29 Gennaio 2016

Ripensare la Nato (o morirne)

Ripensare la Nato (o morirne)
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«Stop Bombing». È l’accorato appello lanciato dal premio Nobel per la pace Maired Corrigan a un convegno sulla Nato organizzato dai Cinque Stelle a Roma. E quello della Corrigan, insieme all’intervento di André Vltcek, è stato il momento più alto di un incontro che ha posto a tema una riflessione sulla trasformazione della Nato da scudo difensivo contro il comunismo in un organo militare sempre più assertivo e aggressivo.

 

La Corrigan è irlandese, la sua riflessione parte proprio dall’esperienza del suo popolo che ha saputo uscire da un feroce conflitto a sfondo etnico-religioso-politico usando strumenti politici piuttosto che quelli militari. «Abbiamo capito l’importanza del dialogo con il nemico. E siamo riusciti grazie al compromesso, alla riconciliazione e al perdono». Parole desuete nell’ambito della politica internazionale, dove le contrapposizioni sono sempre più spesso lasciate ai rapporti di forza, aprendo così le porte ai conflitti.

 

Nell’attuale momento storico, ha proseguito la Corrigan, la Nato è al servizio della «guerra permanente» immaginata negli Stati Uniti d’America, con esiti disastrosi per il pianeta. «L’Europa è a un bivio», ha proseguito il nobel per la pace, se cioè continuare a partecipare a questa guerra permanente o tirarsene fuori, immaginando un altro approccio alle crisi internazionali, nel quale la violenza non sia l’unico strumento usato per risolverle (che invece da questa ne vengono alimentate, come dimostrano ampiamente i quindici anni di conflitti post 11 settembre).

 

Di ritorno dal suo terzo viaggio in Siria, la Corrigan racconta di Aleppo e dei tanti villaggi messi sotto assedio dai cosiddetti ribelli, in realtà eserciti ben equipaggiati e addestrati scatenati da forze esterne contro il popolo siriano allo scopo di rovesciare Assad. «I ribelli impediscono il transito di qualsiasi aiuto umanitario, al contrario di quanto scrive la stampa internazionale» che invece, mentendo, accusa Assad.

 

Il conflitto siriano è solo l’ultimo atto di questa guerra perpetua che sta producendo «l’inferno in terra». «È questo il futuro che vogliamo per i vostri figli?», ha chiesto. Ma più che una domanda era un drammatico giudizio su un’Europa che non sa dare risposte alla povertà dei propri cittadini, ma investe miliardi di dollari in armamenti, come accenna di seguito. Armi non solo inutili, ma dannose, ché le guerre stanno fabbricando estremismo e terrorismo in quantità industriale.

 

Una guerra che produce anche un flusso ininterrotto di migranti, ai quali l’Europa è stata chiamata a rispondere in maniera «compassionevole», come ha chiesto papa Francesco e come hanno in qualche modo fatto alcuni esponenti politici (cita l’Italia e la Merkel, ovviamente). Ma che ha anche suscitato pericolose ondate di xenofobia e islamofobia.

 

L’Europa sta rispedendo al mittente un milione di profughi perché ne minerebbero la ricchezza e la stabilità. Eppure il piccolo Libano, da solo, ne ospita altrettanti… Anche su questo drammatico tema la Ue è chiamata a trovare una strada virtuosa, al di là dei desiderata degli Stati Uniti e della Nato. Desiderata che hanno riportato il conflitto nel Vecchio Continente: quella Guerra Fredda (che ha già fatto migliaia di morti in Ucraina) che il crollo del Muro di Berlino aveva archiviato.

 

Di altro tono ma analogo l’intervento di Vltcek, repoter che ha girato il mondo inseguendo gli orrori della guerra per catturarli nei suoi filmati. Secondo il reporter, supportato da dati statistici, il numero delle vittime causate direttamente e indirettamente delle guerre imperiali o neocoloniali scatenate dall’Occidente nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale sono da capogiro: centinaia di milioni se non un miliardo di persone. Guerre neocoloniali le chiama, appunto, perché sono servite a depredare Paesi terzi delle loro ricchezze per trasferirle in Occidente.

 

Non solo ai ricchi, che certo hanno lucrato in abbondanza, ma anche alla classe media, che grazie a queste rapine può giovarsi di diritti negati altrove: la scuola pubblica, la sanità gratuita, ma anche, esempio banale che banale non è, il cellulare. L’industria dei telefonini, infatti, si basa sulla rapina del coltan della Repubblica democratica del Congo: per depredarla del prezioso minerale è stata scatenata una guerra che ha fatto dieci milioni di vittime negli ultimi decenni.

 

Intervento dai toni forti quello di Vltcek, che accenna anche lui ai migranti in fuga dalle guerre Nato. «È come se una donna venisse stuprata, suo marito e i suoi figli uccisi, e lei andasse a chiedere aiuto ai suoi stupratori». Ma la richiesta non viene accolta (in realtà ha usato termini un po’ più crudi). «È una cosa che fa vomitare», ha chiosato senza mezzi termini.

L’Occidente è «ormai indurito dai propri crimini», ha affermato, e «l’impunità» di cui gode lo rende tronfio. Ma bisogna «fermare questa follia».

 

Parole forti, che interpellano nel profondo sul ruolo della Nato come struttura usata per perpetrare crimini contro intere popolazioni. Se la sua abolizione un tempo era una bandiera della sinistra, e quindi aveva buon gioco la critica circa la sua asserita subalternità al Cominform, oggi tale tema viene sollevato da più parti. Un nome per tutti: Sergio Romano, il quale, in un’intervista che ha suscitato clamore, ha affermato che la «Nato non ha più senso».

«Non è una questione di anti-americanismo», ha chiosato Alessandro Di Battista, «ma di sovranità». In sintesi, amici degli americani, ma non succubi.

 

Come dimostra la vicenda delle sanzioni alla Russia imposte all’Europa da Washington, ricordata dal parlamentare Cinque Stelle, che sta falcidiando le industrie italiane, mentre sta facendo incrementare gli scambi commerciali Usa-Russia per i quali tali sanzioni non si applicano.

I Cinque Stelle hanno espresso il loro sostegno a un referendum popolare sulla questione Nato al quale sta lavorando Giangiacomo Claudio.

 

Non si vuol chiedere l’uscita dell’Italia dall’Alleanza atlantica, dettaglia il giurista, ma si vuol porre dei limiti che impediscano che tale adesione vada a detrimento della sovranità popolare del nostro Paese.

Al di là dell’esito, già porre la questione è iniziativa meritoria (oltre che coraggiosa: incontrerà contrasti). Soprattutto in un momento in cui i venti di guerra stanno ottenebrando i cuori e le menti.

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