19 Settembre 2023

Libia. Le dighe di Derna e la guerra NATO del 2011

Derna dopo la tragedia
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Oltre undicimila morti e più di diecimila dispersi, questo il bilancio provvisorio del crollo delle dighe di Derna. Si accusa il cambiamento climatico, che va bene su tutto, ma il collasso dei presidi idrici corre in parallelo con il collasso della Libia.

“Ci sono delle ragioni per cui la Libia è tanto impreparata ad affrontare una catastrofe. E l’Occidente è profondamente coinvolto in tutto ciò”, scrive, infatti, su Antiwar, rilevando come i media hanno accuratamente evitato di  “menzionare tali ragioni”.

“La Libia –  prosegue Cook – è davvero un disastro, invasa da milizie in lotta, con due governi rivali in lizza per il potere in un’atmosfera generale di illegalità. Anche prima di quest’ultimo disastro, i governanti rivali del paese faticavano ad affrontare la gestione quotidiana della vita dei loro cittadini”.

Infatti, “come ha osservato Frank Gardner, corrispondente per la sicurezza della BBC, la crisi è stata ‘aggravata dalla politica disfunzionale della Libia, un paese così ricco di risorse naturali e tuttavia così disperatamente privo della sicurezza e della stabilità’” elementari.

L’aggressione non provocata della NATO

Il punto, ricorda giustamente Cook, è che la Libia nel 2011 è stata riportata all’età della pietra dall’intervento della Nato, che ha lasciato dietro di sé macerie dalle quali non si è più ripreso.

Un intervento giustificato da ragioni umanitarie, dissero, per rimuovere un dittatore che si accingeva a commettere un massacro, come da allarmi lanciati allora dall’intelligence. Se vero che Gheddafi gestiva un governo accentratore con derive autoritarie, non era certo tra i peggiori del mondo, tra i quali si annoveravano – come adesso – tanti Paesi che la NATO considera amici.

Quanto alle accuse sulla preparazione di un massacro, che convinsero l’Onu ad accogliere la richiesta dei Paesi occidentali di stabilire una no fly zone sulla Libia, è istruttivo quanto riporta Cook, che ricorda come i Paesi occidentali “sostenevano che Gheddafi stesse preparando un massacro di civili nella roccaforte ribelle di Bengasi. La rivelazione orrorifica suggeriva addirittura che Gheddafi stesse ‘armando’ le sue truppe con il viagra per incoraggiarle a commettere stupri di massa”.

“Come nel caso delle armi di distruzione di massa dell’Iraq, tali affermazioni erano del tutto infondate, come concluse la commissione per gli Affari Esteri del parlamento britannico cinque anni dopo, nel 2016. L’inchiesta, infatti, ha rilevato: “L’affermazione secondo cui Muammar Gheddafi avrebbe ordinato di massacrare i civili a Bengasi non era supportata da nessuna prova concreta”. Né nei suoi 40 anni di governo, nonostante l’autoritarismo conclamato, Gheddafi ha mai ordinato “attacchi su larga scala contro dei civili libici”.

Peraltro, nonostante l’Onu avesse solo deliberato la creazione di una no fly zone, l’aviazione della Nato non si limitò a vigilare sui cieli libici, come da mandato, ma supportò a suon di bombe le milizie islamiste affiliate ad al Qaeda che lottavano contro il governo di Tripoli.

La delibera dell’Onu non fu violata solo nei cieli. Infatti, senza alcun mandato, “le truppe occidentali, tra cui le forze speciali britanniche, operavano sul terreno, coordinandosi con le milizie ribelli”. Espugnata Tripoli, ucciso in modo barbaro Gheddafi, la Libia è diventata, uno “Stato fallito”, come si annota nell’articolo di Cook.

Così Cook: “Più di dieci anni fa, la Libia aveva un governo centrale forte, competente, anche se repressivo, sotto il dittatore Muammar Gheddafi. I proventi petroliferi del paese erano utilizzati per l’istruzione pubblica e l’assistenza sanitaria gratuite. Di conseguenza, la Libia aveva uno dei tassi di alfabetizzazione e di reddito medio pro capite tra più alti dell’Africa”.

