2 Luglio 2024

Israele - Hezbollah: incombe l'opzione apocalisse

La guerra tra Israele ed Hezbollah starebbe sfociando in uno scontro a largo spettro. E qualcuno inizia a evocare le armi atomiche...
Israele - Hezbollah: incombe l'opzione apocalisse
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Secondo la Bild a metà luglio Israele attaccherà il Libano. Le dichiarazioni in tal senso di tanta leadership israeliana sembrano confermare la previsione. La guerra a bassa intensità contro Hezbollah, iniziata quando la milizia sciita si è attivata per far pressione su Tel Aviv per fermare l’invasione di Gaza, sarebbe così destinata ad allargarsi.

Lo scontro al confine libanese e l’opzione apocalisse

Il punto è che gli scontri al confine, con diuturni scambi di colpi tra le due parti, ha reso la regione israeliana confinante con il Libano una terra di nessuno, provocando decine di migliaia di sfollati, i quali fanno pressione sul governo perché ponga rimedio alla situazione.

Restando irrisolto il conflitto di Gaza, che Netanyahu non ha voluto chiudere per motivi personali (crollerebbe il suo governo), l’unica soluzione fin qui brandita dalla leadership israeliana è, al solito, quella muscolare, nell’idea, peraltro, di ripristinare la deterrenza contro lo storico nemico.

Questo il sottotitolo esplicativo di un articolo di Haaretz: “Le critiche per l’incapacità del governo di consentire a circa 60.000 israeliani di ritornare alle loro abitazioni presso il confine libanese stanno aumentando. Il governo potrebbe essere tentato di cercare una via d’uscita dalla situazione di stallo con Hezbollah e rischiare una guerra su vasta scala”.

Fear of a Full-blown Conflict in Lebanon Looms, With Members of Israel's Government Stoking It

L’articolo, firmato da Amos Harel, delinea le tante insidie di tale sviluppo, tra cui quello dell’attivazione dell’intero asse della resistenza, che va dagli Houti alle milizie sciite irachene, che darebbe vita a una guerra “multi-arena” in cui la devastazione che subirebbe Israele non sarebbe compensata da quella provocata.

Certo, Tel Aviv potrebbe giovarsi dell’aiuto americano, con gli Stati Uniti che subirebbero le inevitabili conseguenze di questa nuova, improvvida, avventura mediorientale in tutte le basi sparpagliate nella regione e la quasi ovvia apertura di una guerra contro l’Iran. Ma tutto ciò non impedirebbe le inevitabili devastazioni ad ampio spettro del territorio israeliano, né l’alto costo che pagherebbero i suoi abitanti.

Tante le voci, interne ed esterne a Israele, che stanno allarmando sull’imprevedibilità di tale scenario, a proposito del quale iniziano a riecheggiare voci ancora più allarmanti.

Il Maariv, ad esempio, ha riferito le dichiarazioni di Yair Katz, presidente del Consiglio dei lavoratori dell’industria aerospaziale israeliana, secondo il quale, nel caso di un confronto multi-arena, sarebbe necessario rompere l’equazione attuale – che vede snodarsi accordi sottotraccia per limitare i rischi del conflitto – attraverso l’uso di “armi apocalittiche”. L’uso dell’atomica è sollecitato anche da Benny Morris su Haaretz per distruggere le capacità nucleari dell’Iran (ad oggi inesistenti). Echi che danno conto di un’isteria pericolosa che sta dilagando.

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Peraltro, anche gli Stati Uniti, se trascinati in una guerra su ampia scala contro l’Iran, sarebbero tentati di usare l’atomica, sviluppo sul quale si concentrerebbero le pressioni dei falchi americani quando il conflitto iniziasse a disvelarsi in tutta la sua tragicità (sarebbe molto diverso dalla guerra irachena…).

