Rimandato il summit tra Paesi del Golfo e Iran. Vince la guerra
Tempo di lettura: 4 minutiÈ saltato l’incontro odierno tra i ministri degli Esteri dei Paesi del Golfo e le autorità iraniane che avrebbe dovuto tenersi in Oman, a Muscat. A comunicarlo le autorità omanite e quelle di Teheran, con queste ultime che hanno esplicitato la causa del rinvio: a chiederlo è stata l’Arabia Saudita.
Salta così la possibilità di un incontro di grande rilevanza, dal momento che i Paesi del Golfo erano chiamati de facto a suggellare l’accordo tra Iran e Oman sulla gestione dello Stretto di Hormuz, che dopo l’incontro sarebbe stata comunicata all’International Maritime Organization, l’ente che presiede al traffico marittimo globale.
Passo significativo per regolare la questione di Hormuz che offriva il destro agli Stati Uniti di chiudere la partita con l’Iran accedendo a un nuovo negoziato centrato solo sul nucleare e le sanzioni, che avrebbe avuto possibilità di riuscita maggiori del precedente.
Inoltre, avrebbe anche aperto la via a relazioni più feconde tra le nazioni convenute e avrebbe probabilmente posto fine alla guerra yemenita, che oppone i miliziani Houti alle forze yemenite sostenute da sauditi ed emiratini, dal momento che un dialogo tra Teheran e Riad sul tema sarebbe riuscito a chiudere l’annosa querelle.
A spazzare via questa possibilità l’attacco contro l’oleodotto saudita Est-Ovest, che ha provocato la chiusura di un canale per il transito del petrolio tanto cruciale per Riad perché aggira le strettoie di Hormuz.
L’attacco è stato subito attribuito alle milizie irachene filo-iraniane, sia da parte di Riad che delle autorità irachene, da cui l’impossibilità per i sauditi di partecipare a un faccia a faccia con gli iraniani.
C’è da considerare che l’Iran non aveva alcun interesse ad assestare il colpo, dal momento che la riuscita del summit, anche se non avesse avuto un esito alto, per Teheran sarebbe stato un successo geopolitico di grande portata. E, infatti, l’Iran ha immediatamente negato una sua partecipazione al conflitto yemenita, al quale tutti riconducono l’attacco all’oleodotto saudita.
Non solo, anche le milizie filo-iraniane sparse in Iraq hanno negato qualsiasi responsabilità nell’attacco. In particolare, un leader del movimento al-Nujaba, interpellato dal media al Akhbar, ha spiegato che le milizie irachene al momento “non hanno alcuna intenzione di condurre operazioni militari”, aggiungendo che “ci sono parti che traggono vantaggio dal caos e dagli scontri”.
L’attacco aveva un altro scopo oltre quello di far saltare il summit, quello di mandare a monte il ritiro delle forze americane dall’Iraq. Il ritiro dovrebbe essere completato a fine di settembre, ma è ovvio che se si riuscisse a rappresentare le milizie irachene filo-iraniane come una minaccia agli interessi americani e dei loro alleati la decisione potrebbe essere riconsiderata.
Operazione sofisticata, dunque, che magari si è avvalsa di qualche milizia irachena autonoma, dal momento che il mercato dei Giuda è sempre aperto (ma in totale autonomia non avrebbe potuto portare a termine un attacco tanto efficace: serve un’intelligence sofisticata).
Non è solo l’attacco all’oleodotto saudita a complicare il già complesso puzzle mediorientale, ma anche la drammatizzazione mediatica del conflitto yemenita. I successi delle milizie Houti, che hanno acquisito il controllo dello Stretto di Bab el-Mandeb, vengono presentati come una minaccia alla sicurezza dei mercati globali, dal momento che tale sviluppo chiuderebbe un’altra strozzatura cruciale del traffico marittimo internazionale; sommandosi alla chiusura di Hormuz rischierebbe di far collassare l’economia globale.
In realtà, gli Houti hanno assicurato che la loro guerra è solo contro le forze yemenite al soldo di Riad e Abu Dhabi e che non chiuderanno lo Stretto se non alle loro navi e a quelle israeliane (in solidarietà con i palestinesi). Con la rappresentazione della minaccia Houti sullo Stretto si vuole sollecitare un sostegno alla causa anti-Houti, in particolare spingere l’America, e l’Occidente in generale, a intervenire.
Si vuole cioè forzare anzitutto la mano a Trump, che invece si sta tenendo lontano da questo conflitto e che anzi, con le sue dichiarazioni, sembra sostenere, come sta avvenendo de facto, la causa degli Houti. Infatti, dopo aver confermato di aver negato l’aiuto richiesto da Riad, ha aggiunto che gli Houti gli “hanno chiesto di non intervenire” e che lo Stretto di Bab el-Mandeb resta aperto.
Parole che vanno lette tenendo presente gli sviluppi del conflitto iraniano. La guerra alle petroliere iraniane, che stava producendo un’altra escalation, al momento è sopita…
Di oggi, un sviluppo sinistro: l’Arabia saudita avrebbe chiesto aiuto a Israele contro gli Houti. Se l’indiscrezione fosse veritiera, sarebbe un grande successo per Tel Aviv che vedrebbe rinfocolati i suoi rapporti con Riad, la preda mediorientale più ambita e sfuggente (i sauditi finora hanno respinto la richiesta di associarsi agli Accordi di Abramo, che li porrebbero sotto la tutela israeliana).
Come tutte le questioni mediorientali, anche questa indiscrezione va accolta col beneficio del dubbio. Ciò anche perché, prima che si diffondesse, si era registrata un’altra indiscrezione di segno opposto: Netanyahu aveva offerto il proprio aiuto a Riad contro gli Houti.
Possibile, quindi che la notizia di una richiesta di aiuto saudita a Israele serva a confondere ulteriormente le acque, anzitutto complicando ancor più i rapporti tra Riad e Teheran; e a urgere i sauditi, che versano in gravissima difficoltà, ad accogliere le profferte di Netanyahu, che sta alimentando le conflittualità mediorientali per espandere la influenza israeliana nella regione.
Ad alimentare dubbi in tal senso il fatto che l’indiscrezione sulla richiesta saudita a Tel Aviv è stata diffusa dal media Israel Hayom, consegnato alla causa di Netanyahu.
In tanto caos conflittuale, una notizia di tutt’altro segno: Masoud Pezeshkian ha dichiarato che Iran ed Emirati arabi sono intenzionati a “voltare pagina” riguardo le loro relazioni. Così il presidente iraniano: “Per la prima volta dalla guerra e dagli incidenti avvenuti nel Golfo Persico, abbiamo avuto uno scambio costruttivo con il principe ereditario di Abu Dhabi”.



