2 Ottobre 2015

Le tante incognite dell'intervento russo in Siria

Le tante incognite dell'intervento russo in Siria
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La Russia in Siria «potrebbe trovarsi coinvolta nel pantano», spiega Daniel Pipes, in un’intervista rilasciata a Federico Semprini per la Stampa del 1 ottobre.

Non solo: «La Russia rischia di diventare il principale nemico dell’estremismo sunnita nella regione, potrebbe dover fronteggiare un’ondata di fondamentalismo islamico interno, e si troverebbe coinvolta in una guerra di resistenza in Siria».

Pipes è un’autorità nell’ambito dei neoconservatori americani, da qui l’importanza delle sue parole. Se le abbiamo riportate è per far capire che l’intervento russo da solo non può risolvere l’intricata crisi siriana.

Gli scenari tracciati da Pipes, a metà tra un funesto augurio e una previsione oggettiva, fanno intendere la complessità della vicenda, parte di una criticità ben più ampia, planetaria, e i rischi che sta correndo Mosca, al di là dei successi immediati che potrà conseguire contro l’Isis.

 

Rischi dei quali Putin è ben conscio. I russi hanno ribadito più volte che i loro militari non scenderanno in campo in Siria (è da presumere che al massimo useranno “istruttori” o, in via eccezionale, commandos), perché questi diventerebbero bersagli privilegiati dei miliziani delle Agenzie del terrore, i quali hanno tante frecce, anche di intelligence, nel loro arco.

 

Putin non può permettersi il rischio di un nuovo Afghanistan, che al tempo consumò le residue energie dell’Unione sovietica, di fatto determinandone il crollo (scenario che viene accennato anche da Pipes nell’intervista alla Stampa).

Certo, in Siria ha un vantaggio che allora l’Urss non aveva: può contare sugli scarponi a terra di iraniani e hezbollah. Ma nonostante i vantaggi tattici sul piano militare resta che iniziare le guerre è facile, difficile è uscirne. Né esiste una soluzione militare alla crisi siriana.

 

Così se Putin ha deciso di intervenire, nonostante le tante imprevedibili e occulte insidie, è solo perché l’accordo con Obama, raggiunto – anche se in maniera non conclamata – a margine dell’Assemblea Onu, può offrire una riduzione dei rischi e soprattutto una soluzione diplomatica alla crisi.

E però Obama deve fare i conti con ambiti potenti, negli Stati Uniti e altrove, contrari a tale convergenza. Gli stessi che hanno spinto per il regime-change in Siria.

 

Indicative in questo senso le proteste per i bombardamenti russi che rimbalzano sui media: avrebbero colpito i ribelli moderati e ucciso anche dei civili.

In realtà i ribelli moderati esistono solo nell’informazione poco approfondita e nella narrativa  anti-Assad: in Siria ci sono solo bande di miliziani legati al Califfato o ad al Qaeda (a questo proposito, a titolo esemplificativo, rimandiamo alle parole di Ely Karmon, riportate in una nota precedente; val la pena specificare che non è certo un sostenitore di Assad o di Putin…).

 

Invece le foto che proverebbero la morte dei civili sembra girassero sul web prima dell’inizio dei bombardamenti. Almeno questo è quel ha sostenuto Putin in una conferenza stampa. Se il presidente russo si è esposto in prima persona, invece di far ribattere a un generale o ad altri, vuol dire che è certo di non poter essere smentito. Ma della vicenda ne accenniamo nella nota a margine di questa postilla.

 

Boutade, insomma, alle quali si somma l’ironia per le cronache belliche del passato con i prolungati e imbarazzanti silenzi di tanti media – compresi alcuni oggi scandalizzati per le azioni russe – per le stragi di civili, quelle sì vere, a seguito dei raid occidentali in Iraq, Afghanistan e Libia. O l’oblio ai quali sono consegnati gli attuali eccidi di civili causati dai bombardamenti sauditi in Yemen….

 

Comunque resta che le reazioni contro l’azione russa sono destinate ad aumentare, rendendo difficoltoso all’amministrazione Obama – scossa ieri dall’eccidio di ragazzi avvenuto in Oregon – di portare avanti la trattativa con Putin, sia sul piano militare che politico. Difficoltà che aumenterebbero se avvenisse qualche grave incidente nel teatro di guerra siriano.

 

Non solo: l’Isis, ora incalzata veramente sul piano militare a differenza del passato, potrebbe cambiare tattica, cercando di sfruttare le contraddizioni dei suoi veri e presunti antagonisti. È probabile che userà la strategia degli scudi umani, o magari all’occorrenza ucciderà civili in proprio per attribuirne la responsabilità ad altri (leggi russi o Assad).

 

Inoltre molti dei suoi miliziani, formati soprattutto nei campi di addestramento Usa e turchi (vedi sempre nota precedente), ritorneranno a indossare le vesti da “ribelli moderati” per evitare di farsi colpire e continuare a operare nell’ombra in altro modo. Ulteriore insidia di uno scenario bellico estremamente fluido.

 

Ma al di là delle boutade e delle incognite future, il dato da tener presente, e qui torniamo all’intervista a Pipes, è la repentina presa di Kunduz, una delle più importanti città afghane, da parte dei talebani. La più importante azione militare messa a segno dagli orfani di Osama bin Laden negli ultimi anni. Un’exploit che ricorda, mutatis mutandis, i primi strepitosi successi dell’Isis.

 

Un’operazione strategica, compiuta in parallelo con il dispiegarsi dell’azione russa in Siria. A questa vicenda viene dedicato un articolo sulla Repubblica del 1 ottobre, del quale riportiamo parte del sottotitolo: «Da qui potranno essere spostati uomini, denaro ed esplosivi verso l’intera regione [asiatica ndr.], Russia e Cina comprese».

Come si vede Pipes è bene informato.

 

Nota a margine. Nella foto sottostante il tweet nel quale si vede una bimba ferita. Una delle immagini usate per provare che i raid russi hanno causato vittime civili. In realtà la stessa foto era stata twittata in precedenza per denunciare la presenza di vittime civili in altri attacchi, come si vede nelle date evidenziate. Ma è solo un piccolo esempio della disinformazione che aleggia sul conflitto siriano.

 

 

 

 

 

 

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