Golfo. La diplomazia prosegue, nonostante gli scontri
Tempo di lettura: 4 minutiLo scambio di colpi tra forze iraniane e americane che ieri sera e stanotte ha infiammato lo Stretto di Hormuz e oltre non ha fatto collassare il processo diplomatico. A chiudere l’incidente è stato lo stesso Trump dichiarando che resta in vigore.
Su quanto avvenuto, ovviamente, le versioni sono contrastanti. Difficile dar credito alla propaganda americana che dall’inizio del confronto – da quando cioè ha usato la minaccia dell’inesistente atomica iraniana per attaccare – propala disinformazione a piene mani.
Ultimo esempio la portata dei danni subiti nel corso della guerra, che il Washington Post, grazie alle immagini satellitari, ha rivelato essere molto maggiori di quanto reso pubblico (al contrario, Teheran ha dettagliato minuziosamente vittime e danni subiti).
Lo scontro di ieri sembra sia iniziato con il tentativo, forse riuscito, della Marina statunitense di intercettare due navi che transitavano lungo lo Stretto di Hormuz violando il blocco imposto dagli Usa e reiterando l’atto di pirateria del giorno precedente, quando hanno colpito il timone di una petroliera iraniana (d’altronde, da quando gli Usa si sono dati ufficialmente alla pirateria- come da vanto di Trump – e continua a mietere vittime nei Caraibi, non hanno più remore).
L’attacco alle petroliere ha innescato la reazione degli iraniani, i quali hanno aperto il fuoco contro alcune navi americane che, secondo Teheran, hanno subito gravi danni. Probabile che sia vero data la reazione ad ampio spettro statunitense, che denota rabbia e frustrazione: colpite le postazioni di lancio dei missili, ma anche i porti di Qeshm e Bandar Abbas e obiettivi nell’entroterra.
Sul punto ci si permetta una digressione su quanto l’esercito Usa, inebriato dalla propria Potenza, tenda a sottostimare gli antagonisti. Dall’inizio delle ostilità Washington si vanta di aver affondato tutta la Marina nemica, ridotta ormai a giocare con i motoscafini dei Guardiani della rivoluzione…
Ebbene, nel 2002 la U.S. Navy si produsse nella Millennium challenge, l’esercitazione militare più imponente mai organizzata dal Pentagono. Questa prevedeva che, a seguito di un sisma, di disordini civili e del collasso dell’autorità costituita, una forza canaglia denominata fazione Rossa prendesse il controllo di una potenza regionale sita in un’area strategica del mondo e di alcune isole che controllavano un corridoio marino cruciale iniziando a esigere pedaggi dalle navi in transito (ricorda qualcosa?).
Così scende in campo la fazione Blu con un’imponente flotta navale pronta a ripristinare l’ordine e prendere il controllo dell’area. Guidata da un generale pluridecorato, Paul K. Van Riper, la fazione Rossa affronta l’attaccante adottando una strategia asimmetrica.
Questo l’esito riportato da Wikipedia: la fazione Rossa lanciò un attacco missilistico che affondò “una portaerei, dieci incrociatori e cinque delle sei navi anfibie dei Blu. Un successo simile in un conflitto reale avrebbe provocato la morte di oltre 20.000 militari. Subito dopo l’offensiva missilistica, un’altra parte significativa della Marina della Forza Blu fu ‘affondata’ da uno sciame di piccole imbarcazioni, che effettuarono attacchi sia convenzionali che suicidi sfruttando l’incapacità dei Blu di rilevarle”. Conclusione: la più grande sconfitta della U.S. Navy dai tempi di Pearl Harbor. L’esercitazione fu sospesa, poi ripetuta ma con vincoli rigorosi imposti alla Forza Rossa, che in tal modo perse la partita “truccata”, come denunciò in seguito Van Riper.
Certo da allora tanta acqua è passata sotto i ponti, e lungo lo Stretto di Hormuz, e la Marina statunitense si è evoluta, ma questo vale anche per la “Forza Rossa”, basti pensare ai danni causati dai missili iraniani…
Al di là della digressione, resta l’attesa per la risposta di Teheran, che probabilmente non sarà una mera sottoscrizione della bozza inviata dagli Stati Uniti. La risposta doveva arrivare ieri sera, ma i tempi si sono diluiti, probabilmente per l’incidente di percorso suddetto.
Sull’inclinazione di Trump per chiudere il conflitto, una nota di Haaretz che, tra l’altro, rilancia la rivelazione secondo cui a far decidere il presidente degli Stati Uniti a desistere dall’idea di aprire con la forza lo Stretto di Hormuz attraverso l’operazione Freedom Project sia stata l’Arabia Saudita, che ha fatto pressione in tal senso.
Non mettiamo in dubbio la protesta saudita, che peraltro ha negato agli States l’uso del suo territorio per ulteriori operazioni militari contro Teheran e, a posteriori, conferma quanto abbiamo sempre scritto, cioè che non era vero che avesse spinto perché l’America attaccasse l’Iran né ha mai fatto pressioni per continuare le ostilità (narrativa spacciata da tutti i media mainstream). Anzi, tutt’altro.
Ci permettiamo, però, di far notare che Mohamed bin Salman da solo non aveva certo il potere di fermare la Macchina bellica americana lanciata a bomba, la quale, peraltro, poteva portare avanti l’iniziativa anche senza i sauditi. Evidentemente le proteste del principe ereditario hanno trovato orecchie attente e disposizioni meno aggressive di quanto non evidenzi la retorica trumpiana.
In attesa degli sviluppi, restano i tentativi di sabotaggio israeliani. Ne accenna di seguito Haaretz, che rammenta come uno dei punti chiave delle trattative sia il Libano, con l’Iran che chiede la pace anche per questo tormentato Paese scontrandosi con le aspirazioni espansionistiche di Tel Aviv.
Ieri, scrive Haaretz, l’ufficio stampa delle Forze di Difesa Israeliane “ha diramato un comunicato stampa a dir poco singolare, in cui si spiegava che ‘dall’inizio degli accordi per il cessate il fuoco, le IDF hanno eliminato più di 220 terroristi di Hezbollah'”.
“L’improvvida comunicazione fa riferimento alla direttiva imposta da Trump a Israele di cessare il fuoco [in Libano] e, di fatto, comunica implicitamente all’opinione pubblica che tale direttiva non è stata applicata. In sostanza, il governo e le IDF intendono far capire a chiunque lo voglia che, per quanto li riguarda, la guerra in Libano continua al di là degli sviluppi nel Golfo”.
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