termine, e Israele devasterà la Striscia di Gaza, i suoi governanti e i suoi abitanti, rimarrà impressa per generazioni nella coscienza del mondo arabo, del mondo musulmano e del Terzo Mondo. Una seconda Nakba impedirebbe a centinaia di milioni di persone in tutto il mondo di accettare Israele. Alcuni regimi arabi all’inizio potrebbero dar prova di moderazione, ma l’opinione pubblica dei loro paesi non permetterebbe che tale moderazione duri a lungo”.

“Il prezzo verrebbe pagato da Israele e sarà più alto di quanto Israele attualmente pensi. Israele sta per imbarcarsi in una guerra catastrofica – o potrebbe già averlo fatto”.

Riportiamo anche il titolo di uno scritto di Neita Heman, sempre su Haaretz: “Mia madre, 84 anni, è stata presa in ostaggio. Anche in suo nome vi prego: non distruggete Gaza”.

Questo il sottotitolo: “Mia madre e molti dei suoi amici massacrati nel Kibbutz di Nir Oz erano persone di pace, persone che credevano che ci fossero esseri umani con diritti anche dall’altra parte della barriera di confine”.

Non solo la criticità di Gaza, ogni giorno che passa aumenta il pericolo di un allargamento del conflitto, sia con Hezbollah, col quale proseguono gli scontri al confine libanese, che con l’Iran, cosa che potrebbe accadere se le portaerei Usa inviate al largo del Libano attaccassero Hezbollah per difendere Israele.

“Questo potrebbe essere il momento più pericoloso che il mondo abbia mai visto negli ultimi decenni”. Così Jamie Dimon, CEO di JPMorgan in un documento interno dell’Istituto finanziario.

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