7 Novembre 2026

Iran. Nonostante le Midterm, i tamburi di guerra continuano a rullare

Il 10 novembre si riunirà la Knesset israeliana per la prima volta dopo le elezioni. Se attacco sarà, la riunione dovrebbe slittare. Ma, anche a prescindere dallo slittamento, il sogno di Bibi di un governo di unità nazionale da lui presieduto diventerebbe realtà, motivo per cui Haaretz ha lanciato l'allarme.
di Davide Malacaria
Iran. Nonostante le Midterm, i tamburi di guerra continuano a rullare
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Nonostante la vittoria dei democratici sia stata innescata da un rigetto dell’aggressione israelo-americana all’Iran, Trump continua a ripetere che potrebbe attaccare Teheran, alternando queste minacce a dichiarazioni meno bellicose. Nel titolo di una nota di Haaretz campeggia anche una data per un possibile attacco: il 9 novembre.

Report: Trump Weighs Options for Resuming War With Iran, as Soon as November 9

“Secondo quanto riportato da Fox News”, riferisce Haaretz, “che cita fonti ufficiali, il 9 novembre in Medio Oriente ci sarà la luna nuova, il che significa che la luce lunare sarà bassa, condizione favorevole alle operazioni militari”.

In realtà c’è un evento più cogente da considerare e ha poco a che fare con le fasi lunari: il 10 novembre si riunirà la Knesset israeliana per la prima volta dopo le elezioni. Se attacco sarà, la riunione dovrebbe slittare. Ma, anche a prescindere dallo slittamento, il sogno di Bibi di un governo di unità nazionale da lui presieduto diventerebbe realtà, motivo per cui Haaretz ha lanciato l’allarme.

Il tempo stringe per Netanyahu: se Eisenkot, il leader delle opposizioni che dovrebbe essere incaricato di formare il governo (la sua candidatura a premier ha ottenuto la maggioranza delle preferenze dei nuovi eletti) riuscisse nell’impresa, il suo sogno svaporerebbe. Ma le diatribe interne ai partiti dell’opposizione rischiano di far saltare tutto.

L’ostacolo principale è rappresentato dall’opposizione di Avigdor Lieberman, leader di Israel Beitenu, a formare un governo che si regga sull’astensione dei partiti arabi.

La coalizione delle opposizioni ha 48 seggi. Ne mancano 13 per arrivare ai 61, cioè per avere la maggioranza della Knesset. E anche se ieri il partito dell’Ebraismo della Torah Unito si è unito alle opposizioni abbandonando la storica alleanza con il Likud di Netanayhu, la distanza dall’obiettivo resta, dal momento che i nuovi arrivati hanno solo 7 seggi.

Certo, è un successo importante per le opposizioni, ottenuto grazie a un cedimento di Lieberman sulla necessità di obbligare gli Haredi a svolgere il servizio militare, punto cardine del suo programma. Ma se non cede anche sugli arabi non basterà: mancano ancora 6 parlamentari alla meta.

L’unico partito della coalizione di governo che potrebbe mutare il proprio orientamento è lo Shas, anch’esso espressione degli ultraortodossi, e sarebbe decisivo dal momento che ha 7 eletti. Ma ha comunicato che resterà con Netanyahu (anzi ieri ha sollecitato un governo di unità nazionale che veda Eisenkot unirsi a Netanyahu, il quale resterebbe premier).

Così, per fare un governo alternativo all’attuale senza l’appoggio dei partiti arabi resta un’ultima carta, sulla quale insiste da tempo Lieberman: la defezione di alcuni parlamentari del Likud dal proprio partito. Secondo la legge israeliana un parlamentare eletto in un partito può sì abbandonarlo, ma in tal caso non può ricoprire incarichi ministeriali a meno che la defezione consista in un terzo del partito stesso.

Nel caso del Likud dovrebbero abbandonare in 7 per poter ricevere incarichi e tale possibilità è data dai media israeliani come molto improbabile. Tutto il mondo è paese e senza un incentivo di tal fatta è difficile che qualcuno osi sfidare Netanyahu (anche se difficile non vuol dire impossibile). Resta che se non cambiano schieramento almeno 6 eletti del Likud Eisenkot non riuscirà a fare un governo senza gli arabi o quantomeno senza il loro sostegno esterno (tramite astensione).

Tutto resta quindi sospeso a queste eventuali defezioni o a un cambiamento di orientamento dello Shas, sviluppi invero ardui al momento. In alternativa sarebbe necessario un ulteriore cedimento di Lieberman, stavolta sui partiti arabi: possibile che quello sugli Haredi sia in previsione di questo passo – che, nel caso, verrebbe presentato come doloroso ma inevitabile per salvare il Paese – ma anche no.

Subordinata a tale opzione è un governo con il sostegno degli arabi di breve durata, magari brevissima, che avrebbe il vantaggio, dal punto di vista delle opposizioni, di portare il Paese alle prossime elezioni con Eisenkot a gestire la transizione piuttosto che Netanyahu (che ha guidato tale transizione per ben tre elezioni consecutive tra aprile 2019 e maggio 2020). Ma anche in questo caso c’è il nodo Lieberman, il quale ha dichiarato che non aderirebbe a un governo transitorio sostenuto dagli arabi…

Tali le ambasce israeliane che alimentano il rullare dei tamburi di guerra, con l’Iran nel mirino. Il successo del partito democratico alle elezioni di Midterm è stato un indicatore politico importante, ma solo quello, dal momento che il nuovo Congresso si riunirà a gennaio. C’è tutto il tempo per far precipitare gli eventi.

Ieri, come abbiamo accennato, la riunione alla Casa Bianca per decidere sul punto, ma successivamente è accaduto anche altro: Trump ha tenuto una conversazione telefonica con l’emiro del Qatar, lo sceicco Tamim bin Hamad Al Thani, che sta mediando tra Usa e Iran. E proprio a Doha Teheran ha recentemente consegnato un dossier su un possibile accordo sul nucleare, focus del conflitto, da girare alla controparte.

In linea con l’impegno diplomatico per la de-escalation, la visita a Mosca del Segretario per la Sicurezza nazionale iraniano, Moshen Rezaei, il quale ha recapitato a Putin una missiva dell’ayatollah Khamenei.

Ci torneremo, per ora, e per concludere, va rilevata anche la telefonata tra i ministri degli Esteri dell’Arabia saudita, il principe Faisal bin Farhan, e dell’Iran, Abbas Araghchi. Teheran sta tentando di mediare tra Riad e Houti e la conversazione telefonica va collocata in tale contesto. Se riuscirà nella difficile impresa, Trump potrebbe usare della pace in Yemen e della distensione tra Riad e Teheran per moderare la tensione con l’Iran e accedere a un accordo.

 

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