To Survive, Israel Must Strike Iran Now

Israele: guerra o preparativi per i negoziati

Questi gli allarmi, i rischi e i funesti echi. Di segno diverso l’analisi di Zvi Bar’el su Haaretz, secondo il quale ci si starebbe dirigendo verso una soluzione diplomatica. Anzitutto, secondo Bar’el, il messaggio lanciato dall’Iran venerdì scorso tramite il suo ambasciatore all’Onu non sarebbe un avvertimento di una prossima discesa in campo di Teheran.

Despite Escalating Threats, Iran Isn't Rushing Toward a Direct Clash With Israel

Questo il messaggio in questione: l’Iran “ritiene parte di una guerra psicologica la propaganda del regime sionista sull’intenzione di attaccare il Libano ma, se dovesse impegnarsi in un’invasione su larga scala, ne seguirebbe una guerra annientatrice. Tutte le opzioni, compreso il pieno coinvolgimento di tutti i fronti della resistenza, sono sul tavolo”.

Bar’el evidenzia la sottolineatura del messaggio, quando recita che quella di Israele è solo una pressione psicologica su Hezbollah, ma soprattutto rileva che Teheran non ha evocato un suo intervento diretto a difesa del Libano, ma si è proposto piuttosto come coordinatore delle varie fazioni della resistenza (cosa che finora ha evitato, evidenziando anzi la piena autonomia delle milizie sparse nella regione).

Piuttosto, in caso di attacco, l’Iran ha minacciato “l’intensificazione degli attacchi delle milizie sciite contro Israele e contro obiettivi americani, nel caso in cui gli Stati Uniti siano coinvolti nella guerra, l’espansione degli attacchi Houthi contro Israele e, ovviamente, un’offensiva su vasta scala contro Israele da parte di Hezbollah”.

Resta, però, che l’orizzonte di un allargamento della guerra a Teheran non si può escludere, sia per il cenno “tutte le opzioni sono sul tavolo”, al quale Bar’el dà solo un significato evocativo, sia perché Israele non accetterebbe senza reagire un eventuale sostegno esterno di Teheran alla resistenza.

Ma, al di là di tale scenario, Bar’el riferisce che secondo diversi alti funzionari americani e francesi né Hezbollah né Israele vogliono la guerra. “Le stesse fonti sostengono che queste minacce hanno lo scopo di preparare il terreno per i negoziati diplomatici tra Israele e il Libano, che dovrebbero iniziare non appena entrerà in vigore il cessate il fuoco a Gaza, ‘per migliorare le condizioni negoziali di ciascuna parte quando il mediatore americano inizierà il suo compito ‘il giorno dopo’”.

In effetti, ci sono segnali su un possibile cessate il fuoco a Gaza. Ne hanno scritto diversi media israeliani. In tal senso anche l’articolo del New York Times odierno sull’irrigidimento dei generali contro Netanyahu, i quali chiedono la fine delle ostilità, anche a costo di non eliminare Hamas, perché l’esercito si sta logorando. Anche il Jerusalem Post sottolinea “l’abisso” che separa Netanyahu, che vuole andare avanti a tutti i costi, dai generali, la cui priorità è ora la liberazione degli ostaggi (quindi, un accordo con Hamas).

Ma al netto dei segnali in tal senso, la macelleria continua e oggi tocca a Khan Yunis finire di nuovo sotto le bombe, con la popolazione nuovamente sfollata in un’altra zona “sicura”, dove di sicuro a Gaza non c’è niente se non la fame, la sete, il dolore e la morte.

Sullo sfondo, le denunce di nuove atrocità. Di ieri il terribile video di al Jazeera che mostra come le truppe israeliane usino i palestinesi come scudi umani: vestiti come soldati israeliani o seminudi vengono mandati in avanscoperta tra le macerie e nei tunnel perché saltino in aria sulle mine o attirino il fuoco dei cecchini al posto dei soldati di Tsahal…

Potremmo continuare, ma per ora ci fermiamo qui.

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