Ucraina. Yermak, finora principale ostacolo ai negoziati, si dimette
Tempo di lettura: 4 minutiAndriy Yermak, il capo dello staff presidenziale e l’uomo più potente di Kiev, si è dimesso, o è stato rimosso dall’incarico che dir si voglia, dopo la perquisizione degli inquirenti dell’Ufficio anti-corruzione presso la sua abitazione. Perquisizione avviata perché si voleva aumentare la pressione sul principale oppositore dei negoziati con la Russia, affinché Kiev ceda.
Lo evidenzia anzitutto la cronologia, che vede l’iniziativa degli inquirenti prodromica alla visita dell’inviato Usa Daniel Driscoll, che ha già esercitato pressioni in tal senso nel suo precedente viaggio a Kiev.
Ma se questo è chiaro, incerto è l’esito. Infatti, Strana, a perquisizione in corso, prospettava alcuni distinti scenari. Zelensky, privo del suo capo staff, potrebbe rimanere di fatto senza più poteri (dal momento che era Yermak a gestire tutto) anche se formalmente potrebbe rimanere in carica.
In questo caso, due gli scenari prospettati da Strana: a prendere il potere potrebbe essere “la fazione del Servitore del Popolo [il partito di Zelensky ndr] guidata da David Arakhamia”, con il governo attuale ancora in carica con qualche aggiustamento; oppure, la “coalizione anti-Zelensky”, formata da Petro Poroshenko e i parlamentari vicini agli organi da cui fluiscono i finanziamenti per media e politici (più o meno eterodiretti) “potrebbero riuscire a dividere il partito del Servitore del Popolo per formare una nuova maggioranza sfiduciando” il governo.
L’opzione che sembra aprire più opportunità ai negoziati appare quella del cambio di cavallo a favore del partito di Zelensky. In questo caso forse potrebbe salvare la pelle anche Rustem Umerov, il capo del Consiglio di sicurezza, dal momento che, come scrive il Guardian, “è noto che alcuni esponenti della Casa Bianca di Trump preferiscono rapportarsi” a lui.
Ma resta grande l’incertezza, anche perché tali scenari hanno subordinate, come ad esempio quella che neocon Usa e “volenterosi” europei, perso Yermak sul quale hanno puntato finora, possano puntare su altre marionette (peraltro, possono sempre giocare la carta Zaluzny, l’ex Capo di Stato Maggiore ora ambasciatore a Londra); o addirittura che Zelensky possa essere eliminato dalla scena politica (e non solo).
Quel che però le dimissioni-allontanamento di Yermak sembrano dire con relativa certezza è che è fallito il piano di una controffensiva contro l’Ufficio anti-corruzione, predisposto da tempo dallo stesso Yermak, che prevedeva di prendere di mira gli inquirenti con accuse di tradimento a favore della Russia (modalità con cui Kiev finora ha eliminato le opposizioni o i personaggi scomodi). L’Ufficio anti-corruzione si è mosso prima, vanificando il piano e ora è più forte di prima.
In attesa degli eventi, appaiono interessanti due articoli dell’American Conservative. Sul primo, Jude Russo scrive: “Un aspetto che non viene spesso considerato dai sostenitori del realismo [cioè da chi spera nei negoziati ndr] è che una vittoria della Russia con la forza delle armi sarebbe politicamente catastrofica per Trump. Ecco perché, finché la guerra è in corso, sarà molto difficile per Trump tagliare la corda e andarsene; ed è anche il motivo per cui, a lungo termine [o anche a breve ndr], il presidente dovrà imporre una sorta di accordo”. E, sebbene l’attuale piano presenti criticità, “gli altri possibili futuri offerti al momento produrrebbero dei disastri politici”.
In un altro articolo, firmato da Andrew Day, si annota: “Il piano di pace di Trump è il più equilibrato che l’Ucraina possa realisticamente sperare, dato lo slancio della Russia sul campo di battaglia. Ciononostante, Zelensky potrebbe non avere il margine di manovra politico per accettarlo, perché rischierebbe una rivolta dei nazionalisti intransigenti. Un’idea che ho sentito mentre ero a Kiev il mese scorso è che Zelensky abbia bisogno che Trump faccia il cattivo e lo costringa ad accettare un accordo”.

Day smonta poi le critiche più ricorrenti al piano Usa. Anzitutto sul ritiro dal Donbass. Vero, si prevede che le forze ucraine si ritirino da alcune zone della regione di Donetsk ancora sotto il loro controllo, ma “la Russia sta comunque inghiottendo quel territorio e prima o poi lo conquisterà tutto, se la guerra continua. Il piano Trump offre all’Ucraina qualcosa di meglio, trasformando questo territorio in una ‘zona cuscinetto neutrale e demilitarizzata’ dove le forze russe non potrebbero entrare”.
Ancora più interessante quanto scrive sull’obiezione abusata riguardo il limite massimo che il piano prevede per le forze ucraine, 600mila effettivi, che ne limiterebbe la libertà. In realtà, si tratta di “più del doppio di quelli che aveva quando la Russia ha invaso […] e sono probabilmente più numerosi di quanto l’Ucraina schiererebbe in tempo di pace. A proposito, qualcuno crede davvero che Putin – i cui obiettivi di guerra comprendono la ‘smilitarizzazione’ dell’Ucraina – sia l’autore di questa disposizione o sia stato felice di apprenderla?”
Quanto alla sovranità dell’Ucraina, che secondo i detrattori del piano sarebbe in pericolo perché Kiev verrebbe privata di parte del territorio, Day scrive cose interessanti, ma evita lo scenario che produrrebbe la guerra ad libitum fino all’ultimo ucraino prospettata dai fautori delle guerre infinite: la sparizione dell’Ucraina dalle carte geografiche.



