31 Agosto 2015

Notes, 31 agosto 2015

Notes, 31 agosto 2015
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«Una mattina uggiosa e feriale sono andato alla basilica di Saint-Denis, dove riposano in pace i re di Francia e la Francia sembra non trovare pace, lì nella banlieue brutta e cattiva di Parigi. La via di fronte già affollata, come una Via del Corso dopo un trattamento Houellebecq. Ma quella mattina d’agosto c’era troppo torpore anche per gli sguardi in tralice agli intrusi europei».

 

«Dentro Saint-Denis, la cappella del Santissimo è appena entrati, a sinistra, perché il resto è quasi tutto un museo. Nella cappella del Santissimo c’erano delle donne, africane, asiatiche, che pregavano. Qualcuna in ginocchio. Neanche poche per la mattina feriale e uggiosa. Nella cappella accanto, sempre lì nell’angolo per non disturbare, sotto una bella Madonna col Bambino c’erano i lumini accesi, colorati come in una chiesa di periferia, che in un museo non te ne aspetti così tanti».

 

«Un ragazzo africano era in ginocchio. Così che lì, nel mausoleo alla Cristianità che fu, dove ci sono sdraiate sulle loro tombe le effigi dei re che la Storia s’è portati via, e i turisti sorridono perché alcuni hanno le mani giunte e alzate, anche da morti, chissà per pregare quale Dio, lì dove adesso di europei passano solo i turisti, pochi, viene in mente il Vangelo, “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. E che forse il cristianesimo in Francia non è morto, finché loro, gli stranieri, pregano a Saint-Denis».

 

È un articolo di Maurizio Crippa, pubblicato sul Foglio del 25 agosto. Lo riportiamo perché accenna, con delicatezza e senza supponenti assertività, a due temi di stretta e dolorosa attualità: quello dei migranti e quello della scristianizzazione.

Tematica complessa quella dei migranti, che va inquadrata e focalizzata in ben altro modo; e però l’aspetto messo a fuoco da Crippa è bello e intelligente. Una tragedia, quella dei migranti, che ai cristiani è chiesto di affrontare tenendo conto (e non obliterando come non esistesse, come troppo spesso accade) il comandamento evangelico che chiede di amare il prossimo come se stessi (né è data la specifica che il prossimo debba essere un cristiano…).

 

Così che in fondo, e anche all’inizio, i richiami accorati di Francesco sul punto non fanno altro che ribadire tale tratto essenziale del cristianesimo (oltre al comandamento che chiede di non uccidere, ché tale sarebbe l’esito di politiche volte al mero respingimento). Ma torneremo su tale fenomeno, la cui complessità merita maggiore approfondimento (né risolve la sola accoglienza).

 

Quanto al tema della scristianizzazione, piace l’accenno, meglio lo sguardo, di Crippa a questi migranti, magari di seconda o terza generazione, in ginocchio. Un fenomeno, quello della scristianizzazione, che non riguarda solo la Francia. Oggi come allora, nonostante i tanti e positivi cambiamenti portati dal Pontificato di Francesco, vale la realistica frase di Benedetto XVI, il quale più volte ha ripetuto come  «in vaste zone della terra la fede corre il pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più alimento».

 

Iniziative originali o progetti pastorali all’avanguardia da tempo in opera nella fabbrica ecclesiale occidentale si sono rivelati tragicamente inadeguati a ravvivare  tale fiamma, anzi hanno contribuito attivamente all’esito attuale. Né può essere diversamente: la fede è un dono, non una intelligente, o “simpaticistica” (felice termine coniato da un amico), costruzione umana. E i doni del Signore si chiedono nella preghiera. Come è evidente nell’immagine icastica di questi migranti, o figli di migranti, in ginocchio in una chiesa-museo un tempo cuore pulsante della cristianità occidentale.

 

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