12 Ottobre 2016

La grazia che precede

La grazia che precede
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«Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia, Signore, perché, sorretti dal tuo paterno aiuto, non ci stanchiamo mai di operare il bene». Questa orazione colletta che i sacerdoti sono stati chiamati a recitare nella celebrazione eucaristica della scorsa domenica era particolarmente cara al cuore di don Giacomo Tantardini, che infatti la riprendeva sempre durante l’omelia, quando gli capitava di recitarla a sua volta.

 

E ciò perché tale orazione accenna al punto focale sul quale poggia tutta la fede cristiana, ovvero la precedenza della grazia del Signore al nostro agire.

 

La grazia viene prima del nostro povero, inutile, operare (il “servo inutile” del Vangelo). Non solo per importanza, per gerarchia, per ordine.  Cosa che viene ammessa anche dal più pelagiano dei fedeli, dei teologi o degli ecclesiastici, che certo non possono negare l’infinita distanza tra creatore e creatura.

 

Ma viene prima proprio come dinamica, come cronologia. Se prima il Signore non tocca il cuore, l’uomo non si muove. Non può operare il bene, come accenna l’orazione. Meglio, come specifica l’orazione, non può operare il bene senza stancarsi, e quindi rinunciarvi per inseguire altro.

 

Così è degli sforzi umani, che affaticano. Anche quelli più buoni e in apparenza caritatevoli stancano il cuore di chi opera e non portano conforto a coloro che sono terminali di tale sforzo. Meglio, portano al massimo il sollievo dell’umana solidarietà, che pur più che apprezzabile (e comunque benedetta dal Vangelo), è tutt’altra cosa della consolazione che arreca la carità.

 

Certo, anche sul punto è difficile a fedeli, teologi ed ecclesiastici negare del tutto e in maniera recisa tale precedenza cronologica. Ma troppo spesso capita venga percepita come limitata nel tempo: una volta che la grazia tocca il cuore, il resto sta all’uomo, alla sua volontà e alla sua opera.

 

Anche qui l’orazione colletta è invece decisiva in senso opposto: quel “sempre” è avverbio ineliminabile di questa santa equazione, di questo divino meccanismo che non stanca, anzi fa riposare. Non consuma le umane energie, ma le corrobora. Sempre, cioè in ogni istante.

 

Così la precedenza della grazia non è un meccanismo che preveda un primo motore immobile che avvia un moto autonomo e autosufficiente. Peraltro sarebbe davvero cosa ben triste un cooperare al bene che prescinda da un vincolo necessario e continuo con il Signore. Un vincolo vibrante carità.

 

Un legame di carità che più che di affaticati sforzi vive di umile preghiera. Come quella bellissima di Michelangelo Buonarroti, riproposta anch’essa più volte da don Giacomo ai suoi, che nelle Rime descrive in maniera unica il mirabile, perché divino, meccanismo di cui sopra:

 

«Ma che poss’io, Signor, s’a me non vieni con l”usata ineffabil cortesia?».

 

Nella foto, la Maddalena penitente, Caravaggio

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