The Atlantic, il New York Times: Netanyahu nel mirino
Tempo di lettura: 2 minutiIl 25 settembre The Atlantic ha rivelato che il capo dell’Intelligence egiziana, Abbas Kamel, il 26 settembre del 2023 si è precipitato in Israele per avvertire i suoi colleghi che Hamas stava preparando un attacco alzo zero. Il giorno successivo il New York Times ha rivelato di aver interpellato due fonti che hanno confermato che lo sceicco Mohamed bin Zayed ha telefonato a Netanyahu poco prima del 7 ottobre per avvertirlo di quanto si stava preparando.
Sottolineando ancora una volta che il premier israeliano ha deciso di non fare nulla. Non ha informato né la Difesa né l’intelligence, come risulta dal verbale di una riunione con i vertici delle agenzie di sicurezza e dell’esercito convocata successivamente nel quale non è riportato l’allarme di bin Zayed.
Nulla di nuovo rispetto a quanto rivelato da Haaretz alcuni giorni fa, ma i due media hanno raccolto nuove testimonianze, più o meno dirette, di quanto accaduto, che confermano e suggellano lo scoop del giornale israeliano. Le smentite di Netanyahu, a questo punto, riecheggiano affatto querule.
Ma al di là delle autorevoli conferme delle rivelazioni di Haaretz, quel che vale la pena sottolineare in questa sede è che le nuove rivelazioni giungono subito dopo l’intervento di Netanyahu all’Onu, dove il suo isolamento è stato evidente.
Non solo per l’abbandono dell’aula da parte della maggior parte delle delegazioni, da cui un intervento al cospetto dei pochi intimi (conniventi o costretti ad ascoltarlo), ma anche perché è la prima volta che, giunto in terra americana, Netanyahu si è ritrovato col cerino in mano.
Nessun incontro con leader di altri Paesi a margine dei lavori dell’Onu, come è consuetudine per le delegazioni che vi partecipano (consuetudine, peraltro, rispettata anche stavolta un po’ da tutte). Nessun incontro con Trump, nessun incontro con i leader delle organizzazioni ebraiche (una sua scelta, ha spiegato il suo team, ma è davvero difficile crederci). Insomma, è arrivato all’Onu, ha tenuto un discorso allucinato/allucinante, nel quale ha di fatto attaccato e sfidato il mondo intero, ed è tornato a casa.
E, subito dopo l’incontro, l’uno-due di The Atlantic e del New York Times. Un doppio colpo importante soprattutto perché copre tutto l’arco costituzionale americano, dal momento che il primo, sotto la direzione di Jeffrey Goldberg, è diventato il media di riferimento dei neoconservatori, mentre il secondo è il media di riferimento storico dei liberal.
Attenzione, però, a dare per spacciato Netanyahu, dal momento che il “mago” di Tel Aviv ha carte che altri non hanno. E il suo grande potere si fonda sulla presa che ha su Israele, tanto che giustamente molti media israeliani hanno sottolineato come il discorso all’Onu non era indirizzato al mondo, ma ai cittadini israeliani, a quanti spera che siano suoi elettori.
E il suo spettacolo era l’usuale, quello che gli ha permesso di vincere tante elezioni pregresse: il mondo odia Israele, siamo circondati da nemici, io sono l’unico che può far fronte a tanto odio e a tanti nemici. Da questo punto di vista, l’aula vuota è esattamente quello che voleva. La propaganda di Netanyahu, in fondo, è sempre stata la stessa, compresa l’accusa contro i suoi oppositori politici di sostenere i terroristi – palestinesi, iraniani etc – che vogliono distruggere Israele.
Una propaganda banale che, però, gli ha permesso di vincere sempre, o quasi. Ma mai si era trovato contro tanto mondo, né mai si era trovato così in dialettica con gli Stati Uniti. Non gli sarà facile, stavolta, replicare i fasti del passato.
