17 Settembre 2015

La mossa del cavallo di Putin in Siria

La mossa del cavallo di Putin in Siria
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La presenza militare russa in Siria sta provocando sconquassi nelle cancellerie occidentali, preoccupate come non mai (le nefandezze dell’Isis e di al Nusra in loco hanno provocato meno inquietudini). Mosca sta tentando di coinvolgere Obama nella sua campagna anti-Isis, rilanciando l’idea di una coalizione internazionale anti-terrorismo che comprenda tutte le forze interessate. Respinta al mittente allora, la proposta ha più forza ora, dopo la mossa del cavallo che ha spiazzato l’Occidente.

 

Tanto che Vitaly Churkin, rappresentante di Mosca all’Onu, ha parlato di una possibile convergenza con l’amministrazione Usa. Cosa che potrebbe prendere forma anche in un eventuale incontro tra Putin e Obama a margine della plenaria Onu di fine settembre. Convegno a due fino a oggi escluso con risolutezza, ma rilanciato negli ultimi giorni come ipotesi non impossibile.

 

A favorire una svolta dell’amministrazione degli Stati Uniti potrebbe essere anche una piccola inchiesta che sta prendendo forma in patria, che il rilancio da parte del “New York Times” ha portato sotto gli occhi dell’opinione pubblica americana.

 

Si tratta della vicenda della quale ci siamo occupati di recente: alcuni agenti dell’intelligence Usa hanno accusato il Comando militare di aver manipolato i dossier sulla lotta all’Isis in modo da far apparire vincente una campagna invece deficitaria. Un modo per ingannare Obama e i suoi sulla conduzione della guerra e, di fatto, dare un aiutino all’Isis che ha continuato incontrastato nella sua macelleria.

 

L’inchiesta forse non avrà esiti sostanziali, ma i suoi sviluppi sono tenuti ben presenti da quanti siedono nelle stanze dei bottoni.

Barack Obama non può permettere che la sua campagna di contrasto all’Isis sia offuscata da rivelazioni che potrebbero prendere pieghe inquietanti. Il che potrebbe spingerlo a dare un segnale in direzione contraria.

 

Ambiti ben noti propugnano una maggiore presenza militare Usa in zona. Ma incendiare ancora di più il Medio Oriente, tale la conseguenza di un surge americano, è per Obama una prospettiva nefasta: rischia di bruciarsi anche lui. D’altronde l’accordo sul nucleare iraniano, per il quale si è tanto speso, va in tutt’altra direzione.

 

L’opportunità offerta da Putin al momento resta per il presidente degli Stati Uniti l’unica possibilità di agire senza correre rischi. A tema è una convergenza da modulare e costruire, anche al di là della costituzione di una vera e propria alleanza anti-terrorismo, ma ciò trova contrasto in tanti ambiti che hanno in Putin il nemico giurato.

Da qui la cautela della Casa Bianca, che, occorre ricordarlo, pur non lesinando critiche verso lo zar russo, ne ha riconosciuto pubblicamente il ruolo positivo per il felice esito della trattativa con Teheran.

 

C’è poco tempo per prendere una decisione. La mossa di Putin ha accelerato tutto. Anche perché in Occidente sono terrorizzati dall’inizio delle operazioni russe in zona: al contrario di loro, i militari di Mosca farebbero sul serio la guerra alle agenzie del terrore. Difficile debellarle del tutto (stante l’opzione della clandestinità), ma certo è possibile che i russi riescano a ridimensionarne l’operatività e il controllo su territorio, popolazioni e risorse. E di molto.

 

Di questo possibile sviluppo si sono accorti anche i neocon, da sempre sostenitori e cantori dell’invincibilità del Califfato, tanto da aver inondato i media di previsioni che annunciavano una lotta che avrebbe consumato le energie dell’Occidente per i prossimi venti anni.

Una delle penne più accreditate di tale ambito, il filosofo  Bernard Henry Lévi, sul Corriere della Sera dell’11 settembre (data non casuale), ha fatto una frettolosa marcia indietro, spiegando già nel titolo del suo scritto che tale armata non è affatto invincibile (infatti il titolo dell’articolo in questione è appunto: Ecco perché l’Isis perderà).

 

L’Occidente non può permettere che sia Putin a sistemare le cose, sia perché sarebbe l’ennesimo scacco subito dallo zar dopo la crisi ucraina (e altro), sia perché un suo successo rischia di gettare pesanti ombre sulla lotta all’Isis condotta in precedenza.

 

Certo, si può ipotizzare un contrasto delle operazioni militari di Mosca in Siria (come adombrato da alcuni analisti preoccupati da possibili scontri tra russi e Nato in loco, cosa impossibile se non voluta), ma è rischioso sia sotto il profilo bellico che di immagine (il rischio di passare per difensori dell’Isis è alto).

Resta l’opzione convergenza, ma ad oggi, come detto, è motivo di accesa controversia. Eppure i Paesi occidentali sanno bene che se i russi, affiancati sul campo da siriani, iraniani e militanti di hezbollah, inizieranno a conseguire risultati sul campo, vedranno ridursi i loro margini di manovra. Il fattore tempo quindi, dopo la mossa del cavallo, gioca a favore di Putin.

 

Che il quadro sia cambiato è testimoniato anche dall’annuncio della prossima visita del premier israeliano Bibi Netanyahu a Mosca, prevista per il 21 settembre, prima della sessione dell’Onu di cui sopra.

Potenza regionale con un’intelligence imparagonabile ad altre per capacità di analisi e previsione, Israele ha capito che il quadro del teatro di guerra siro-iracheno è mutato nel profondo. E cerca il dialogo con quello che ne è diventato un attore imprescindibile.

 

Certo, gli sviluppi restano incerti e la macelleria siriana va avanti a pieno regime, ma qualcosa di nuovo è accaduto. Non resta che sperare. Che altro?

 

 

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