Ucraina: il dietrofront dell'Europa e il rilancio del Terrore
Tempo di lettura: 4 minuti“A mio parere, Putin non intende scatenare una guerra mondiale su vasta scala contro la NATO”. Così il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius. Dopo aver detto che la Germania deve essere pronta ad affrontare la Russia nel ’29, specificando: “Ci sono segnali premonitori, non si tratta solo di scenari astratti: la Russia si sta preparando per un’altra guerra” e che quella del 2025 potrebbe esser stata l’ultima estate pacifica dell’Europa, ha ritrattato.
Un segnale che, insieme ad altri, anzitutto l’apertura di Macron a un rinnovato dialogo con la Russia, indica che il pressing americano sull’Europa – che si è cristallizzato nel durissimo post di Tulsi Gabbard nel quale il Capo dell’intelligence nazionale accusava la leadership della Ue di “alimentare l’escalation bellica” per trascinare gli Usa in una “guerra diretta contro la Russia” – inizia ad aver ragione sulla follia dilagata nel Vecchio Continente in questi ultimi tempi.
Sono ancora segnali, non una convinzione consolidata, da cui la cautela riguardo le conseguenze sulle trattative di pace che negli ultimi giorni si sono fatte più serrate, altro segnale positivo. Ma gli attentati a Mosca, quello dl 22 dicembre che ha ucciso un generale e quello di ieri che ha ucciso due agenti della polizia stradale e un civile, indicano che il partito della guerra globale prosegue nella sua campagna.
Ma l’uso del Terrore più che una dimostrazione di forza appare un segnale di debolezza. Certo, il partito della guerra vuole dimostrare che può colpire impunemente nel cuore della Russia – e qui va specificato che l’intelligence ucraina non ha tali capacità, da cui il necessario ausilio di intelligence straniere – ma sperare che tali azioni dimostrino la debolezza di Mosca, e che quindi si può continuare la guerra perché non è ancora persa, o che la Paura induca i leader di Mosca o l’opinione pubblica russa ad addivenire a più miti consigli è semplicemente sciocco.
Né serve a prendere tempo, ché il tempo ormai per l’Ucraina si è fatto breve: il fronte si sta sfaldando a un ritmo sempre più sostenuto e il collasso delle forze ucraine, evocato nell’ultimo consiglio di sicurezza russo dal ministro della Difesa Andrei Belousov, incombe sempre più da presso.
D’altronde, le cancellerie europee sono perfettamente consapevoli da tempo di tale rischio, tanto che hanno tentato in tutti i modi di convincere gli Usa e la Russia ad accettare un cessate il fuoco sulla linea del fronte per aver modo di riorganizzare il sempre più provato esercito ucraino.
Ecco, gli attentati a Mosca hanno esattamente lo scopo di coprire tale realtà. E corrono in parallelo a una rinnovata spinta propagandistica sulle magnifiche sorti e progressive della guerra per procura dell’Ucraina contro la Russia.
Così il 22 dicembre la democratica Jeanne Shaheen e il repubblicano Mitch McConnell vergavano un articolo del Washington Post dal titolo: “La Russia non sta vincendo. Putin vuole ingannarvi”. Una nota alla quale seguiva a stretto giro di posta, sempre sullo stesso media, quella di John Bolton, il bellicoso ex Consigliere per la sicurezza nazionale Usa, dal titolo: “Come l’Occidente sta perdendo l’Ucraina senza perdere una battaglia”; sottotitolo: “La timidezza dell’UE e la diplomazia filorussa di Trump stanno spostando la guerra a favore di Mosca”.
Articoli che seguono quello del New York Times del 19 dicembre nel quale si dava conto del nuovo finanziamento della Ue a Kiev per esaltare il post in cui Zelensky scriveva: “Per noi questo è un rinforzo. È un segnale per i russi che non ha senso per loro continuare la guerra perché abbiamo il sostegno finanziario e, quindi, la prima linea non crollerà” (cenno quest’ultimo al quale si può applicare il motto latino: excusatio non petita accusatio manifesta).
La guerra ucraina ci ha abituati a questa manipolazione mediatica della realtà, dal momento che narrazioni similari l’hanno accompagnata fin dall’inizio. Se li segnaliamo come qualcosa di nuovo è perché da tempo sui media americani tale retorica è scemata, spesso rimpiazzata da annotazioni più realistiche che fotografavano le enormi difficoltà dell’Ucraina, così che tale recrudescenza segnala un rilancio del partito della guerra.
Un rilancio che ricorda altri del passato, in particolare quello che ha accompagnato il tentativo di golpe di Yevgeny Prigozhin (l’unica vera carta in mano alla Nato per vincere la guerra, tanto che il suo fallimento ha coinciso con la sconfitta dell’Alleanza, vedi Piccolenote), e la controffensiva ucraina nella regione russa di Kursk.
Ma le tragedie hanno il vizio di ripetersi in forma di farsa, così che l’ultimo rilancio non si è accompagnato a una controffensiva reale, sebbene perdente in partenza, come quella di Kursk, ma alla più ridicola messinscena di Kupyansk, quando, una decina di giorni fa, Zelensky ha pubblicato un video dalla città che i russi dicevano di aver occupato per smentirli e annunciare al mondo una rinnovata spinta bellica ucraina, spiegando che quella iniziale controffensiva aveva avuto come primo esito di circondare alcune centinaia di fanti russi.
Una farsa durata un giorno, e forse anche inscenata, almeno a stare a quanto raccontavano tanti blogger, dato che Kiev ha dovuto poi ammettere che la città era caduta. La farsa sta finendo, l’Ucraina e suoi sponsor sono chiamati a fare i conti con la dura realtà e con un’amministrazione americana sempre più infastidita delle manovre per sabotare le trattative.
Ormai il conflitto europeo per gli States è un peso per la sua politica estera. Deve chiuderlo, sia per dare a Trump un successo politico da ostentare alle midterm sia per poter concentrare altrove le sue risorse, che peraltro questa guerra ha logorato più di quanto abbia logorato quelle russe. Bizzarra eterogenesi dei fini.


