Iran, Gaza, Russia: momentum di de-escalation
Tempo di lettura: 4 minutiDopo giorni di tensione sul fronte iraniano, ieri si è registrato un momentum di de-escalation, coinciso con un rinnovato slancio del negoziato sul fronte ucraino e l’annuncio della formazione di un governance tecnica per amministrare Gaza, passo formale per avviare la fase due del cosiddetto cessate il fuoco (non farsi illusioni è d’obbligo, ma prima tale sviluppo non esisteva neanche come orizzonte lontano).
Di ieri le parole di Trump sull’Iran, che tutti hanno inteso come una retromarcia: “Ci è stato detto che le uccisioni in Iran stanno cessando, stanno cessando, stanno cessando […] E non c’è nessun piano per le esecuzioni, o un’esecuzione”.
Il riferimento sulle uccisioni è all’attenuazione significativa delle manifestazioni violente e della repressione altrettanto violenta di cui abbiamo dato conto ieri, sviluppo che sembra tanto accelerato che oggi non si danno notizie di nuove proteste (se così può definirsi la guerriglia urbana propria dei regime-change), con le autorità iraniane che hanno annunciato l’arresto dei capi della cosiddetta rivolta e la stabilizzazione del Paese.
Quanto alle esecuzioni, che avrebbero dovuto iniziare oggi, l’Iran ha rimandato la prima, già annunciata, come segnale che potrebbe non dare seguito a quanto promesso. Gli agenti della Cia e del Mossad arrestati potrebbero essere quindi rilasciati, cosa che più interessa a Israele e Stati Uniti (quanto ai poveretti che sono stati ingannati o alle risorse reclutate in loco è da vedere).
Inoltre, per quanto riguarda gli sviluppi, Trump ha dichiarato: “Osserveremo e vedremo come procederà il processo, ma abbiamo ricevuto un’ottima dichiarazione da persone consapevoli di ciò che sta accadendo”.
Non solo le parole di Trump. Al personale di stanza nella base militare Usa in Qatar era stato dato ordine di evacuare, ma, come scrive il New York Times, “dopo le dichiarazioni di Trump di mercoledì pomeriggio, il Pentagono era pronto a far rientrare le truppe nella base, secondo un funzionario militare statunitense”.
Inoltre, continua il Nyt, “i bombardieri a lungo raggio negli Stati Uniti erano stati messi in stato di allerta per effettuare attacchi secondari se necessario, ma mercoledì pomeriggio tale operazione sembra essere stata sospesa, ha affermato un altro funzionario statunitense”.
Per quanto riguarda l’Iran, la riapertura dei suoi cieli ai voli di linea, prima interdetta, invia segnali nella stessa direzione. Questa mossa iraniana, secondo Haaretz, ha avuto come conseguenza la cessazione dello stato di allerta della base Usa in Qatar.
Inoltre, di ieri la notizia che, tramite la mediazione russa, Iran e Israele, poco prima dello scoppio delle proteste, si sono reciprocamente rassicurati che nessuno dei due avrebbe sferrato un attacco preventivo contro l’altro. L’importanza della notizia non è tanto la mutua rassicurazione, superata dagli sviluppi successivi, quanto che sia stata resa pubblica ieri, come a ribadire quanto stabilito allora.
Di interesse, sotto questo profilo, anche la telefonata di martedì scorso tra il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e lo sceicco Abdullah bin Zayed Al Nahyan, vice-ministro degli Esteri emiratino. Dato il legame strettissimo tra Emirati e Israele, è probabile che la telefonata servisse a comunicare tra nemici regionali per interposta persona.
Fin qui le rassicurazioni sull’opzione attacco all’Iran, accompagnate da un rinnovato disinteresse di Trump per l’intronizzazione dello strano erede dello scià di Persia, Reza Pahlavi, che aveva già rifiutato di incontrare e che ieri ha definito “simpatico”, ribadendo, però, che la sua leadership potrebbe “non essere accettata” dagli iraniani (sul bizzarro ruolo dello scià rimandiamo all’articolo di Haaretz: “L’operazione di influenza israeliana mirata a insediare Reza Pahlavi come scià dell’Iran”).
Da notare, infine, l’articolo del Jerusalem Post in cui si spiega che Qatar e Arabia Saudita hanno esercitato pressioni per evitare l’attacco, nel quale si riferisce che “il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha informato Teheran che gli Stati Uniti non avrebbero attaccato il Paese e ha chiesto alla Repubblica islamica di dar prova di moderazione, come ha riferito giovedì pomeriggio l’emittente pakistana Dawn, citando l’ambasciatore iraniano in Pakistan, Reza Amiri Moghadam”.
Insomma, le bombe possono aspettare. Ciò registrato, è presto per concludere che le pistole siano state riposte nelle fondine in via definitiva o se la de-escalation derivi dalla constatazione che le forze statunitensi in loco non sono ancora bastevoli per un attacco a basso rischio e dalla richiesta israeliana di attendere che le forze delle autorità iraniane siano ancora più logorate (anche se, senza l’operazione regime-change, non si comprende come possano logorarsi ulteriormente).
E però colpisce che tale distensione sia coincisa con altre. Anzitutto con l’annuncio che Witkoff si sarebbe nuovamente recato a Mosca per negoziare con Putin, annuncio condito da una critica alzo zero di Trump a Zelensky, che ha definito il vero ostacolo per raggiungere un accordo, che invece la Russia vuole.
Inoltre, ieri si è registrato l’annuncio della formazione di un governo tecnocratico palestinese pronto a guidare Gaza, annuncio accolto con favore da Hamas (e molto meno da Israele), che però ha chiesto che siano riaperti i valichi per far entrare gli aiuti e che si proceda col ritiro israeliano.
Certo, si tratta di qualcosa di tragicamente aleatorio, mentre a Gaza si continua a morire sotto la stretta dell’assedio e le bombe delle forze israeliane, mentre in Cisgiordania i palestinesi continuano a subire le violenze arbitrarie dei loro oppressori.
Ma qualcosa si è mosso, di certo tardi e davvero poco, ma resta che Trump ha deragliato dai diktat del padrone israeliano, che ha manovrato perché tutto restasse com’era a garanzia della realizzazione della Grande Israele, che sta costruendo lentamente ampliando senza eccessivi clamori la zona di Gaza occupata dall’IDF e, in Cisgiordania, sfollando sempre più palestinesi dalle loro case.
La contemporaneità tra la decelerazione sull’Iran e le due accelerazioni – piano di pace di Gaza e negoziati sull’Ucraina – segnalano l’esistenza di un dialogo globale sottotraccia.



