3 Marzo 2014

Putin la Crimea e i neocon

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Putin occupa la Crimea, grazie al sostegno del potere locale, espressione di una popolazione per la maggior parte composta da cittadini ucraini di nome ma russi di fatto, molti dei quali con doppio passaporto. E lo fa con una manovra che il generale Calabigiosu, una vita nella Nato, giudica «impeccabile» dal punto di vista militare. Senza sparare un colpo, al contrario di quanto hanno fatto in questi anni i neocon nelle guerre scatenate nell’ultimo decennio (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e altro) disseminate di stragi. Probabilmente un «piano d’emergenza studiato da tempo», chiosa ancora Calabigiosu nell’intervista alla Stampa del 3 marzo.

Era prevedibile, previsto dagli apprendisti stregoni che hanno soffiato sul fuoco di piazza Maidan, spingendo i manifestanti a non accettare nessun compromesso con Yanukovich (il presidente ucraino ne ha annunciati a raffica, venendo sempre smentito dai suoi interlocutori). Anche l’intervento russo, obbligato come abbiamo scritto in precedenza, pena il collasso della nazione, era parte dei piani, che prevedevano per la Russia una nuova disastrosa avventura militare come accadde per l’Afghanistan nel 1979, che rappresentò un colpo mortale per l’Unione sovietica. Ma Putin ancora non è caduto del tutto nella trappola: l’aggressione russa c’è stata, ma al momento limitata a tenere sotto controllo l’area di maggior interesse nazionale, la Crimea, dov’è di stanza la più importante base navale russa del Mediterraneo. Un blitz immediato e forse inatteso dalla controparte (Usa e alleati), un po’ come avvenne quando questi convinsero il povero leader georgiano Saakashvili ad attaccare il potente vicino garantendogli un appoggio che non venne perché la guerra finì prima ancora di iniziare.

 

L’invasione russa avrà un’appendice politica: sarà il popolo della Crimea a chiedere, tramite il referendum previsto a fine marzo, l’annessione all’ex madrepatria (la Crimea è stata russa fino al 1954), utilizzando uno strumento già applicato a suo tempo dall’Occidente in Kosovo per staccare questa regione dalla Serbia, anche se il nuovo governo ucraino non ha alcuna intenzione di perderla.

Putin ha ricevuto mandato dal Parlamento di portare la guerra in tutta l’Ucraina in “soccorso” alle minoranze russofone, ma al momento, pur continuando le imponenti esercitazioni militari al confine, non sembra intenzionato a fare questo passo. Ma nelle regioni orientali iniziano a muoversi i filo-russi con azioni simili a quelle poste in essere dai manifestanti di piazza Maidan: occupano palazzi del potere, punti strategici,  danno vita a manifestazioni. Gli sviluppi di questi moti sono al momento imprevedibili, ma certo causeranno ulteriori tensioni sia all’interno dell’Ucraina, sia nei rapporti tra questa e la Russia.

Ovviamente il nuovo governo di Kiev, espressione di piazza Maidan (golpe o rivoluzione che dir si voglia), denuncia l’invasione; come anche le diplomazie occidentali che hanno causato con le loro azioni, e la loro cecità, questo disastro, ma è possibile che le operazioni militari finiscano qui e si apra uno spazio per la diplomazia. Questo almeno l’auspicio della Germania, l’altra grande sconfitta di questa crisi ucraina, e di tanta parte di mondo: occorre aprire un serio dialogo con Putin, senza isolarlo dal contesto internazionale, cosa per la quale spingono i neocon, per scongiurare che la situazione, già deteriorata, precipiti nell’abisso.

 

Già, i neocon, loro non demordono. Hanno sentito l’odore del sangue e sono scatenati: l’ex direttore della CiaPutin la Crimea e i neoconPutin la Crimea e i neocon James Woolsey, in un’intervista alla Stampa del 2 marzo, ha auspicato una «nuova alleanza di Paesi determinati a fermare Putin» che comprenda la Nato e Paesi «dell’Asia centrale che si sentono minacciati dalla politica aggressiva di Mosca» (un riferimento esplicito alla Georgia che attualmente non si sente affatto minacciata, ma tant’è; della recente quanto inquietante visita di Kerry in Georgia abbiamo già scritto). Sempre sulla Stampa, 2 marzo, Richard Perle prospetta una secessione delle province russofone per via referendaria («la soluzione migliore», unica alternativa alla guerra) e spiega che la Russia è ormai uno Stato fallito che sopravvive solo grazie alle esportazione energetiche: «Mosca ha solo questo, l’energia, che però sta perdendo peso per l’aumento della produzione altrove: se il prezzo del petrolio scende sotto una certa soglia, va in crisi. Se l’Occidente avrà il coraggio di giocare questa partita, potrà bloccare Putin». Detta così sembra semplice, di fatto è una dichiarazione di guerra totale, nella speranza di far collassare il sistema produttivo russo. 

 

La prospettiva di una guerra senza tregua a Putin non lascia tranquilli, soprattutto se a chiamare a questa crociata sono personaggi che hanno alimentato il fuoco di piazza Maidan usando la forza d’urto delle formazioni neonaziste e funestato il mondo per anni con le loro teorie apocalittiche. 

Alle Olimpiadi di Sochi non si è acceso uno dei cerchi olimpici, simbolo di pace e fratellanza. Un triste presagio, anche perché la crisi ucraina è dilagata proprio in concomitanza con la pax olimpica. Urge un’azione diplomatica, prima che il funesto presagio diventi tragica realtà.

Ma è inquietante constatare come dall’altra parte dell’Oceano non sembra ci siamo interlocutori adeguati. Obama è il grande assente di questa crisi: ha parlato alla nazione solo qualche minuto, con parole scontate su possibili ritorsioni in caso di invasione russa (che non si vede quali possano essere se non un isolamento internazionale che danneggerebbe non poco l’Europa già in crisi). Ma per il resto tace: di lui i giornali riportano che di tanto in tanto telefona a questo o quel leader per colloquiare in segreto. E l’America parla solo per bocca dei neocon. È successo qualcosa di misterioso che ha permesso questo ritorno di fiamma di un movimento politico che fino a qualche mese fa sembrava in disarmo e ha oscurato un presidente che ha fatto della moderazione il suo tratto distintivo. Ma Obama ha vinto un nobel per la pace preventivo, proprio nella speranza che ponesse fine alla follia neocon, e ad altre a questa collegate: è il momento di dimostrare che lo ha meritato.

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