La tregua del Natale 1914: la lettera dal fronte
Tempo di lettura: 6 minutiLa tregua di Natale del 1914, che vide soldati delle opposte trincee fraternizzare, interessò due terzi dell’intero fronte di guerra, coinvolgendo soldati britannici, francesi, tedeschi, belgi. Iniziata in alcune zone alla vigilia di Natale, in altre il giorno successivo, durò per lo più fino al giorno di Santo Stefano. Fu un evento singolare, non tanto per la cosa in sé, dal momento che le tregue natalizie erano parte della tradizione militare, quanto perché si generò spontaneamente, al di fuori delle catene di comando. Ispirò tante opere, tra cui questa lettera di Aaron Shepard; una missiva immaginaria che però riportava fedelmente i resoconti dei soldati al fronte inviati tramite lettere o trascritti su diari, testi riportati nel volume “Christmas Truce” (Secker & Warburg, Londra). Pubblicata su Antiwar, la riportiamo integralmente. Buon Natale a tutti i lettori.
Mia cara sorella Janet,
Sono le due del mattino e la maggior parte dei nostri uomini dorme nelle loro trincee, eppure non potevo addormentarmi prima di scriverti dei meravigliosi eventi della vigilia di Natale. In realtà, quello che è successo sembra quasi una favola e, se non l’avessi vissuto in prima persona, difficilmente ci crederei. Immagina: mentre tu e la tua famiglia cantavate canti natalizi davanti al fuoco a Londra, io facevo lo stesso con i soldati nemici qui, sul campo di battaglia in Francia!
Come ho già scritto, ultimamente ci sono stati pochi combattimenti seri. Le prime battaglie della guerra hanno fatto così tanti morti che entrambe le parti hanno aspettato che arrivassero i rimpiazzi da casa. Quindi, siamo rimasti per lo più nelle nostre trincee e abbiamo aspettato.
Ma che attesa terribile è stata! Sapere che da un momento all’altro un proiettile di artiglieria poteva arriivare ed esplodere vicino a noi, in trincea, uccidendo o mutilando diversi uomini. E alla luce del giorno non osare sollevare la testa da terra per paura del proiettile di un cecchino.
E la pioggia… è caduta quasi tutti i giorni. Naturalmente si accumula proprio nelle nostre trincee, da dove dobbiamo svuotarla con pentole e padelle. E con la pioggia è arrivato il fango, alto almeno trenta centimetri. Schizza e incrosta tutto, e gli stivali ci affondano costantemente. Una nuova recluta ci è rimasta incastrata prima con i piedi e poi le mani quando ha cercato di uscirne, proprio come in quella storia americana del bambino nel catrame!
In tutto questo, non potevamo fare a meno di provare curiosità per i soldati tedeschi che stavano dall’altra parte. Dopotutto, affrontavano gli stessi pericoli che affrontavamo noi e si trascinavano nello stesso fango. Inoltre, la loro prima trincea era a soli cinquanta metri dalla nostra. Tra di noi c’era la Terra di Nessuno, delimitata su entrambi i lati dal filo spinato; eppure erano così vicini che a volte ne sentivamo le voci.
Certo, li odiavamo quando uccidevano i nostri amici. Ma altre volte scherzavamo su di loro e sentivamo quasi di avere qualcosa in comune. E ora sembra che anche loro provassero lo stesso sentimento.
Proprio ieri mattina, la vigilia di Natale, abbiamo avuto la nostra prima bella gelata. Nonostante il freddo, l’abbiamo accolta con favore perché almeno il fango si è solidificato. Tutto si era colorato del bianco dalla brina e un la luce del sole risplendeva dappertutto. Un clima natalizio perfetto.
Durante il giorno ci sono stati pochi bombardamenti o spari da entrambe le parti. E quando è calata l’oscurità sulla nostra vigilia di Natale gli spari sono cessati del tutto. Il nostro primo silenzio assoluto da mesi! Speravamo che potesse promettere una festa pacifica, ma non ci contavamo. Ci avevano detto che i tedeschi potevano attaccare per cercare di coglierci di sorpresa.
