18 Dicembre 2015

Il destino della Siria: dall'Onu al vertice di New York

Il destino della Siria: dall'Onu al vertice di New York
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Ieri le Nazioni Unite hanno finalmente battuto un colpo: è stata votata all’unanimità una risoluzione che rende più efficaci le misure di contrasto al finanziamento del terrorismo internazionale. Ci sono voluti anni di stragi, in Siria come altrove, perché si arrivasse a un provvedimento simile, infinitamente più incisivo delle bombe. Già, perché senza soldi, il terrorismo semplicemente non sarebbe.

 

Anni nei quali né la polizia né i servizi di sicurezza della comunità internazionale sono stati in grado di individuare un solo conto corrente usato allo scopo. Dal momento che reputiamo che la Nsa americana e i servizi di informazione affini non siano composti esclusivamente da incapaci e che l’Isis non aggreghi solo maghi della finanza, siamo costretti a dedurre che non si sono molto applicati sul tema.

 

Così anche il petrolio: i convogli di autobotti pieni di petrolio “made in Isis” diretti in Turchia sono stati magicamente fotografati dai russi dopo anni di invisibilità, nonostante sui cieli siriani e iracheni incrociassero satelliti, droni e aerei dell’alleanza anti-terrorismo guidata dagli Stati Uniti.

 

Oggi finalmente il mondo si è accorto di tale traffico e ha iniziato a prendere qualche misura di contrasto. Anche se resta ancora fitto il mistero sull’estrazione dell’oro nero: i mercenari dell’Isis sono bravi nell’uso delle armi, ma è difficile immaginare questi tagliagole alle prese con i complessi macchinari che servono allo scopo.

 

Chi gli fornisce i tecnici e la tecnologia necessaria, dal momento che quella in loco abbisogna di sofisticate manutenzioni? Qualche analista afferma che siano gli stessi Paesi e le stesse compagnie petrolifere che comprano questo petrolio a prezzi stracciati e lo rivendono a prezzi di mercato, lucrando sul sangue versato dall’Isis. Forse sono illazioni, ma le riportiamo per dovere di cronaca.

 

Ma al di là, quel che serve sottolineare è il timido passo avanti compiuto dall’Onu per arginare un incendio che la guerra in Siria ha portato al parossismo. Contrastarlo aiuta a estinguere quel fuoco.

 

Sempre sulla Siria, in questi giorni, c’è da segnalare una novità rilevante. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha affermato che il «destino di Assad deve essere deciso dal popolo siriano». Una presa di posizione forte, dal momento che il futuro del presidente siriano è il punto nevralgico sul quale da tempo si incagliano i negoziati di pace che sono ripresi oggi a New York.

 

Proprio a ridosso di tale vertice è tornato alla ribalta César, uno strano personaggio, ancora anonimo, che ha fatto pervenire a Human Rights Watch fotografie di poveri cadaveri scempiati (dice di averne 50 mila, ma ne sono state analizzate solo alcune), asserendo che documenterebbero torture eseguite su ordine del presidente Assad.

Li avrebbe fotografati, ha spiegato, in qualità di fotografo ufficiale del regime. Di seguito, pentito, le ha rese pubbliche e in questi giorni la nota agenzia umanitaria ha redatto un rapporto sul caso, anticipato dai media.

 

Ora che le carceri siriane non siano propriamente luoghi di vacanza è alquanto scontato (come d’altronde altre carceri del mondo). Ma che un regime faccia realizzare dei servizi fotografici sulle atrocità commesse sarebbe un unicum nella storia. In genere, da Hitler a Pinochet, i dittatori hanno fatto di tutto per occultare.

 

Una delle tante anomalie della vicenda, che ha dato il destro a diversi analisti per smantellare il j’accuse dell’anonimo fotografo. Di certo il fatto che sia stata rilanciata a ridosso del vertice di New York non aiuta a trovare un accordo sulla permanenza, più o meno breve, di Assad al potere. Un’opzione sdoganata, appunto, anche dal segretario generale dell’Onu nel tentativo di rilanciare il processo di pace.

 

Le parole di Ban Ki-moon, del quale è nota la prudenza, giungono a seguito del viaggio a Mosca del Capo del Dipartimento di Stato Usa John Kerry, che ha incontrato Vladimir Putin e il suo ministro della Difesa Sergej Lavrov. Un incontro nel quale sono state trovate convergenze inattese. Insomma ci sono le premesse perché a New York si facciano ulteriori passi sulla via della pace.

 

In attesa di quanto si deciderà nell’assise, val la pena ricordare, in conclusione di questo articolo, che il giorno successivo al vertice di Vienna, primo incontro di questa nuova tornata di negoziati sulla Siria, venne abbattuto l’aereo civile russo sul Sinai. Il giorno prima del secondo vertice di Vienna sono avvenute le stragi di Parigi. Tutti delitti griffati Isis. Speriamo che il vertice di New York non conosca altre rappresaglie.

 

Nella foto: Ban Ki-moon, Barack Obama e Vladimir Putin

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