8 Febbraio 2023

Zelensky, commissariato dagli USA, si rilancia a Londra

Zelensky con re Carlo III d'Inghilterra. Zelensky, commissariato dagli USA, si rilancia a Londra
Tempo di lettura: 4 minuti

Zelensky visita “a sorpresa” Londra, nella quale gli sono stati riservati onori del tutto singolari: un discorso al Parlamento e un incontro con il re Carlo. Ma sono proprio questi particolari a suscitare domande.

Zelensky era reduce dalla ingloriosa ritirata di Sanremo, dove la sua apparizione è stata cancellata in favore di un meno mistico messaggio. Una diminuitio che certo non può esser farina del sacco italiano, ma frutto di un suggerimento autorevole, presumibilmente giunto da oltreoceano, secondo i meccanismi oleati che regolano i rapporti tra l’Impero centrale e le colonie.

Il rilancio inglese

Una ritirata avvenuta subito dopo la notizia della defenestrazione del ministro della Difesa ucraino, al quale succede il capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov, fresco di un’intervista al Wall Street Journal. Dopo un anno nel quale l’amministrazione Usa ha più volte mostrato insofferenza verso le trovate del comico ucraino prestato alla politica, gli americani hanno deciso di commissariare la gestione del conflitto e forse lo stesso Zelensky.

Ultimo motivo di insofferenza la gestione della difesa di Bakmuth, che il Pentagono aveva chiesto di abbandonare perché, circondata, è ormai indifendibile, ma che Zelensky ha voluto difendere a tutti i costi, mandando al macello i soldati ucraini.

I media russi parlano di ragazzini mandati al fronte, di come un soldato di leva ucraino mandato a Bakmuth abbia una durata media di vita di 4 ore, ma potrebbe essere solo propaganda. Resta, però, il commento di un ufficiale ucraino: “Lo scambio delle nostre vite con le loro favorisce i russi. Se continua così, potremmo esaurire le risorse umane” (Wall Street Journal). Peraltro, se anche il New York Times, dopo mesi di trionfalismo, ha dovuto registrare le tragiche difficoltà dell’esercito ucraino…

Commissariare Zelensky

Il giro di vite americano su Zelensky, come spiega Frank Wright su Lifesite discende anche dalle nuove preoccupazioni americane riguardo la guerra, che ora temono di perdere o che comunque non favorisca la loro politica imperiale. Da cui la necessità di trovare una via di uscita (sul punto rimandiamo anche a Piccolenote).

Per questo Zelensky è corso a Londra e per questo la Gran Bretagna gli ha riservato tributi senza pari, dal momento che la prospettiva del Regno Unito riguardo la guerra è sovrapponibile a quella dei falchi Usa: si vuole che la guerra per procura contro la Russia diventi una guerra infinita come altre precedenti (Libia, Siria etc).

Sul punto basta ricordare che fu il premier britannico Boris Johnson a correre a Kiev per impedire che siglasse la pace con la Russia. Così la visita di Zelensky a Londra serve a rilanciare le prospettive della guerra.

Ma dovrà tornare in patria, dove lo hanno commissariato. Da notare un particolare non secondario sul punto. Tanti, a iniziare da Isaac Tharoor, che ne ha scritto per primo sul Washington Post, hanno descritto la visita del Capo della Cia a Kiev di inizi gennaio come burrascosa per Zelensky. William Burns avrebbe avvertito il presidente ucraino di non tirare troppo la corda, avvertendo che gli aiuti Usa erano in esaurimento.

Il nuovo capo della Difesa ucraino era il capo dell’Intelligence militare. E tra intelligence ci si intende. Fuor d metafora, Burns ha messo un suo fidato a gestire l’esercito ucraino, affinché tiri fuori KIev dal pasticcio in cui è stata ficcata dall’ex comico etero-diretto. L’iniziativa londinese, rilanciando la sfida, rappresenta quindi anche una dichiarazione di guerra alla Cia e allo stesso Biden.

Nulla di personale, solo interessi. È interesse della Gran Bretagna, infatti, che l’Europa sia sotto pressione per la guerra o addirittura divenga terreno di scontro di una guerra di ampia scala. Londra, infatti, rischia di veder svaporare la sua influenza internazionale. Il ridimensionamento ulteriore dell’Europa gli consentirebbe di alimentare la speranza di restare una potenza di primo livello.

Il Nord Stream 2 buttato giù dagli Usa

Intanto, Samuel Hersh sul Sunday Times fa lo scoop, descrivendo come a buttare giù il Nord Stream 2 siano stati gli Stati Uniti (avrebbe dovuto metterci anche Londra, ma tant’è, forse il Times non l’avrebbe pubblicato). Nulla di nuovo, ne avevano scritto al tempo, anche se con meno dettagli. Ma il fatto che a scriverne sia un premio pulitzer e su uno dei media più autorevoli del mondo è cosa seria.

Crea un cuneo tra Usa e Germania, e forse con l’intera Europa, e smaschera tutte le bugie dette finora sulla vicenda, gettando un’ombra sull’insieme della propaganda di guerra, mai così fallace come l’attuale.

Il punto è che un tempo anche le menzogne di guerra, inevitabili, dovevano esser costruite con certa attenzione, dovendo essere riprese da una stampa che, pur restando nei ristretti limiti del patriottismo, conservava una sua indipendenza, un senso critico e un parallelo senso del limite.

Oggi che i fautori della guerra possono contare su una stampa trasformata in semplice cinghia di trasmissione del potere, con il solo il compito, a parte eccezioni che confermano la regola, di fare da cassa di risonanza dei bollettini ufficiali, non si preoccupano affatto di propalare narrative che non hanno né capo né coda, come accaduto per il Nord Stream 2, che i russi si sarebbero distrutti da soli. Così è se vi pare.

Resta la domanda riguardo la contemporaneità della visita di Zelensky a Londra e la rivelazione sul Nord Stream 2. Può essere una semplice coincidenza, può essere anche che, nonostante la buona fede di Hersh, la Gran Bretagna abbia in tal modo lanciato un avvertimento agli Usa, minacciando che, se si tirano indietro, sono pronti a gettare  il partner nel fango nella logica muoia Sansone e tutti i filistei. Ad oggi propendiamo per la prima ipotesi, ma lasciamo aperta la possibilità che la seconda ipotesi abbia un fondamento. Vedremo.

Mondo
19 Luglio 2024
Ucraina: la guerra inglese
Mondo
18 Luglio 2024
Il Covid di Biden