Sono andato al rifugio a riposare e, sdraiato sulla mia branda, mi sono addormentato. All’improvviso il mio amico John mi ha scosso per svegliarmi e ha detto: “Vieni a vedere! Guarda che stanno facendo i tedeschi!”. Ho afferrato il fucile, sono barcollato fuori nella trincea e ho sollevato con cautela la testa sopra i sacchi di sabbia.
Non avrei mai immaginato di vedere uno spettacolo più strano e più incantevole. Gruppi di piccole luci brillavano lungo tutta la linea tedesca, a destra e a sinistra, a perdita d’occhio.
“Che cos’è?” ho chiesto sconcertato, e John ha risposto: “Alberi di Natale!”
E era proprio così. I tedeschi avevano piazzato alberi di Natale davanti alle loro trincee, illuminati da candele o lanterne, come fari di buona volontà.
E poi li abbiamo sentiti cantare.
Stille nacht, heilige nacht…
Questo canto natalizio non è familiare a noi della Gran Bretagna, ma John lo conosceva e lo ha tradotto: “Notte silenziosa, notte santa”. Non ne ho mai sentito uno più bello o più significativo di quello ascoltato in quella notte limpida e tranquilla, il cui buio era addolcito dalla luna al suo primo quarto.
Quando il canto finì, gli uomini nelle nostre trincee applaudirono. Sì, soldati britannici che applaudivano i tedeschi! Poi uno dei nostri uomini iniziò a cantare e ci unimmo tutti.
The first Nowell, the angel did say…
A dire il vero, non eravamo minimamente all’altezza dei tedeschi, con le loro armonie raffinate. Ma loro risposero con un applauso entusiasta e poi attaccarono un altro coro.
O Tannenbaum, o Tannenbaum…
Noi abbiamo risposto.
O come all ye faithful…
Stavolta si unirono a noi, cantandolo in latino.
Adeste fideles . . .
Britannici e tedeschi in armonia nella Terra di Nessuno! Non avrei mai pensato che potesse esserci niente di più sorprendente, ma quello che è successo dopo lo è stato ancora di più.
“Inglesi, venite qui!” abbiamo sentito gridare uno di loro. “Voi non sparate, noi non spariamo”. Lì, nelle trincee, ci guardavamo perplessi. Poi uno di noi urlò scherzosamente: “Vieni tu qui”.
Con nostro stupore, vedemmo due figure uscire dalla trincea, scavalcare il filo spinato e avanzare senza protezione attraverso la Terra di Nessuno. Uno di loro gridò: “Mandate un uomo a parlare”.
Vidi uno dei nostri sollevare il fucile e tenerlo pronto, altri fecero lo stesso, ma il nostro capitano gridò: “Fermatevi!”. Poi salì e andò incontro ai tedeschi a metà strada. Li sentimmo parlare e, pochi minuti dopo, il capitano tornò con un sigaro tedesco in bocca!
“Abbiamo concordato che non si tornerà a sparare prima di mezzanotte di domani”, comunicò. “Ma le sentinelle devono rimanere in servizio e tutti voi, rimanete vigili”.
Dall’altra parte, riuscimmo a distinguere gruppi di due o tre uomini che uscivano dalle trincee e venivano verso di noi. Poi alcuni di noi ne uscirono a loro volta e in pochi minuti eravamo nella Terra di Nessuno; più di un centinaio di soldati e ufficiali di entrambe le parti a stringere le mani degli uomini che avevano cercato di uccidere solo poche ore prima!
Di lì a poco è stato acceso un falò e attorno a questo ci siamo mescolati: gli inglesi in kaki e i tedeschi in grigio. Devo dire che i tedeschi erano vestiti meglio, con uniformi fresche di festa.
