6 Dicembre 2017

La guerra dell'ambasciata Usa

La guerra dell'ambasciata Usa
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Una bomba atomica: questo l’effetto dell’annuncio della decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme, passo che implicitamente sembra riconoscere la città come capitale di Israele.

E rischia di fare altrettanti morti in giro per il mondo, stante l’aumento della conflittualità che determinerà tale improvvida iniziativa. Tante, infatti, le proteste del mondo arabo e islamico, destinate ad aumentare di intensità.

In un articolo della Repubblica, firmato da Francesca Caferri, Federico Rampini e Alberto Stabile, si spiega che il prossimo annuncio potrebbe esser legato a una qualche concessione agli arabi.

Trump, infatti, «pur dichiarando il riconoscimento formale di Gerusalemme come capitale, rinvierà lo spostamento dell’ambasciata a una data da definirsi. La Casa Bianca parla di acquistare un terreno ad hoc: un accorgimento che può far slittare l’apertura di anni».

Un’ipotesi vaga, che apre a una qualche possibilità di revoca futura da parte di un altro presidente o dell’inserimento della nuova dislocazione della legazione in un discorso di più ampia portata, magari attraverso un negoziato con la parte palestinese, che oggi appare del tutto avversa.

È l’idea del piano di pace saudita, un disegno realizzato tra Tel Aviv, Washington e Ryad che prevede la soluzione del dramma dei palestinesi attraverso una decisione calata dall’alto, che difficilmente incontrerà il favore degli apparenti beneficiari dell’iniziativa, a meno di imprevisti e di negoziati ulteriori.

Ma le proteste non provengono solo dal mondo arabo. Durissimo Abraham Yeohshua, intervistato sulla Repubblica da Antonello Guerrera: «Trump non sa di cosa parla. Gerusalemme è già la nostra capitale e non abbiamo bisogno di lui per saperlo. Così facendo, combina solo guai. Sarebbe l’ennesimo ostacolo alla pace tra israeliani e palestinesi. Una pace che dovranno raggiungere i due popoli, senza influenze esterne deleterie».

Interessante anche quanto spiega in altra parte dell’intervista, quando nota che l’annuncio cade proprio in un momento favorevole per il rilancio dei negoziati tra i due popoli: «Dopo il recente riavvicinamento tra Hamas e Anp, il presidente palestinese Abu Mazen avrebbe potuto moderare gli estremismi di Gaza e intraprendere un vero percorso di pace».

Già, questo è uno dei punti nodali della vicenda: il riposizionamento dell’ambasciata Usa cade come una bomba sull’accordo tra le varie anime palestinesi. L’effetto è che invece rafforzerà gli estremisti, isolando le voci moderate e lasciandole preda degli ultras.

Non solo i palestinesi: anche nel variegato mondo arabo, che non brilla certo per compattezza, sarà alquanto difficile ai governanti tenere a bada gli estremisti che si annidano nel corpo sociale dei loro Paesi.

Questa peraltro è la ragione per cui i sauditi, che pure sono legati a filo doppio con i neocon che hanno suggerito lo strappo dell’ambasciata, protestano insieme agli altri leader politici arabi: potrebbero infatti restare isolati.

Anche papa Francesco ha fatto sentire la sua voce, chiedendo sia rispettato lo «status quo». I patriarchi e i vescovi delle Chiese cristiane a Gerusalemme hanno scritto una lettera chiedendo al presidente americano di ripensarci. Pare che Trump abbia messo d’accordo tutti…

Quello dell’ambasciata Usa in Israele non è certo l’ultimo strappo di Trump. Come in altre occasioni, il presidente americano ha «dimostrato di essere bravissimo ad accendere micce ma non a spegnere gli incendi», come da dichiarazione di Marina Ottaway, del Wilson Center, ai cronisti della Repubblica.

Questa la conclusione dell’articolo di Repubblica: «Nell’incendio che oggi potrebbe divampare l’unico pompiere all’orizzonte ha le fattezze del presidente russo Vladimir Putin, uscito trionfante dalla campagna di Siria e capace di dimostrarsi un interlocutore valido per Paesi diversi come Israele, la Turchia, l’Egitto e il Qatar. A lui più che a ogni altro Trump sta consegnando i destini della regione più instabile del mondo».

Sarà vero, forse, in prospettiva, al momento il presidente russo non parla. Aspetta. Putin al tempo aveva provato a prevenire la decisione di Trump, peraltro divulgata in campagna elettorale, offrendo a Israele di spostare l’ambasciata russa a Gerusalemme Ovest. Offerta rifiutata, ma che poteva aprire spiragli.

Una offerta che potrebbe offrire una via di uscita alla controversia attuale: se il terreno che sarà scelto per l’ambasciata Usa sarà ubicato a Gerusalemme Ovest (peraltro un’ipotesi probabile, dal momento che posizionarla nella zona araba sarebbe una sfida più che inutile), potrebbe nel tempo coincidere con l’idea russa, che non esclude la possibilità di Gerusalemme capitale di due Stati. Ma anche questa al momento è solo una ipotesi vaga.

Nell’attesa, riportiamo la notizia che il Segretario di Stato Rex Tillerson ha smentito in maniera forte e categorica le voci sulle sue dimissioni. Voci che ritornano costantemente, e che stavolta sembravano più fondate che mai. Evidentemente c’è chi alimenta queste campagne nella speranza di fiaccarlo e farlo fuori.

La smentita di Tillerson è una buona notizia per il mondo. C’è ancora un giudice a Berlino. Ma non basta a tranquillizzare in un momento tanto critico.

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