18 Dicembre 2017

L'Isis d'Asia

L'Isis d'Asia
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Ieri il Pakistan, oggi l’Afghanistan: l’Isis mette a segno due attentati in due giorni nel cuore dell’Asia. Nove i morti ieri in un attacco compiuto contro una chiesa metodista di Quetta, mentre ancora da definire il bilancio di un attacco a un centro di addestramento dei servizi segreti di Kabul.

L’Agenzia del Terrore ha rivendicato entrambi i colpi attraverso la sua agenzia di informazione, Amaq. La reiterazione dei colpi breve distanza di tempo mira a enfatizzare la portata dell’attacco, a dare un segnale forte che l’Isis, nonostante sia stato sconfitto in Siria e Iraq, è ancora in piena attività.

Gli obiettivi prescelti vogliono da una parte ribadire la natura satanista del Terrore, da qui l’obiettivo di un luogo sacro quale una chiesa, e dall’altra rilanciare lo scontro di civiltà, oggi un po’ in declino, stante che la macelleria made in Isis negli ultimi mesi ha lavorato su obiettivi islamici.

Rilanciare la narrativa di uno scontro tra islamici e cristiani per il Terrore è essenziale: attaccando gli islamici, come ha fatto negli ultimi mesi, rende evidente la sua vera natura, che è appunto satanista, quindi avversa anche all’islam tradizionale.

Il disvelamento di tale natura rischia di alienargli le simpatie di parte delle masse islamiche, la parte residuale consegnata al radicalismo, che rappresenta il brodo di coltura nel quale pesca folli da pervertire al suo credo assassino.

Attaccando una sede dei servizi di informazione afghani, invece, l’Agenzia del Terrore mira semplicemente a rendere meno efficaci le forze che lo contrastano, in questo caso l’intelligence di un Paese islamico.

Il fatto che abbia prescelto obiettivi asiatici non è un caso: l’Isis, sconfitto ma non domato del tutto in Medio oriente, sta tentando di aprirsi varchi in Asia, per arrivare a ridosso di Russia e Cina, obiettivi primari del Terrore.

La Russia perché l’ha sconfitta in Siria e resta il suo principale quanto irriducibile antagonista. La Cina perché alleato indispensabile della Russia (senza l’aiuto economico di Pechino, Mosca sarebbe crollata sotto il peso delle sanzioni occidentali).

Ma anche perché se vuole destabilizzare l’Asia, condizione ideale per la crescita e l’agibilità del terrorismo, l’Isis deve colpire il Paese che più si spende per la stabilizzazione del Continente, opera che Pechino ritiene essenziale per lo sviluppo della nuova Via della Seta, colonna portante della sua proiezione globale.

L’attivismo asiatico dell’Isis non è una novità. Ma certo, il doppio attentato di questi giorni sembra teso rilanciare la sfida in quella direttrice.

Solo una settimana fa i ministri degli Esteri di Russia, Cina e India avevano dato vita a un vertice volto a contrastare l’azione terroristica in Asia (sul punto vedi Piccolenote).

Probabile che la cronologia dell’evento non fosse affatto casuale, e che i tre Paesi fossero consapevoli del rinnovato attivismo asiatico dell’Isis.

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