Solo un paio dei nostri uomini sapeva il tedesco, ma la maggior parte dei tedeschi conosceva l’inglese. Chiesi a uno di loro perché. “Perché molti di noi hanno lavorato in Inghilterra!” disse. “Prima ero cameriere all’Hotel Cecil. Forse ho servito al tuo tavolo!”. “Forse sì!” ho risposto ridendo.
Mi disse che aveva una ragazza a Londra e che la guerra aveva interrotto i loro progetti di matrimonio. Gli dissi: “Non preoccuparti. Ti batteremo entro Pasqua, poi potrai tornare e sposare la ragazza”. Lui rise. Poi mi chiese se potevo mandarle una cartolina che mi avrebbe dato più tardi e io promisi che l’avrei fatto.
Un altro tedesco aveva fatto il facchino alla stazione Victoria. Mi mostrò una foto della sua famiglia a Monaco. Sua sorella maggiore era così bella che gli dissi che mi sarebbe piaciuto incontrarla un giorno. Lui sorrise raggiante e disse che gli sarebbe piaciuto molto, poi mi diede l’indirizzo della sua famiglia.
Anche chi non sapeva parlare la lingua poteva comunque scambiare regali: le nostre sigarette in cambio dei loro sigari, il nostro tè in cambio del loro caffè, il nostro manzo in scatola in cambio della loro salsiccia. Distintivi e bottoni delle uniformi cambiarono di proprietario e uno dei nostri ragazzi se ne andò con il famigerato elmetto chiodato! Io stesso scambiai un coltello a serramanico con una cintura di cuoio da equipaggiamento: un bel souvenir da mostrare al mio ritorno a casa.
Anche i giornali cambiarono di mano e i tedeschi scoppiarono a ridere dei nostri. Ci assicurarono che la Francia era finita e che anche la Russia era stata quasi sconfitta. Rispondemmo loro che era una sciocchezza, e uno di loro disse: “Beh, voi credete ai vostri giornali e noi ai nostri”.
È chiaro che gli avevano mentito, eppure, dopo aver incontrato questi uomini, mi chiedo quanto siano stati sinceri i nostri giornali. Questi non erano i “barbari selvaggi” di cui avevamo letto tanto. Sono uomini con case e famiglie, speranze e paure, principi e, sì, amore per la patria. In altre parole, uomini come noi. Perché siamo stati indotti a credere il contrario?
Mentre si faceva tardi, attorno al fuoco vennero cantate altre canzoni e poi tutti si unirono per – non ti sto mentendo – “Auld Lang Syne”. Poi ci separammo con la promessa di rivederci il giorno dopo, conversando persino su una partita di calcio.
Stavo per tornare in trincea quando un tedesco anziano mi afferrò il braccio. “Mio Dio”, disse, “perché non possiamo avere la pace e tornare tutti a casa?”. Gli dissi gentilmente: “Devi chiederlo al tuo imperatore”. Poi mi guardò con aria indagatrice. “Forse, amico mio. Ma dobbiamo anche interrogare il nostro cuore”.
E allora, cara sorella, dimmi, c’è mai stata una vigilia di Natale simile in tutta la storia? E cosa significa tutto questo, questa impossibile amicizia tra nemici?
Per i combattimenti qui, ovviamente, significa purtroppo poco. Quei soldati possono essere brave persone, ma eseguono gli ordini come noi. Inoltre, siamo qui per fermare il loro esercito e rimandarlo a casa e non potremmo mai sottrarci a questo dovere.
Tuttavia, non si può fare a meno di immaginare cosa accadrebbe se lo spirito che si è mostrato qui fosse percepito dalle nazioni di tutto il mondo. Certo, le controversie sono sempre inevitabili. Ma cosa accadrebbe se i nostri leader proferissero auguri invece di minacce? Canti invece di insulti? Regali invece di rappresaglie? Tutte le guerre non finirebbero all’istante? Tutte le nazioni dicono di volere la pace. Eppure, in questa mattina di Natale, mi chiedo se la desideriamo davvero abbastanza.
Il tuo amorevole fratello,
