Kiev. Le prigioni dell'orrore
Tempo di lettura: 4 minutiTra il 10 e l’11 novembre, ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, Ucraina e Russia torneranno a incontrarsi grazie alla mediazione degli Stati Uniti. E, mentre la diplomazia cerca una via d’uscita dal conflitto, in Ucraina esplode uno scandalo che racconta un altro orrore di questa guerra infinita.
Tutto è iniziato il 2 novembre quando, nella periferia di Kiev, è stata scoperta una struttura militare illegale nella quale erano detenute circa trenta persone, tra uomini mobilitati e soldati accusati di diserzione.
L’edificio, una casa privata utilizzata dal Battaglione Azov, era una prigione segreta informale. A far emergere la vicenda sono stati i familiari dei detenuti che da tempo cercavano di rintracciarli.
Una donna ha raccontato che il marito era rinchiuso da 37 giorni nonostante fosse reduce da un intervento chirurgico. Per poterlo incontrare, le sarebbe stato chiesto di pagare 100mila grivne (circa duemila euro). Altri familiari hanno denunciato la presenza di uomini feriti, malmenati e privati di assistenza sanitaria, come si è visto quando sono stati liberati.
La scoperta ha provocato una protesta davanti alla casa-prigione, degenerata in scontri con la polizia. A dare la misura della gravità dello scandalo è stato l’intervento sul posto di Kyrylo Budanov (nella foto di apertura), capo dello staff presidenziale, il quale, spiegando che tali prigioni segrete sono necessarie, ha dichiarato che di strutture di questo tipo è piena l’Ucraina. E la bolla è esplosa…
Infatti, ha confermato autorevolmente l’esistenza delle cosiddette “yamy”, ovvero le “fosse”: prigioni segrete nelle quali vengono rinchiusi cittadini o militari accusati “di violazioni della disciplina o di aver abbandonato il servizio”. Una realtà da tempo oggetto di denunce.
Come ricostruisce Strana, le “fosse” non sono recenti, ma esistono dal 2014, quando imperversava la guerra del Donbass. In origine servivano soprattutto a punire i soldati che violavano la disciplina: ubriachi, drogati, protagonisti di risse e furti.
I comandanti preferivano risolvere autonomamente questi problemi senza ricorrere alla polizia militare e senza aprire procedimenti ufficiali che avrebbero comportato una lunga trafila burocratica e potevano attirargli sanzioni.
Le “yamy” erano/sono molto diverse da un reparto all’altro. In alcuni casi i prigionieri sono detenuti in scantinati umidi o locali improvvisati; altre volte sono gettati in fosse profonde due o tre metri chiuse con grate o assi.
I reprobi vi vengono rinchiusi senza un regolare procedimento, spesso privati di cibo e assistenza sanitaria, e subiscono pestaggi. Secondo Strana, il fenomeno è tutt’altro che sconosciuto ai vertici dell’esercito, che avrebbero tollerato queste pratiche avendo delegato ai comandanti la gestione della disciplina.
Le testimonianze raccolte da Strana sono da film dell’orrore. Un militare racconta di un compagno rinchiuso per tre giorni dopo aver chiesto di essere trasferito in infermeria e aver rifiutato di raggiungere una posizione: sarebbe stato picchiato ogni notte, riportando diverse costole fratturate.
Un sergente ha parlato di celle senza servizi igienici, nelle quali i prigionieri non possono stare in piedi e di militari che, dopo giorni di violenze, vengono spediti nelle missioni più pericolose. “Dopo un paio di giorni di questi abusi”, ha spiegato il sergente Vyacheslav V, “chiunque finisca lì dentro è disposto a tutto, compreso un viaggio al fronte senza ritorno. I prigionieri più distrutti vengono mandati nelle missioni più pericolose, quelle senza ritorno”.
“[…] Le persone nelle ‘fosse’ crollano sotto le torture ed è per questo che il sistema delle ‘fosse’ prospera; nell’esercito non è ancora stato inventato nessun altro metodo per spezzare le persone”.
Un ufficiale ha spiegato che queste pratiche rispondono anche all’esigenza dei comandanti di disporre di uomini pronti: si evitano i tempi lunghi dei procedimenti giudiziari, potendo disporre della vita di un reprobo dopo soli due o tre giorni.
Dopo l’offensiva russa del 2022, riferisce Strana, il sistema si sarebbe esteso. Esaurita la prima ondata di volontari motivati, si è passato al reclutamento forzato, attingendo a uomini più propensi alla diserzione e alla disobbedienza.
“Quando è iniziata la mobilitazione totale”, aggiunge Strana, “le tangenti estorte dai commissariati militari [per evitare la leva ndr] aumentarono vertiginosamente, spingendoli a lanciare incursioni su larga scala simili a razzie di banditi, rapendo persone per strada ed estorcendo tangenti per ottenerne il rilascio”.
“È così che nacquero le ‘fosse’ del TCC [l’Ufficio preposto al reclutamento ndr.]: peggiori erano le condizioni della detenzione più facile era estorcere denaro ai cittadini imprigionati”. Peraltro, inviando al fronte chiunque incappasse nella rete senza riuscire a uscirne pagando, venivano mandate in prima linea persone “affette da malattie croniche, disturbi mentali, alcolisti e tossicodipendenti”; uomini pronti, cioè, a finire nelle “fosse” militari per inadeguatezza manifesta.
L’orrore delle “fosse” alimenta ulteriormente il rigetto contro la mobilitazione forzata, che sta registrando un incremento di coraggiose denunce. Nel 2025, riporta Fulvio Scaglione su InsideOver, “sono state presentate oltre seimila segnalazioni di presunte violazioni da parte del personale dei TCC, contro poche centinaia negli anni precedenti”. Tra gli abusi denunciati anche le “fosse”, macabra appendice di un conflitto che non si combatte solo al fronte, ma anche nei seminterrati di Kiev e nelle prigioni militari illegali.
Va sottolineato che gli alti gradi dell’esercito, e di certo anche i politici, ne erano a conoscenza da tempo, così come i servizi di informazione occidentali, i quali hanno agenti e funzionari in tutta l’Ucraina. Nessuno ha parlato.
Inoltre, se non fosse stato per l’intervento in loco di Budanov e la sua rivelazione sull’ampiezza del fenomeno, sarebbe stato tutto insabbiato. Probabile che non si sia trattato di un lapsus, essendo Budanov alquanto navigato.
Più realista di altri riguardo alla necessità di chiudere il conflitto (vedi Piccolenote), il disvelamento dell’orrore ha come effetto di minare nel profondo la propaganda sulla necessità di continuare questa guerra per proteggere la libertà degli ucraini. Per ora lo scandalo è sedato, usato solo per esercitare pressioni su Kiev; ma, in caso di ripensamenti, tutto è pronto per aprire il vaso di Pandora.
