Gaza: Israele sta rimuovendo le tracce del genocidio
Tempo di lettura: 3 minutiIsraele sta rimuovendo milioni di tonnellate di macerie della Striscia senza fornire alcun dettaglio sull’operazione e senza una supervisione indipendente. Così Israele sta cancellando le prove del genocidio palestinese. È quanto denuncia l’ultimo rapporto di Euro-Mediterranean Human Rigths Monitor: “La rimozione sistematica delle macerie a questo ritmo nasconde le prove di crimini spaventosi commessi da Israele a Gaza, in particolare quelli legati al genocidio, come le esecuzioni sommarie e l’uccisione di civili disarmati”.
Infatti, tra le macerie dei 200mila edifici distrutti dai bombardamenti israeliani giacciono i “dispersi”: uomini, donne e bambini palestinesi di cui si sono perse le tracce durante i 34 mesi di massacri. Ufficialmente sono 11.200, fantasmi le cui famiglie non hanno mai smesso di chiedere notizie. In realtà, diverse stime scientifiche parlano di numeri molto più elevati, se si tiene conto anche di tutte le persone che, per vari motivi, non hanno denunciato la scomparsa dei loro familiari alle autorità palestinesi. Si pensi, per esempio, ai bambini che difficilmente sono riusciti a denunciare la scomparsa dei propri genitori dopo un bombardamento (sono oltre 58mila gli orfani di Gaza che hanno perso uno o entrambi i genitori dall’ottobre 2023).
Sempre nel rapporto di EuroMed si legge che almeno 100 camion pieni di detriti lasciano Gaza ogni giorno, portando con sé parte di quelle prove che inchioderebbero Israele alle proprie responsabilità. La Corte internazionale di giustizia, che ha aperto un procedimento per genocidio contro Israele, aveva ordinato a Tel Aviv e di “adottare misure efficaci per prevenire la distruzione delle prove relative alle accuse e di garantirne la conservazione”. Ingiunzioni non rispettate da Israele, che invece si sta impegnando su più fronti per cancellare le tracce di quanto perpetrato: nella Striscia, rimuovendo le macerie; sui media, tentando, spesso riuscendo, di controllare notizie e narrazioni; sui social, cancellando video, censurando contenuti e ricorrendo allo shadowbanning (la limitazione della visibilità di un utente).
Il ruolo del Board of Peace
A finanziare le operazioni di rimozione delle macerie e i lavori di “pavimentazione stradale in tutta Gaza” è il Board of Peace di Trump. Lo sostiene Muhammad Shehada, ricercatore palestinese dell’European Council on Foreign Relations: il Consiglio di pace “sta pagando le spese del trasferimento segreto dell’IDF di macerie, mescolate a cadaveri, fuori Gaza” (ad oggi, il cosiddetto Consiglio per la pace riceve finanziamenti da Stati Uniti, Marocco ed Emirati Arabi Uniti).
Tale consiglio dovrebbe destinare i fondi a operazioni umanitarie per cercare i dispersi, riaprire le strade o preparare il terreno alla ricostruzione, invece fa tutt’altro. Dal canto suo, Israele nelle aree chiuse sottoposte al suo controllo militare lavora nella stessa direzione: demolisce gli edifici ancora in piedi, tritura e rimescola le macerie e poi le trasporta altrove. Tutto questo prima che squadre forensi, esperti balistici e specialisti di ordigni inesplosi possano esaminare i siti, documentarli e mettere al sicuro le prove.
“I detriti sparsi in tutta la Striscia – si legge nel rapporto di EuroMed – comprendono luoghi in cui sono avvenute uccisioni e bombardamenti illegali contro intere famiglie, nonché siti in cui si ritiene che siano state scavate fosse comuni o vi siano corpi sepolti sotto case, ospedali, rifugi e altre strutture civili distrutte”. Ma contengono anche prove fondamentali per “identificare le armi utilizzate, ricostruire la sequenza degli attacchi, stabilire la posizione delle vittime e di chi le ha attaccate, individuare le traiettorie dei proiettili e determinare la causa e le modalità della morte. Frammenti, proiettili, cartucce, tracce biologiche ed effetti personali”, tutto serve allo scopo.
Si potrebbe ribattere che questo processo può essere ricostruito in altro modo, attraverso fotografie aeree o testimonianze. Ciò è vero, ma solo in parte e solo attraverso la memoria collettiva. Non è altrettanto utile dal punto di vista giudiziario “perché indagare sui crimini internazionali richiede prove tangibili che possono essere esaminate, confrontate e legalmente verificate”, avverte EuroMed.
D’altronde, è per lo stesso motivo che Israele continua a negare l’ingresso a Gaza ai giornalisti delle testate internazionali. Un diniego ufficialmente dettato da motivi di sicurezza, ma che in realtà, come ha detto recentemente Omer Bartov (forse il più autorevole esperto in materia di genocidio), serve a “cancellare le prove dei crimini di guerra“.
A Gaza si stanno ancora dissotterrando i cadaveri
La rimozione frenetica e sistematica delle macerie avviene proprio mentre, nella Striscia, i palestinesi continuano a scavare, spesso a mani nude, per dissotterrare i cadaveri o quel che ne resta. È accaduto anche nel quartiere di Sabra, a Gaza City, dove ad agosto sono stati rinvenuti i corpi di 112 palestinesi in meno di 136 ore: tra loro, 40 donne e 38 bambini.
Ed è anche per questo che le operazioni di rimozione delle macerie dovrebbero coinvolgere i residenti locali. Perché a loro appartengono i resti delle persone care perdute e le macerie di quelle che un tempo erano le loro abitazioni.
La storia ha già visto tentativi disperati di cancellare le prove di altri e indicibili crimini. Non sono bastati. Tale precedente ha spinto quanti hanno redatto lo Statuto di Roma a inserire l’articolo 70, nel quale si configura come reato contro l’amministrazione della giustizia della Corte la distruzione delle prove, la loro manomissione o l’interferenza nella raccolta delle stesse.
Nel secolo scorso gli enormi sforzi fatti per tentare di cancellare le tracce di crimini similari non furono sufficienti. A Gaza si sta tentando di fare lo stesso. Con una differenza sostanziale: il mondo ha visto non tutto, ma molto, e in diretta online.
