6 Aprile 2024

Il mondo appeso a Netanyahu

L'esercito israeliano è impantanato a Gaza. Per questo l'attacco all'ambasciata iraniana a Damasco: serve ad alzare il tiro, rilanciare la guerra infinita che permette la sopravvivenza del premier israeliano
Il mondo appeso a Netanyahu
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“A sei mesi dall’inizio della guerra, è tempo di porre alcune domande difficili”. Così il titolo dell’intervento di Yaakov Katz sul Jerusalem Post che fotografa la situazione in cui versa Israele, con un governo contestato all’interno, sia dall’opinione pubblica che da alcuni dei suoi componenti; un’America sempre più irritata e il sostegno internazionale “praticamente scomparso”; ma, soprattutto, con una guerra ormai “bloccata”.

Six months into the war, it is time to ask some difficult questions - opinion

L’IDF impantanata a Gaza

L’ultimo accenno di Katz trova un’eco in un articolo di Hamos Arel su Haaretz, nel quale si legge: “Oggi è chiaro a tutti – tranne che ai suoi accecati seguaci – che le promesse di una ‘vittoria totale’ fatte a giorni alterni dal primo ministro Benjamin Netanyahu sono del tutto vacue”.

After Six Months, Few of the Israel-Gaza War's Goals Have Been Achieved

Se la macelleria di Gaza terminerà, non sarà a causa delle pressioni internazionali per un’operazione militare ormai indifendibile, pure importanti, ma anche, e soprattutto, a causa dell’impossibilità di ottenere la vittoria assicurata all’inizio delle operazioni militari.

Per questo è importante l’articolo di Katz, che fotografa una situazione deprimente che non sembra avere via di uscita. Anche perché il suo scritto è stato pubblicato sul giornale più importante di Israele e perché egli è figura autorevole dell’establishment, in quanto membro del Jewish People Policy Institute ed è l’ex redattore capo del Jerusalem Post.

Le operazioni di Gaza languono e l’unico modo per tentare di dare una svolta è quello di attaccare Rafah, l’ultima ridotta di Gaza non ancora occupata (l’altro, quello di esaltare l’eliminazione dei capi di Hamas è ormai logorato dai tanti annunci in tal senso, che hanno scandito i giorni di guerra con trionfi che si sono rivelati vani, ché Hamas è ancora operativa).

Ma sul punto, Katz spiega che l’operazione Rafah è ancora in sospeso, “dal momento che a nessun palestinese è stato ancora ordinato di evacuare”. Inoltre, cosa più importante, manca un accordo con gli Usa.

Rafah

“Secondo diversi resoconti dei media – scrive, infatti, Katz – l’incontro di questa settimana tra alti funzionari israeliani e americani su Rafah non è finito esattamente nel modo sperato da Israele. Il segretario di Stato Antony Blinken ha detto agli israeliani che presto sarà dichiarata la carestia a Gaza e che Israele sarà noto al mondo per aver causato la terza carestia del 21° secolo” [e la peggiore…].

“Blinken e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan sembra che abbiano respinto le previsioni israeliane secondo le quali ci vorrebbero solo quattro settimane per evacuare più di un milione di sfollati palestinesi che risiedono nell’area di Rafah. Gli americani pensano che ci vorranno circa quattro mesi”.

Insomma, persistono le distanze tra Israele e l’alleato indispensabile e sono tante le criticità che comporta l’eventuale operazione di Rafah. La Forza ha dei limiti e Israele, puntando solo su questa, si ritrova a corto di opzioni.

Illuminante, sul punto, quanto scrive Arel accennando all’impantanamento delle truppe israeliane a Gaza e al massacro dei civili: “Giovedì, un ufficiale veterano della riserva si è ricordato di una scena di Apocalypse Now. La motovedetta che trasporta il capitano Willard, interpretato da Martin Sheen, si imbatte in una piccola barca di civili vietnamiti che trasportano verdure. I soldati sparano uccidendo tutti i passeggeri a bordo”.

La querelle sugli osteggi

“Mentre lo scopo della missione israeliana diventa sempre più oscuro – continua Arel – e il governo si rifiuta di confrontarsi su un endgame diverso dalla sfuggente ‘vittoria totale’, la lunga permanenza dell’IDF a Gaza sembra sempre più riecheggiare nei suoi metodi a quella nave in Vietnam”, dove è significativo anche l’accenno al Vietnam…

Al di là della rappresentazione di Arel, pure importante, la stanchezza dello stallo potrebbe portare a riconsiderare gli obiettivi della guerra. Di grande interesse, sul punto, un’altra annotazione del cronista di Haaretz: “Mercoledì, in un incontro con i soldati a Khan Yunis, il capo di stato maggiore dell’IDF, Herzl Halevi, ha affermato che raggiungere un accordo per la restituzione degli ostaggi è ‘la missione suprema, che potrà essere raggiunta solo attraverso una pressione più forte'”.

“[…] L’elemento nuovo – commenta Arel – sta nella prima parte dell’intervento, dove per la prima volta tale obiettivo ha la massima priorità. Questo è il sentimento espresso ora dalla gerarchia dell’IDF”. Ciò aumenta le possibilità di un accordo con Hamas sulla liberazione degli ostaggi in cambio di un cessate il fuoco duraturo, condizione che Hamas reputa imprescindibile.

Netanyahu e il nodo di Gordio

Tale prospettiva rappresenta, però, un pericolo per Netanyahu, la cui sopravvivenza politica è legata indissolubilmente alla prosecuzione del conflitto. Per questo ha ordinato l’attacco all’ambasciata iraniana di Damasco e ora sta drammatizzando sulla possibile risposta di Teheran.

Resta che il mondo è appeso al destino di un uomo. Certo, Netanyahu deve la sua forza al fatto che convoglia su di sé tanti inconfessabili interessi, ma resta che egli è il nodo gordiano di questa tragedia globale, che sta macinando vite e destini di decine di migliaia di persone, con prospettive ancora più cupe.

I nodi gordiani non possono essere sciolti se non con la spada. E questo sembra essere il suo tragico destino. La spada che scioglierà il nodo potrebbe essere brandita dai suoi nemici, appalesandosi attraverso una sconfitta sul campo di battaglia (molte le forme e i modi in cui ciò può avvenire in una guerra asimmetrica), ma anche dai suoi interessati sponsor, se si accorgessero che, più che servire i loro indicibili interessi, li danneggia.

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