14 Agosto 2015

La svalutazione dello yuan e la de-dollarizzazione

La svalutazione dello yuan e la de-dollarizzazione
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Ha fatto notizia la svalutazione dello yuan, avvenuta in questi ultimi giorni e scandita in tre fasi differenti, che forse preludono ad assestamenti successivi. La svalutazione ha allarmato l’Occidente, che teme l’innesco di una nuova crisi economico-finanziaria mondiale.

 

In un’intervista rilasciata a Massimo Gaggi per il Corriere della Sera (14 agosto), Ian Bremmer ha spiegato che la tempesta valutaria non sembra «destinata a durare» e che Pechino limiterà questa politica economica, realizzata, secondo l’analista, per «rendere le sue merci più convenienti», ovvero sostenere le esportazioni.

Mossa, peraltro, niente affatto nuova: «è quello che hanno già fatto in passato, in circostanze analoghe, gli Stati Uniti e, più di recente, anche l’Europa»,

 

Così Bremmer spiega l’iniziativa di Pechino: «La Cina è l’unico Paese che ha una strategia economica globale. Ha aperto alle forze del mercato, alla convertibilità in un momento di debolezza perché ha ottenuto l’effetto desiderato della svalutazione senza interventi amministrativi. Ma oltre al dato immediato del deprezzamento dello yuan, è importante anche l’effetto liberalizzazione. L’apertura è già stata salutata dal Fondo Monetario come un evento molto positivo».

 

«Una scelta che non solo dà più peso a Pechino negli organismi multilaterali, ma avvicina la Cina al suo vero obiettivo futuro: lo yuan che, come espressione della seconda economia del pianeta e pienamente accettato dai mercati, diventa valuta di riserva al pari del dollaro. Che, a quel punto, dovrebbe lasciare il trono sul quale è seduto oggi: quello di unica moneta di riferimento dell’economia mondiale. Questa è la prospettiva che dovrebbe spaventare davvero gli Usa, che perderebbero i molti vantaggi oggi garantiti dal super-dollaro». Titolo intervista: “‘Il loro vero obiettivo è scalzare l’economia del superdollaro'”.

 

Iniziativa intelligente quella di Pechino, che ha lasciato fare al mercato quanto riteneva necessario per tentare un ulteriore rilancio della propria economia senza il rischio di essere accusata di dirigismo, anzi raccogliendo il plauso per l’apertura al libero mercato.

 

Un rilancio che avviene  dopo il collasso subito a luglio dalla Borsa di Shangai, che ha portato sul lastrico tanti investitori cinesi e ha posto interrogativi sulla tenuta dell’economia cinese. E che si intreccia con la nascita della banca dei Brics, realizzata per sostenere le economie in via di sviluppo – anzitutto quelle dei Paesi fondatori -, la cui realizzazione è stata resa possibile proprio grazie ai soldi cinesi. Anche quest’ultima iniziativa, come prospetta nella sua intervista Bremmer, ha posto un’alternativa al sistema finanziario internazionale basato sul dollaro, anche se, almeno al momento, la sua portata è alquanto limitata.

 

Tanti quindi i segnali sull’inizio di un vero e proprio antagonismo tra dollaro e yuan, che potrebbe sfociare in momenti di fibrillazione planetaria. Ma al di là del medio periodo, già da subito l’ultima mossa di Pechino rischia di mandare in crisi la politica anti-crisi elaborata da Usa e Ue, che si basa essenzialmente sulla stampa di moneta (in idioma inglese, e più esoterico, Quantitative-easing).

Un sostegno all’economia che rischia di perdere efficacia dopo la decisione del Dragone di rendere più competitive le proprie esportazioni.

 

Partita complessa quella che sta giocando l’ex Celeste Impero, e che si intreccia con il tema della sicurezza, in particolare nell’area asiatica la cui stabilizzazione per Pechino resta cruciale per attuare le sue politiche espansive. Per questo motivo la Cina ha giocato tutto il suo peso politico nel tentativo di riconciliazione che si sta attuando in Afghanistan, sostenendo le trattative tra il governo di Kabul e le milizie talebane.

 

Un tentativo che sembrava riuscito, ma che oggi è messo in crisi dall’incalzare di nuovi estremismi. Ai talebani, ormai per la maggior parte decisi a trovare un accordo con il governo, si sono contrapposti gli jihadisti dell’Isis e tutto sembra saltato. L’Afghanistan rischia di tornare ad antiche conflittualità, dopo un periodo di timide speranze. Con il rischio che anche in questo sperduto Paese asiatico si radichi, come altrove, il Califfato.

Un Afghanistan preda dell’Isis per Pechino sarebbe un pericolo costante.

 

La partita della sicurezza non riguarda solo il pericolo del terrorismo esterno: mentre il governo cinese poneva in atto la svalutazione dello yuan, la città portuale di Tianjin, a soli cento chilometri da Pechino, veniva squassata da alcune devastanti esplosioni sulle quali gli investigatori stanno ancora indagando.

 

Cinquanta vittime, probabilmente di più, e tanta paura per delle detonazioni che molti testimoni hanno temuto fossero state generate da testate atomiche (anche il “fungo” causato da una di queste esplosioni, la cui immagine è stata rilanciata da internet, ha reso questa nefasta illusione).

Probabile un problema di stoccaggio di sostanze chimiche nella trafficata area portuale. Sull’evento c’è riserbo, ma di certo lo sviluppo industriale cinese deve fare i conti anche con le incognite di un dinamismo iper-cinetico che pone problemi di controllo e vigilanza.

 

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