20 Febbraio 2026

Ucraina. I negoziati in stallo e il pressing Usa su Zelensky

di Davide Malacaria
Ucraina. I negoziati in stallo e il pressing Usa su Zelensky
Tempo di lettura: 4 minuti

Il vertice di Ginevra sulla guerra ucraina è andato come da previsioni: poco arrosto, Russia e Usa che dicono che è stato costruttivo ed è stato fissato un ulteriore round. Non c’era da aspettarsi altro data la situazione, in particolare con la crisi iraniana che tiene banco (l’opzione guerra all’Iran brandita da liberal/neocon Usa e Israele rende ancora più difficili sviluppi distensivi su altri fronti).

Però si possono accennare alcuni particolari di qualche interesse. Anzitutto che in concomitanza col vertice è stato rinviato a giudizio l’ex ministro dell’Energia ucraino Herman Galushchenko. Uno sviluppo del caso Mindich, lo scandalo delle tangenti che ha terremotato la leadership ucraina lambendo il presidente, dal momento che Mindich era in affari con Zelensky fin dai tempi in cui esercitava il mestiere di comico (in realtà mai abbandonato).

L’inchiesta aveva causato le dimissioni del potente consigliere di Zelensky Andriy Yermak e, dopo l’allontanamento di quest’ultimo, si era placata, come ricorda Strana, suggerendo che la manovra dell’Ufficio anti-corruzione fosse proprio quella di abbattere Yermak. Secondo Strana, ci sarebbe stato un accordo tra Zelensky e gli inquirenti per chiudere la partita in cambio della testa del suo consigliere.

Ma, dopo una pausa, il motore delle inchieste si è rimesso in moto, facendo rotolare altre teste. Tale dinamica suggerirebbe che l’Ufficio anti-corruzione segua un “copione” e che le pause servirebbero “a dare a Zelensky l’opportunità di fare quanto richiesto” da chi manovra gli inquirenti stessi. E, se Zelensky non è conseguente, l’inchiesta riprende a macinare.

Uno stop and go che vede le opposizioni cavalcare le indagini nel tentativo, scrive Strana, di forzare Zelensky a formare un governo di unità nazionale per accaparrarsi “il controllo dell’energia, della Difesa e di altri settori chiave”. L’altra spiegazione è quella che vede l’amministrazione Trump manovrare “per costringere Zelensky ad accettare concessioni nell’ambito degli accordi di pace, tra cui il ritiro delle truppe dalla regione di Donetsk”.

Delle due, la seconda opzione sembra la più credibile. Lo indica la tempistica che vede le inchieste farsi più incisive quando Zelensky è più pressato a cedere sui negoziati con la Russia.

Ma si tratta di un gioco ambiguo e delicato. Ciò non tanto per la strumentalizzazione degli inquirenti ucraini – una pratica che gli americani usano spesso, sia nei Paesi alleati che altrove – quanto perché le Agenzie Usa che sovraintendono le operazioni per conto dell’amministrazione Trump non possono forzare più di tanto, perché il partito della guerra infinita, che ha come protagonisti i liberal-neocon Usa e la Gran Bretagna, hanno preso contromisure alquanto intelligenti.

Da una parte, tali forze spalleggiano Zelensky sabotando i negoziati e dandogli agio di resistere alle pressioni, dall’altra assecondano le manovre dell’amministrazione Usa avendo escogitato un piano B. Se Zelensky cade hanno una loro alternativa, sostituirlo con l’ex Capo di Stato Maggiore Valery Zaluzhny, attualmente ambasciatore ucraino a Londra.

Anche qui la tempistica non lascia spazi a dubbi: quando la posizione di Zelensky vacilla, Zaluzny torna alla ribalta come possibile protagonista della politica ucraina. È successo anche stavolta: dopo il rinvio a giudizio di Galushchenko, Zaluzhny, da tempo silente, ha fatto sentire ancora una volta la sua voce. In un’intervista all’Associated press ha criticato aspramente il presidente, ricordando quando gli agenti dell’intelligence interna perquisirono i suoi uffici.

Former army chief seen as Zelenskyy’s top rival reveals to AP a rift between them

Un atto “intimidatorio” nei suoi confronti dovuto ai dissapori sempre più aspri con Zelensky, al quale ha anche rinfacciato di aver commesso errori fatali durante la controffensiva ucraina, accusandolo di averla fatta fallire (icastico un sottotitolo dell’intervista: “Un diplomatico con intenzioni politiche?”)

L’amministrazione Trump, almeno la parte che sta con il presidente (non il neocon Marco Rubio, che in realtà rema contro), è consapevole del piano B del partito della guerra e sa che ha buone probabilità di riuscita. Se fanno cadere Zelensky tramite l’Agenzia anti-corruzione, sanno che sarebbe difficile contrastare la candidatura di Zaluzhny alla guida del Paese, che ha dalla sua tanti e potenti sponsor esteri. Tale sviluppo renderebbe praticamente impossibile portare l’Ucraina al tavolo dei negoziati a breve.

Da qui le tante ambasce: da una parte gli Usa possono esercitare pressioni sul presidente, ma senza forzare troppo. Possono solo piegarlo, per interesse, alle ragioni del buon senso, che richiedono sempre più la fine del massacro in corso, non altro.

Per favorire tale sviluppo, dopo le dimissioni di Yermak, hanno chiesto e ottenuto che il ruolo di consigliere fosse appannaggio dell’ex Capo dell’intelligence militare, Kyrylo Budanov, il quale, insieme a David Arakhamia, capogruppo al parlamento del partito Servo del popolo (quello di Zelensky), sta assecondando la spinta a chiudere il conflitto insieme al capo negoziatore ucraino Rustem Umerov (ma senza scoprirsi le spalle: devono guardarsi dall’accusa di voler svendere la patria).

Di interesse notare che, a margine dell’incontro di Ginevra, Umerov e Arakhamia si sono incontrati a porte chiuse, e senza gli americani, per un’ora e mezza con il capo della delegazione russa Volodymyr Medinsky, consigliere di Putin.

Representatives of Ukraine and Russia held a “closed” meeting after trilateral talks

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