8 Aprile 2026

Iran. Trump si sgancia da Netanyahu e neocon e accetta la tregua

È stata la Cina a sostenere il lavorìo diplomatico dell'alleato Pakistan, capofila dei Paesi che hanno tentato di porre fine a questa follia, grazie al rapporto tra Islamabad e i Guardiani della rivoluzione.
di Davide Malacaria
Iran. Trump si sgancia da Netanyahu e neocon e accetta la tregua
Tempo di lettura: 4 minuti

Il cessate il fuoco è stato accolto con un sollievo quasi globale, dove quel quasi ha il suo peso, ma non oggi che l’Armageddon è svaporato. Decisiva la Cina, ha detto Trump a ragione. Pechino, infatti, era il convitato di pietra di questa guerra, dal momento che si voleva fiaccare colpendola nel cordone ombelicale che la lega al Medio oriente, anche se la spinta decisiva è stata di Netanyahu, nel suo sogno di demolire l’antagonista regionale per fare di Israele una potenza globale.

Trump says he believes China got Iran to negotiate, AFP reports

Infatti, è stata la Cina a sostenere il lavorìo diplomatico dell’alleato Pakistan, capofila dei Paesi che hanno tentato di porre fine a questa follia, grazie al rapporto tra Islamabad e i Guardiani della rivoluzione. Lavoro che alla fine ha prodotto i risultati sperati anche per un elemento che apparentemente era al di fuori dell’orizzonte di questa guerra, ma che aveva un peso decisivo.

Un fattore sottaciuto, ma che esisteva, tanto da baluginare di tanto in tanto in questi giorni come possibilità, seppur remota; una possibilità che ieri è esplosa in tutto il suo catastrofico potenziale, quando Trump ha minacciato di “cancellare la civiltà” iraniana.

Parole che tanti hanno immaginato, a ragione, preludessero all’uso dell’atomica. Così era: l’Imperatore, a nome dell’establishment imperiale, il vero Potere, altro dall’amministrazione Usa provvisoriamente al comando, ha avvertito, con parole inaccettabili (definitivo papa Leone sul tema), che la spinta all’uso del nucleare era irrefrenabile.

L’America, infatti, può accettare una sconfitta in stile Afghanistan, riassorbibile in un modo o nell’altro, non una sconfitta strategica catastrofica, tale da segnare il declino irrevocabile del suo imperium, destino manifesto se il conflitto fosse proseguito.

Fallite o scartate tutte le opzioni che potevano consegnare una vittoria, o una parvenza di vittoria, all’Impero – il regime-change, l’invasione dell’isola di Kharg, il prelevamento dell’uranio arricchito – restava solo l’opzione atomica, americana o israeliana che fosse.

Per questo serviva la mediazione pakistana, perché è l’unico Paese islamico a poter contrapporre all’atomica imperiale un’analoga deterrenza limitando il rischio di un conflitto globale sotteso a una deterrenza cinese o russa.

Una deterrenza non brandita, quella pakistana, come peraltro non è stata esplicitamente brandita l’atomica della controparte, ma che ha avuto un peso, eccome, perché, pur se poca cosa rispetto alla Potenza americana, non è tale rispetto alleato mediorientale, che l’Impero, almeno ad oggi, deve proteggere a ogni costo, come peraltro evidenziato dall’aggressione all’Iran.

Così la folle dichiarazione di Trump di ieri era, a suo modo (del tutto esecrabile), un insieme di cose: un ultimatum, ovviamente, ma anche un allarme e, insieme, un’allucinazione retorica per palesare servilismo nei confronti dell’establishment e così evitarne gli strali mentre, sottotraccia, cercava una via di uscita attraverso canali riservati (a proposito di mediazioni sottotraccia: alcuni giorni fa il capo dell’intelligence russa Sergei Naryshkin ha dichiarato che la sua Agenzia era in contatto con la CIA per quanto riguardava l’Iran…).

Trump non ha trovato altro che accettare, come base per i negoziati, la proposta iraniana, spacciandola come vittoria: 10 punti sui quali le delegazioni dei due Paesi dovranno trattare nei prossimi giorni. Una resa, ma anche una vittoria, non certo sull’Iran, ché la sua resilienza ha vinto, quanto su Netanyahu e sui neocon, dai quali alla fine è riuscito a svicolare.

Lo dimostra la rabbia di Netanyahu, che ha subito iniziato la sua opera di sabotaggio affermando che la tregua non riguarda il Libano, invece ricompreso nei 10 punti (criticità che il negoziato dovrà affrontare). Ma lo dimostra anche la modalità con cui i media imperiali, New York Times e Washington Post, hanno dato la notizia del cessate il fuoco: nonostante la portata quasi epocale, gli hanno dato poco rilievo e usato un tono dimesso.

In questo spicca il Nyt, soprattutto perché è stato il media di establishment più critico della guerra. Questo il suo commento sconcertante: “L’accordo lascia un governo teocratico, appoggiato dal brutale Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, a capo di una popolazione intimidita e martoriata da missili e bombe [come fossero ordigni iraniani… sic]… Lascia intatto l’arsenale nucleare iraniano, compresi i 440 chilogrammi di materiale quasi nucleare che, in teoria, rappresentavano il casus belli della guerra”.

Trump Finds His Offramp With Iran. But the Causes of War Remain Unresolved.

Trump deve “dimostrare agli Stati Uniti e al mondo che questo conflitto valeva la pena di essere intrapreso. E per farlo, dovrà dimostrare di aver eliminato la morsa iraniana” sullo Stretto di Homuz e “le possibilità che l’Iran possa mai costruire un’arma nucleare […] se non riuscirà a ottenere un accordo affinché l’Iran limiti le dimensioni del suo logoro arsenale missilistico o la gittata dei suoi missili, avrà fallito”.

Un grido di dolore, dunque. Non per nulla, nella conclusione, l’allarme di Richard Fontaine, Ceo del Center for a New American Security, già collaboratore del defunto senatore John McCain, alfiere neocon: “Forse andrà tutto bene. Ma c’è la possibilità che la situazione, per gli Stati Uniti e per il mondo intero, sia peggiore di prima”. Tutto come se si dovesse nuovamente attaccare l’Iran, come se nulla fosse accaduto…

Se evidenziamo la reazione del media pacifista dell’establishment Usa è per sottolineare come il Potere dell’Impero prescinda dall’Imperatore e dalle sue tragiche contraddizioni. E che oggi, nonostante il pregresso, se c’è una possibilità che i negoziati vadano a buon fine dipende più dal folle Trump e da quanti, nella sua amministrazione, hanno spinto in tal senso – a iniziare da J.D. Vance – che dall’establishment che, finora diviso tra sostenitori e critici, è pronto a fare fronte comune per affossare le trattative in combinato disposto con Netanyahu.

Nota margine. Ieri Hezbollah libanese ha liberato una giornalista americana rapita giorni fa, segnale che le trattative stavano procedendo. Sempre ieri, la Casa Bianca ha elogiato il Segretario dell’esercito Dan Driscoll, intimo di Vance, che era dato per dimissionario, notizia che l’interessato ha smentito solo dopo il plauso… la squadra pro-negoziati tiene.

 

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