7 Agosto 2015

Speranze (con incognite) di riconciliazione in Medio Oriente

Speranze (con incognite) di riconciliazione in Medio Oriente
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La scorsa settimana la Casa Bianca ha annunciato che l’esercito degli Stati Uniti è pronto a difendere i cosiddetti ribelli siriani moderati, chiamati a presidiare un’area di sicurezza profonda cento chilometri al confine turco. Annuncio che è risuonato come una dichiarazione di guerra diretta al governo di Damasco. L’iniziativa, infatti, ricorda quel che successe al tempo della guerra libica, dove la no-fly zone servì appunto a garantire il successo della cosiddetta ribellione.

Un decisione senza alcuna base legale, come ha candidamente confessato il portavoce della Casa Bianca Mark Toner in una conferenza stampa. Ma d’altronde la legalità internazionale è diventata da tempo un optional.

 

La presa di posizione dell’amministrazione Usa è arrivata poco dopo l’annuncio dell’accordo Washington-Ankara per creare la “safe-zone” in Siria, stipulato in fretta e furia dopo la svolta della Turchia, che da Paese sostenitore dell’Isis è passato, almeno in apparenza, a suo acerrimo nemico. Una svolta più che ambigua perché Ankara sembra invero perseguire altri scopi, cioè impedire la nascita di una entità curda ai suoi confini e, all’interno, rimettere al centro della scena politica l’Akp, il cui ruolo è stato messo in crisi proprio dall’affermazione di un partito curdo nelle ultime elezioni (ne abbiamo già scritto).

 

E però, accanto e insieme a queste intenzioni più o meno occulte, scopo non dichiarato del primo ministro Tayyp Erdogan sembra essere quello di voler prevenire l’esclusione del suo Paese da una possibile risoluzione della crisi siriana, che dopo l’accordo Usa-Iran sul nucleare appare meno impossibile.

Tanto è vero che la nuova assertività turca inizia proprio dopo la sigla di tale accordo, che sdogana l’Iran e gli affida il ruolo di protagonista di una possibile risoluzione dell’annoso conflitto, come dimostra la visita del ministro degli Esteri siriano a Teheran di questi giorni, ai margini della quale sembra, il condizionale è d’obbligo, sia fiorita una nuova ipotesi di pacificazione della regione.

 

Che qualcosa sia nell’aria d’altronde lo dimostra la rinnovata azione dei russi, strenui sostenitori di Assad, che hanno moltiplicato gli sforzi diplomatici nell’area, in particolare tentando di mediare tra Siria e Arabia Saudita, nemici irriducibili di Assad insieme al Qatar. Significativa in questo senso la visita a Mosca del ministro degli Esteri saudita, Mohammad bin Salman, e del suo vice, Faisal al Mekdad, uno dei principi ereditari delle monarchia del Golfo, avvenuta a fine giugno,

Una visita alla quale avrebbe fatto seguito, secondo indiscrezioni rilanciate dal giornale siriano Al Akhbar, il viaggio del capo della sicurezza siriana Ali Mamluq a Ryad, dove avrebbe incontrato proprio Muhammad bin Salman. Evento che fino a un mese fa era semplicemente impensabile.

 

Non solo, il vice-ministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov ha annunciato una prossima visita del ministro degli Esteri saudita a Mosca. Si tratta della prima visita di così alto livello di un esponente saudita in Russia e dovrebbe servire a preparare quella, ben più importante, dello stesso re, Salman bin Abdulaziz Al Saud, fissata per la fine di agosto.

 

A spingere l’Arabia Saudita a riposizionarsi sono tanti fattori: l’accordo sul nucleare iraniano di certo è stato subito da Ryad, dal momento che ha sdoganato un suo attuale nemico, ma anche i sauditi sanno bene che un confronto troppo aspro con l’Iran per loro oggi sarebbe devastante. La crisi siriana, quindi, può essere occasione per rilanciare quel dialogo con Teheran che comunque in questi ultimi anni, nonostante tutto, è proseguito sottotraccia.

