Il Nobel per la Pace e il genocidio di Gaza
Tempo di lettura: 4 minutiIl Nobel per la pace al giudice sudafricano Navanethem Pillay è un segnale alto: il mondo si è stancato del genocidio dei palestinesi. È stata lei, infatti, a firmare le conclusioni della Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati in cui si dichiarava che quanto stava avvenendo in Palestina era un genocidio.
Il mondo ha detto basta. E quando parliamo di mondo intendiamo tanto potere occidentale, che ricomprende ovviamente tanto mondo della diaspora ebraica e, ovviamente, le forze di opposizione a Netanyahu all’interno di Israele. Tale variegato ambito che si è unito al resto del mondo che da tempo cerca invano di frenare Israele.
Ma questo è solo l’ultimo segnale in tal senso, altri lo hanno preceduto. Il primo squillo di tromba è stato lo scoop di Haaretz sull’avvertimento ricevuto da Netanyahu sull’imminenza del 7 ottobre. Non tanto per lo scoop in sé, pure notevole, quanto per le figure coinvolte, anzitutto il principe ereditario emiratino Mohamed bin Zayed, che peraltro non ha smentito di aver avvertito Netanyahu.
Nello stesso giorno, il cambio di guardia della Gran Bretagna che, dopo aver sostenuto a lungo il genocidio, ha cambiato drasticamente rotta e ha imposto sanzioni contro Israele per quanto si stava consumando in Cisgiordania ad opera di coloni e governo.
Il secondo squillo di tromba è risuonato all’Onu dove è stato evidente l’isolamento internazionale di Bibi. Non solo per l’uscita dall’aula di quasi tutti i convenuti – maggiore delle precedenti occasioni – al momento del suo discorso, ma anche per le critiche a Israele degli intervenuti, ancora più accese delle precedenti occasioni (tra queste il j’accuse del debole re di Giordania, normalmente prono al Paese confinante).
Ma, soprattutto, il fatto che nell’occasione nessuna organizzazione ebraica americana abbia accolto il premier israeliano e che Trump l’abbia snobbato. Con le elezioni israeliane alle porte, il segnale è forte.
Il nobel alla Pillay è il terzo squillo di tromba. Ed è come se il mondo abbia messo alla sbarra Netanyahu perché il documento Onu da lei siglato non ha solo giudicato il genocidio in corso, ma ha anche dato un nome e cognome ai colpevoli di tale orrendo crimine, anzitutto quello del premier israeliano.
La designazione della Pillay, se si guarda al pregresso, ha anche un altro significato simbolico. Lo scorso anno il nobel per la pace fu assegnato a Maria Corinha Machado. Il momento più basso di tale onorificenza perché l’asserita dissidente venezuelana – in realtà una risorsa del Dipartimento di Stato americano – è tutt’altro che votata alla pace, come dimostrano le reiterate sollecitazioni a bombardare il suo stesso popolo; ma soprattutto perché ha strenuamente sostenuto il genocidio dei palestinesi.
Se si considera anche che nel luglio del 2020 la Machado aveva stretto un’alleanza con il Likud di Netanyahu, allora capo del partito e del governo, si può comprendere l’ironia del ribaltamento, con Bibi che nel 2025, per interposta persona, aveva ricevuto il Nobel per la pace dallo stesso Comitato – ma di diversa composizione – che oggi lo ha messo alla sbarra.
Segnale meno eclatante, ma non irrilevante, che evidenzia la stanchezza del mondo riguardo al genocidio dei palestinesi anche la vicenda di August Hanning, l’ex capo del BND, l’intelligence tedesca, arrestato per spionaggio in favore di un Paese straniero. Si ritiene che Hanning, sintetizza il Guardian, avesse contatti con Russia e Cina “e che intrattenesse rapporti anche con le più alte autorità dell’intelligence di Israele”.
Non è tanto lo spionaggio in sé a colpire, normale amministrazione, ma che i media occidentali, non solo il Guardian, abbiano riferito dei suoi rapporti privilegiati con l’intelligence israeliana, del quale appare una risorsa, violando la prassi che vuole che i panni sporchi si lavino in famiglia.
Tale vicenda fa il paio con quella di David Milstein, assistente dell’ambasciatore Usa in Israele Mike Huckabee, sorpreso a modificare in favore di Israele i documenti che il suo superiore inviava in madrepatria. Anche qui, non è tanto importante la cosa in sé, la manipolazione è usuale in politica e nell’amministrazione Usa è prassi, ma che abbiano deciso di rendere pubblica una vicenda incresciosa per Israele.
Oltre alle bordate esterne, Netanyahu deve far fronte a quelle interne. Avi Gil, già suo segretario per gli affari militari, lo ha accusato di aver falsificato il verbale della riunione della Sicurezza del 7 ottobre. E ha rincarato la dose in una successiva intervista, accusandolo di “aver dato priorità alla sua sopravvivenza politica quando avrebbe potuto salvare la vita degli ostaggi” (Timesofisrael).
Al di là degli interna corporis israeliani, resta il tentativo di tanto mondo di usare le elezioni israeliane per eliminare dalla scena politica lo scomodo protagonista del caos globale. Ma dare per sconfitto Netanyahu è sempre azzardato. Sa usare la condanna globale del genocidio per alimentare la narrazione di un Israele vittima dell’odio del mondo.
E in Israele tale manipolazione attecchisce. “Nelle ultime tre generazioni” scriveva su Haaretz Daniel Blatman (uno storico specializzato nell’Olocausto e nel genocidio) Israele “si è costruito un’identità di vittima, che spazia dagli atti perpetrati durante l’Olocausto a quelli di Hamas del 7 ottobre. Nega i propri crimini e vive quindi in una realtà permanentemente distorta. Qualsiasi tentativo di parlare dei crimini commessi da Israele contro i palestinesi viene percepito come una minaccia non solo all’immagine della nazione, ma alla sua stessa sopravvivenza. La narrazione difensiva è diventata fondamentale per l’identità nazionale israeliana e qualsiasi critica a questa narrazione viene accolta con la violenza istituzionale e pubblica a cui stiamo assistendo oggi”.
Titolo dell’articolo: “L’identità di vittima che Israele ha costruito nel corso di generazioni oggi alimenta la sua negazione del genocidio di Gaza”.

