Gli Usa cercano una via di uscita, l'Iran un cessate il fuoco realistico
Tempo di lettura: 4 minutiL’Iran ha detto no a Trump che aveva chiesto un cessate il fuoco. Non senza solide garanzie, che l’America non aveva dato. Lo dicono alcuni analisti, ma è ovvio dallo scambio di dichiarazioni tra i due antagonisti. Peraltro, il Wall Street Journal, il media Usa più bellicoso, lunedì aveva pubblicato una nota dal titolo: “I consiglieri di Trump lo esortano a trovare una rampa di uscita dall’Iran, temendo una reazione politica”.
In realtà, non è solo il rigetto dei cittadini americani per la guerra a indurre l’amministrazione Trump a più miti consigli. Riportiamo un passaggio di un articolo del New York Times di oggi: “La ricerca di vie d’uscita dalla guerra è diventata urgente a partire dal fine settimana, con l’impennata dei prezzi globali del petrolio e il consumo di munizioni costose da parte degli Stati Uniti. Funzionari del Pentagono hanno dichiarato in recenti briefing a porte chiuse […] che l’esercito ha consumato 5,6 miliardi di dollari di munizioni solo nei primi due giorni di guerra […]. Un tasso di consumo di munizioni molto maggiore di quanto reso pubblico”.
Così Trump ha chiamato Putin, nella speranza che potesse far cambiare idea agli iraniani. Lo zar ha offerto diverse opzioni per far cessare il fuoco, offerte che poi ha ribadito essere ancora sul tavolo, aggiungendo che Mosca è in costante contatto con Teheran.
Il problema è che Teheran non può accettare un cessate il fuoco sic et simpliciter, senza cioè solide garanzie che la controparte non lo sfrutti per ripristinare le sue scorte e attaccare nuovamente a sorpresa a breve o medio termine. Oltre a ciò, secondo quanto riporta al Mayadeen, gli iraniani chiedono di poter riprendere l’arricchimento dell’uranio e un risarcimento danni.
Probabile che possa trattare sul secondo punto, cioè ponendo limiti all’arricchimento – com’è avvenuto nel corso dei negoziati che hanno preceduto l’improvvido attacco israelo-americano – e possa accontentarsi di un risarcimento occulto, ché Washington altrimenti sarebbe costretta ad ammettere una umiliante sconfitta, ma non può assolutamente negoziare sul primo punto (in tutte le trattative all’inizio si alza la posta).
Ed è davvero arduo che l’America possa offrire garanzie affidabili, sia per la sudditanza a Israele, a cui peraltro non può imporre di evitare attacchi futuri, sia perché Washington si è dimostrata totalmente inaffidabile. Restano le opzioni non note di Putin, che di certo sono oggetto di trattativa con Teheran dato l’ininterrotto contatto tra i due Paesi.
Peraltro, va notato che Teheran nella prima fase della guerra aveva due obiettivi: erodere le capacità di intercettazione israelo-americana e degradare la loro rete di avvistamento su Israele e nella regione. Raggiunti tali obiettivi, con la rete di sorveglianza ormai smagliata e le scorte di vettori da intercettazione ridotti, i suoi missili possono produrre molti più danni di prima. Peraltro, ha iniziato a utilizzare ordigni più nuovi e più potenti (da ieri ha iniziato a lanciare missili da una tonnellata).
Inoltre, la tempesta perfetta del collasso del traffico energetico sta provocando scosse sismiche in tutto il mondo, come peraltro era prevedibile (solo i consiglieri di Trump non l’avevano previsto, con il ministro dell’energia Scott Bessent che ci ha scherzato su).
Né il ricorso alle riserve strategiche, americane e di altri Paesi, compenserà del tutto la riduzione in atto e, peraltro, è un tampone di breve durata (le scorte americane, scrive Ria novosti, dureranno tre settimane). Inoltre, il loro esaurimento forzato dall’occasione pone enormi incertezze e rischi sul futuro, dal momento che non potranno essere ripristinate a breve.
Ma che qualcosa stia accadendo lo si nota anche in Israele, nonostante il fatto che, come il golem americano, continui a cantare vittoria su tutti i fronti. L’IDF ha fatto sapere che il regime-change in Iran non era un vero obiettivo, dal momento che erano consci della sua impossibilità, e che la guerra mira a una “riduzione sostanziale della minaccia rappresentata dal regime iraniano”. Una comunicazione necessaria a evitare che quanto sta avvenendo sia percepito come un insuccesso.
Si noti che il Jerusalem Post scrive di una “riduzione” e non di una “eliminazione” della minaccia: non è cosa da poco perché a un certo punto Israele potrà dichiarare che tale obiettivo è stato raggiunto… Inoltre, ieri l’IDF ha comunicato che “la campagna contro Hezbollah continuerà anche dopo un eventuale cessate il fuoco con l’Iran”.
Se ciò da una parte evidenzia la folle determinazione della Nuova Sparta, dall’altra fa intravedere che anche a Tel Aviv inizia a porsi la questione della fine delle ostilità con Teheran. Qualcosa, peraltro, accennata ieri, a modo suo, dal ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, secondo il quale Israele non persegue “una guerra infinita”.
Piccoli indizi, poco più, che però si scontrano con le dichiarazioni definitive di Netanyahu, che poi comanda in solitaria (a proposito di regimi). Questi, peraltro, ha annunciato sorprese attraverso un post criptico in cui ha chiesto agli iraniani di “cogliere l’attimo” per rovesciare il governo.
En passant, e a proposito di come è iniziata questa guerra, di interesse le dichiarazioni del senatore Lindsey Graham, il quale prima dell’attacco ha compiuto diversi viaggi in Israele per incontrare, oltre che Netanyahu, i capi dell’intelligence, i quali, come ha dichiarato, “mi diranno cose che il nostro governo non mi dirà”. Ed è grazie a queste informazioni che ha convinto Trump… immaginare ricatti inconfessabili è forse eccessivamente malizioso, ma certo sospetto resta.
È ovvio che il ricatto, sempre che ci sia stato, è proseguito, ma sembra che Trump abbia trovato nuovi spazi di manovra, tanto da annunciare che Witkoff e Kushner si recheranno a Tel Aviv. Vedremo se riuscirà a recepire in qualche modo le più che ragionevoli richieste iraniane, anche se è arduo nutrire speranze. Peraltro, non l’aiuta neanche il traffico di Washington: oggi un camion si è schiantato contro una barriera protettiva della Casa Bianca.
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