10 Luglio 2013

Beirut, autobomba contro Hezbollah

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L’autobomba è esplosa nei pressi di un centro commerciale, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah. Programmata per provocare un massacro, ha fortunatamente causato soltanto alcune decine di feriti. Ma quel che è successo ieri è un campanello di allarme. La guerra siriana sembra voglia tracimare, trascinando anche il Libano nella sua follia.

Un avvertimento a Hezbollah, chiaro e netto, per il suo ingaggio nella guerra in Siria a favore di Assad, che ha spostato le sorti del conflitto. Ma è chiaro che la bomba non ha colpito solo il partito di Dio: è tutto il Libano che rischia di essere destabilizzato. Hezbollah ha accusato Israele. E, a sorpresa, gli è andato dietro anche il nemico storico degli sciiti, Saad Hariri, figlio di Rafiq, capo storico dei sunniti libanesi, fatto saltare in aria nel centro di Beirut anni fa. Per Hariri, Israele starebbe cercando di favorire un conflitto tra sciiti e sunniti nel Paese dei cedri, «organizzando attacchi terroristici». In effetti, il ministro della Difesa israeliano aveva annunciato alcuni giorni fa qualcosa del genere, ma, ovviamente, ne aveva parlato nei termini di una generazione spontanea, conseguenza delle tensioni esistenti tra i due diversi rami dell’islamismo che, nella vicina Siria, si trovano su fronti contrapposti.

Il fragile Libano da tempo è preda di tensioni destabilizzanti: la bomba di ieri, per una felice eterogenesi dei fini, più che acuirli, li ha attutiti, dal momento che tutte le forze politiche e i vari esponenti religiosi si sono affrettati a condannare l’attentato e a mettere in guardia dalle divisioni interne. Ma certo, se avesse fatto le vittime preventivate dagli autori del gesto, avremmo dovuto scrivere altro. Per ora è andata bene.

 

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