Il pericolo del contagio

A spiegare i motivi dell’intervento, i cablogrammi segreti delle Cancellerie occidentali rivelati da Wikileaks che “rivelano la grande preoccupazione per l’ostinazione di Gheddafi e per la sua ambizione di costruire gli Stati Uniti d’Africa per controllare le risorse del continente e sviluppare una politica estera indipendente”.

“La Libia ha le più grandi riserve petrolifere dell’Africa. E chi controlla queste, e chi ne trae profitto, è di fondamentale importanza per gli Stati occidentali. I cablogrammi di Wikileaks raccontano come le compagnie petrolifere statunitensi, francesi, spagnole e canadesi fossero state costrette a rinegoziare i contratti a condizioni significativamente meno favorevoli, a un costo di molti miliardi di dollari, mentre a Russia e Cina venivano concesse nuove possibilità per l’esplorazione petrolifera”.

“Ancora più preoccupante, per i funzionari statunitensi, era il precedente che stava creando Gheddafi, che stava diventando un “nuovo paradigma per la Libia e che si sta diffondendo in tutto il mondo, in particolare in un numero crescente di Paesi produttori di petrolio”.

In poche parole il vero pericolo che poneva Gheddafi era il rischio di un “contagio”: se la sua navigazione in solitaria avesse avuto successo, altri Stati avrebbero seguito la sua strada. Lo stesso motivo fu alla base del colpo di Stato in Cile contro Salvador Allende, che intronizzò Augusto Pinochet.

Peraltro, ad irritare ancora di più la NATO, la decisione di Gheddafi di ospitare una base navale russa (per inciso, anche il governo del Sudan, poco prima dell’inizio del recente conflitto, aveva deciso di ospitare una base navale russa: evidentemente tale opzione porta sfortuna).

Tanti, quindi, i motivi per i quali Gheddafi doveva morire. Morto lui, la Libia è precipitata in un abisso dal quale non si è più ripresa. In questo caos, nonostante il disastro delle dighe fosse stato annunciato, non c’era nessuno che poteva recepire in maniera autorevole quell’allarme e provvedere.

Derna: tragedia figlia della guerra NATO 

Come annotava ieri un articolo del New York Times, tante le dighe nel mondo che, costruite decenni fa, sono ormai “vecchie e obsolete” e hanno superato “la data di scadenza”. Nel caos libico come si può immaginare che qualche autorità si prendesse cura di tali presidi?

Così i morti di questi giorni vanno ad aumentare il novero delle vittime della guerra NATO. Dare la colpa al cambiamento climatico è un buon modo di eludere le colpe dei tanti che decisero quell’intervento “illegittimo”, “non provocato” e “brutale” (per usare parole oggi in voga nel conflitto ucraino) e che ancora siedono su scranni importanti, dai quali impartiscono lezioni di democrazia e tanto altro.

Nota a margine. Di recente, la rivelazione dell’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato sul disastro del Dc-9 Itavia di Ustica, che sarebbe stato abbattuto perché si voleva colpire il mig libico che avrebbe dovuto trasportare Gheddafi, che volava sulla scia del velivolo civile.

Ipotesi alla quale aveva lavorato anche il giudice Rosario Priore, che ha visto le sue indagini deviate e rallentate da diverse morti più o meno misteriose, tra le quali quelle dei piloti delle Frecce tricolori deceduti nel disastro di Ramstein (che costò la vita a 70 persone), i quali erano in volo presso i cieli di Ustica in quella notte fatale (vedi Piccolenote). La rivelazione-considerazione di Amato ha suscitato reazioni, anche irrituali.

Domenica un jet delle Frecce tricolori è precipitato a Caselle Torinese, uccidendo una bambina. Un incidente, probabilmente, anche se l’ipotesi che si sia imbattuto in uno stormo di uccelli, messaggio virale ieri riportato dai media come rivelazione decisiva, non ha ancora trovato fondamento, dal momento che il magistrato ha dichiarato che il messaggio non è agli atti, “non sappiamo chi è l’autore e nemmeno se è autentico“.

Una semplice nota di colore, la nostra, per rilevare una nefasta maledizione che sembra aleggiare sul binomio Frecce tricolori – Ustica.

 

 

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