12 Gennaio 2026

La guerra ibrida contro l'Iran e le minacce di Trump

di Davide Malacaria
La guerra ibrida contro l'Iran e le minacce di Trump
Tempo di lettura: 4 minuti

Proseguono le proteste in Iran, aumentano i morti del regime-change. Il numero di morti, come dimostrano i precedenti, è parte essenziale di queste guerre ibride: occorre una massa critica di vittime tale che, rilanciata dai media mainstream, urga un intervento per difendere il “popolo”.

Poco importa che le bombe cadano sul popolo da “liberare”, il Paese venga depauperato o disgregato come la Libia e i liberatori facciano ascendere al trono personaggi peggiori di quelli destituiti, com’è accaduto in Siria (data in gestione al Terrore) e come potrebbe accadere in Iran, dal momento che Reza Pahlavi, che vorrebbero intronizzare, è figlio del corrotto e sanguinario dittatore che governò per decenni il Paese grazie soprattutto alla Savak, la polizia segreta, la cui bandiera sventola a ogni assise del pretendente al trono, come lamentano gli stessi dissidenti iraniani (The free Iran scholars network).

Quando accenniamo all’importanza del numero delle vittime nell’ambito dei regime-change va specificato che nelle narrazioni ufficiali vengono tutte ascritte alla repressione del governo bersaglio, manipolando la realtà. Sta accadendo anche nel regime-change iraniano, nonostante i video che circolano parlino di una realtà ben diversa.

Sulle violenze, riportiamo la narrazione di un media iraniano. Di parte, da prendersi preso col beneficio del dubbio, come d’altronde i resoconti dei media mainstream che, quando sono in gioco certi interessi geopolitici, soprattutto in Medio oriente, non possono deragliare dalle linee guida ufficiali.

Così su Tansim news: “Rapporti sul campo suggeriscono che i terroristi hanno ucciso persone comuni e membri delle forze di sicurezza utilizzando armi da fuoco e da corpo a corpo e, in alcuni casi, hanno fatto ricorso alla decapitazione, all’asfissia e all’incendio doloso per seminare il terrore […]”.

Terrorists Employ Gruesome Tactics to Instill Fear during Iran Riots

“Le autorità hanno dichiarato che l’obiettivo dei terroristi era quello di massimizzare l’impatto delle loro azioni attraverso la brutalità. ‘Il loro obiettivo era incutere paura e sconvolgere la comunità’, ha dichiarato un portavoce delle autorità competenti. I rapporti hanno evidenziato anche l’impatto psicologico delle tattiche terroristiche sulla popolazione colpita”. Menzogne? Forse. Ma se si ricorda il Terrore scatenato nel corso del regime-change siriano, innescato anch’esso per indebolire l’Iran abbattendo l’alleato regionale, qualche domanda sorge.

Resta che l’ondata di piena delle manifestazioni non si arresta e alle piazze anti-governative si contrappongono quelle in favore del governo, anch’esse sovraffollate.

Situazione fluida, sulla quale incombe il rischio di un conflitto tra Iran e Stati Uniti-Israele, che hanno scatenato questa guerra ibrida contro Teheran. Stavolta Israele sembra attendere l’attacco americano, al contrario di quanto accaduto nella guerra precedente, quando Netanyahu attaccò sicuro del pronto intervento Usa che non arrivò se non quando Tel Aviv decise di chiudere perché i missili di Teheran stavano infliggendo danni imprevisti.

Il pallino è in mano a Trump, che deve decidere come intervenire (l’intervento ad oggi appare inevitabile). Domani si terrà il Consiglio di guerra alla Casa Bianca. Dopo tante minacce, oggi Trump sembra aver ricalibrato la sua posizione, affermando di ritenere che i governanti di Teheran “siano stanchi di essere malmenati dagli Stati Uniti, L’Iran vuole negoziare. Potremmo dover agire prima di un incontro con essi… stiamo coordinando un incontro”.

'They’re tired of being beaten': Iran approached US to renew nuclear negotiations, Trump says

Screenshot

Parole che suggeriscono qualcosa di simile a quanto avvenuto nella precedente guerra: un blitzkrieg mirato, più simbolico che sanguinario, per chiudere la partita rapidamente evitando di innescare una reazione eccessiva di Teheran, che aprirebbe un conflitto alzo zero. Peraltro, il cenno alla preparazione di un incontro segnala un dialogo sottotraccia (oggi Axios: sabato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha contattato Steve Witkoff; parlando ad al Jazeera, Araghchi ha specificato che le comunicazioni sono “ancora in corso“).

Detto questo, l’imperatore resta di un isterismo imprevedibile e tanti sono i ricatti e le pressioni che subisce. E poche, nella sua amministrazione, le figure non consegnate al Credo neocon. Poche illusioni, quindi, solo qualche ineffabile speranza. A quest’ultima viene in soccorso un articolo di Trita Parsi su Responsible Statecraft, secondo il quale Trump eviterebbe un attacco massivo.

Trump Iran As Tehran cracks down, Trump’s likely instincts are to stay out

Ciò perché “la violenza diffusa produce esattamente il tipo di disordine che Trump tende a evitare. Il suo curriculum mostra una preferenza per interventi che appaiono puliti, decisi e a basso rischio. Quando l’azione militare diventa caotica o imprevedibile, si tira indietro”.

In secondo luogo, ormai è chiaro che Teheran considera quanto sta avvenendo una lotta esistenziale. Una logica che si “applicherebbe anche a un attacco statunitense: le risposte limitate e in gran parte simboliche dell’Iran dal 2020 non dovrebbero essere scambiate per passività. Teheran sta segnalando che, se non intravede una via d’uscita, l’escalation – non la capitolazione – è il risultato probabile”.

Inoltre, se è vero che Netanyahu e i neocon spingeranno perché Trump dia seguito alle minacce di intervenire se si registreranno troppe vittime, è vero che questi “ha ripetutamente dimostrato con quanta facilità scarti le dichiarazioni precedenti quando non servono più ai suoi interessi. La sua recente affermazione secondo cui i manifestanti sono stati uccisi a causa di “stampedes” – una descrizione che nessun osservatore credibile, dentro o fuori dall’Iran, sottoscriverebbe – illustra la sua prontezza nel rimodellare le narrazioni per giustificare il disimpegno”.

Per Parsi è “più probabile che Trump esplori un accordo – direttamente con Teheran o con elementi interni all’attuale struttura di potere – piuttosto che scommettere sul collasso del regime”, in linea con quanto “accaduto in Venezuela”.

Infine, sarebbero rivelatrici le dichiarazioni di Trump sul figlio dell’ex Scià: “Ha affermato che non sarebbe stato ‘appropriato’ incontrarlo. La convenienza dipende dalle circostanze e, con il mutare delle circostanze, cambia anche la convenienza. Trump sta essenzialmente affermando di non essere ancora pronto a puntare tutto su un cambio di regime, ma non aspetterà Teheran all’infinito”.

Fin qui Parsi su Trump, ma resta che l’Iran non accetterà compromessi al ribasso. E poi c’è la variabile Israele, motore e beneficiario del regime-change. Tutto sospeso, rischi alti. Peraltro, le reazioni di Russia e Cina alle minacce all’Iran sono soft, ma ciò non vuol dire che stiano a guardare.

 

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