15 Aprile 2023

Foreign Affaires: la Cina non vuole rovesciare l'ordine internazionale

Ufficiali cinesi, russi e sudafricani durante esercitazioni navali a Richards Bay, Sudafrica, febbraio 2023 Tempo di lettura: 3 minuti

Su Foreign Affairs un articolo a firma di Bilahari Kausikan, ex ambasciatore di Singapore a Mosca negli anni ’90, approdato poi, col medesimo incarico, all’ONU. La sua nota, molto articolata, offre un giro d’orizzonte alquanto originale e spiega che il mondo non sta entrando in una nuova Guerra Fredda, cioè in un sistema bipolare, ma in un ambito di competizione tra potenze come è sempre stato nella storia. Da questo punto di vista, si starebbe tornando alla “normalità”.

Usa – Cina: competitori globali di un mondo multipolare

Ciò perché Cina e Stati Uniti, i due veri competitor globali, sono troppo interconnessi, soprattutto nell’ambito economico, a differenza della precedente Guerra Fredda che vedeva la competizione di due mondi opposti e quindi preda di un conflitto esistenziale. Tra i vari esempi di tale interconnessione Kausikan cita Il volume totale del commercio USA-Cina del 2022, che ha raggiunto la cifra monstre  “di oltre 690 miliardi di dollari”…

In questa competizione tra le due grandi potenze i vari Stati sono chiamati a rapportarsi senza legarsi totalmente a uno dei due competitor globali, conservando un approccio bilanciato. La Russia, in tale competizione, avrebbe un ruolo secondario, con Washington alquanto defilata perché concentrata sul confronto con Pechino che, per l’interconnessione di cui sopra, non dovrebbe precipitare in una guerra globale.

Questa l’analisi di Kausikan, più o meno condivisibile, che, anche se lascia da parte tante variabili decisive – anzitutto l’ossessione neocon a conservare la primazia globale, con tutti i rischi del caso -, resta di grande interesse perché, di fatto, anche senza farne menzione, dà come ormai irrevocabile la prospettiva di un mondo multipolare.

Ma, al di là, appare due passaggi dell’articolo appaiono più interessanti di altri. Così su Foreign Affaires: “Mettendo da parte la questione se la Cina abbia la capacità di sostituire il sistema esistente con il proprio [cioè il comunismo ndr], non è proprio nel suo interesse farlo. La Cina è forse il principale beneficiario dell’economia globale del periodo post Guerra Fredda”.

“Pechino potrebbe voler spostare gli Stati Uniti dal centro dell’economia globale, ma questa è una questione diversa dal voler rovesciare del tutto il tavolo. Il comportamento della Cina nei mari della Cina orientale e della Cina meridionale e nell’Himalaya, dove i suoi militari hanno rivendicato provocatoriamente il territorio, è certamente aggressivo e revanscista nelle sue ossessioni territoriali. Ma definire la Cina una potenza revisionista che cerca di sconvolgere completamente l’ordine internazionale significa esagerare enormemente le cose”.

Democrazia e autoritarismo, una propaganda che isola gli Usa

“Altrettanto esagerata è l’idea che la rivalità di Washington con Pechino e l’attuale guerra in Ucraina facciano parte di una più ampia competizione tra democrazia e autoritarismo. I funzionari statunitensi spesso invocano tale retorica, esibendo una tendenza a concentrarsi sulle apparenze piuttosto che sull’essenziale. Questo binario semplicistico è sia inappropriato che inefficace”.

“È inappropriato perché sia ​​democrazia che autocrazia sono termini proteiformi. Esistono molte varianti della democrazia e molte varianti dell’autocrazia, e la distinzione tra loro non è così netta come fingono gli Stati Uniti, come rivela uno sguardo al controverso elenco di invitati al Summit per la democrazia del 2021 dell’amministrazione Biden”.

“È inefficace perché non tutti gli aspetti delle tante varianti occidentali della democrazia attirano ammirazione assoluta, né si possono considerare tutti gli aspetti delle tante varianti dell’autocrazia con orrore. Inquadrare la contesa in questo modo può attirare i già convertiti dell’Occidente, ma limita il sostegno nel resto del mondo”.

Su quest’ultimo punto si può richiamare un recente articolo di Ross Douthat pubblicato sul New York Times, che spiegava appunto come la semplicistica crociata per la libertà in cui si è imbarcata l’amministrazione Biden abbia suscitato diffidenza del mondo, allontanando dall’America tanti Paesi, perplessi sulle finalità e l’utilità, per essi, di tale crociata o che si sentono minacciati dalla stessa.

Il rischio, secondo Douthat, è che, perseverando su questa strada, piuttosto che isolare i nemici di Washington, si vada a isolare gli Stati Uniti, tanto che l’articolo titolava: “Il mondo potrebbe orientarsi verso Cina e Russia”.

Al di là del dibattito sulla crociata Usa, che suscita grandi perplessità anche in seno all’establishment americano, ci sembrava interessante rilanciare la tesi del Foreign Affaires sul fatto che la Cina non abbia alcun interesse a rovesciare l’ordine internazionale, né ha aggressive pulsioni di primazia globale. La retorica opposta, utile per l’altra crociata Usa, indetta contro Pechino, non ha alcun fondamento.