 

Altro motivo sotteso alle iniziative saudite la strenua resistenza di Assad (che oltre al sostegno della Russia, gode dell’appoggio, sul campo di battaglia, dei miliziani iraniani, ma soprattutto di quelli curdi e di Hezbollah). Il presidente siriano, nonostante la masnada di tagliagole mercenari che gli è stata scatenata contro, controlla ancora buona parte del Paese, cosa che tra i suoi avversari sta moltiplicando i dubbi sul tentativo di rovesciarlo per via terrorista.

 

Infine la strenua resistenza in Yemen degli sciiti houti legati a Teheran, i quali, rovesciato il precedente regime filo-saudita, si sono trovati a fronteggiare una coalizione internazionale guidata appunto da Ryad. La monarchia saudita pensava di spezzare in fretta le reni ai rivoltosi. Non è andata così e la sanguinosa campagna militare si sta rivelando un pantano che rischia di minare la credibilità internazionale di Ryad. Da qui la necessità di un dialogo con il vero avversario, ovvero l’ex impero persiano.

 

In questo scenario la politica di Washington appare contraddittoria: l’appoggio a Erdogan alimenta un fuoco che l’accordo con Teheran, fortemente voluto da Obama, tende invece a spegnare.

È la contraddizione insita nell’attuale presidenza degli Stati Uniti, stretta tra il realismo politico dei suoi grandi elettori e la follia bellicista dei neocon ai quali il presidente deve cedere più spesso di quanto voglia.

 

Una contraddizione che è insita anche nell’accordo stretto con Ankara, se è vero, tra l’altro, quel che riferiscono diverse fonti siriane interpellate da al Manar, media libanese vicino a Hezbollah, secondo il quale dagli Usa sarebbero giunte segrete rassicurazioni a Damasco sul fatto che gli aerei Usa eviteranno scontri con truppe e velivoli siriani. Rassicurazione che sarebbe stata raccolta da Damasco che, sempre secondo al Manar, cercherà a sua volta di evitare simili incidenti.

D’altronde i raid della cosiddetta coalizione internazionale anti-Isis messa su da Obama anche in precedenza presentavano rischi – limitatamente – analoghi, ma finora sono stati evitati.

 

Così anche l’accordo Washington-Ankara potrebbe essere meno di quel che appare: un modo per prendere tempo da spendere in mediazioni e per incanalare, e così attutire, la follia bellicista di Erdogan, nel tentativo di trovare una mediazione anche con l’unico protagonista del mattatoio mediorientale finora tenuto fuori dal dialogo (il Qatar, legato a doppio filo con Ankara, seguirà).

 

Ma l’accordo con la Turchia e una nuova e più assertiva presenza nell’area del conflitto serve all’amministrazione Obama anche per dimostrare (all’interno e all’esterno) che un’eventuale soluzione globale non può che passare da Washington, che di certo sta lasciando libertà di manovra ai russi nella speranza di uscire dal pantano, ma non vuole abbandonare l’intera regione alla sua influenza.

L’ambiguità della strategia Usa riserva molte incognite: i nemici della pace – legati all’Isis o a essi (apparentemente) contrapposti – cercheranno di sfruttare la perigliosa situazione per provocare un’escalation ed incalzare ancora di più Assad.

 

Eppure nonostante le incognite, e le stragi quotidiane (di curdi e siriani soprattutto), qualcosa è cambiato nel funesto scenario che solo un mese fa sembrava senza uscita. Qualcosa che potrebbe portare a un vero e proprio dialogo ad alto livello.

 

Una prospettiva che ha reso ancor più nervosa la reazione di quanti hanno visto nell’Isis e affini un catalizzatore in grado di scatenare una reazione a catena capace di scardinare i vecchi assetti geopolitici del Medio Oriente (e dell’Asia) per determinarne altri, a loro più favorevoli. Di questo nervosismo è indice l’attentato targato Isis avvenuto ieri in una moschea di Abha, in Arabia Saudita, nel quale hanno perso la vita tredici poliziotti di Ryad.

La nuova fase del mattatoio mediorientale, che apre alla speranza ma conserva oscure incognite, è appena iniziata.

 
Nella foto il capo del Dipartimento di Stato Usa John Kerry, il ministro degli Esteri saudita Adil Al-Jubayr e il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a Doha.

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