14 Maggio 2026

Il patto di mutua difesa Islamabad-Riad potrebbe ampliarsi a Turchia e Qatar

Il motivo del rinnovato interesse di Ankara e Doha per l'accordo è la presa d'atto che gli Usa non garantiscono più la sicurezza regionale (o quel che fosse) e la constatazione che, anzi, la presenza delle basi americane li mette nel mirino dei suoi antagonisti.
di Davide Malacaria
Il patto di mutua difesa Islamabad-Riad potrebbe ampliarsi a Turchia e Qatar
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Il ministro della Difesa pakistano Khawaja Muhammad Asif ha dichiarato che Turchia e Qatar potrebbero presto aderire al patto di mutua difesa Islamabad-Riad. Uno sviluppo che la guerra all’Iran ha certo accelerato, ma che è stato avviato dall’espansionismo israeliano iniziato col genocidio di Gaza, che ha destabilizzato e seminato paura nella regione.

Un espansionismo di stampo militare iniziato a sua volta dopo il fallimento del progetto di Tel Aviv di egersi a dominus regionale grazie agli Accordi di Abramo, che l’amministrazione Biden ha tentato in tutti i modi di imporre ai Paesi arabi (nella regione hanno aderito solo Emirati arabi e Bahrein).

Se gli Stati della regione hanno potuto ignorare il genocidio dei palestinesi – che pure gli ha creato qualche difficoltà interna – dal momento che le mire israeliane sembravano limitarsi alle visioni pregresse riguardo la Grande Israele, non hanno potuto ignorare le mosse e le dichiarazioni successive.

Così la caduta di Assad ha avviato una competizione feroce tra Tel Aviv e Ankara, la quale ha cercato, finora riuscendo, a preservare la sua influenza sulla Siria nonostante l’occupazione israeliana del Golan e delle regioni meridionali e le mire a farne uno stato fallito.

In parallelo, politici e media israeliani hanno iniziato a parlare di una Grande Israele ben più ampia dei confini dichiarati dall’ebraismo messianico fino a qualche tempo fa, rilanciando visioni – dal Nilo all’Eufrate – che appartenevano a un più ristretto ambito di questo movimento radicale.

La svolta, poi, è arrivata con il bombardamento israeliano del Qatar, obiettivo la delegazione di Hamas quivi convenuta per negoziare. Tutti i Paesi della regione – al netto di quelli che avevano aderito agli Accordi di Abramo – lo hanno percepito come una minaccia, sia per la spregiudicatezza di Tel Aviv che per la presa d’atto che l’America non li avrebbe difesi da essa.

Così l’Arabia Saudita ha fatto la mossa del cavallo stipulando in pochissimi giorni un parteneriato strategico con il Pakistan, armato di testate atomiche atte alla deterrenza regionale. Accordo al quale da tempo si vociferava volessero aderire sia la Turchia che il Qatar e che ora, a quanto pare, potrebbe realizzarsi davvero.

Tale sviluppo giunge dopo che il partenariato Riad-Islamabad ha avuto la sua prima applicazione: dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti-Israele dell’8 aprile, il Pakistan ha inviato una squadriglia di aerei militari e di supporto a Riad, per evitare nuovi attacchi nel caso riprendesse il conflitto (in cambio, Riad ha dato al partner 5 miliardi di dollari).

Cash-Strapped Pak To Receive $5 Billion Financial Aid From Saudi, Qatar

Il motivo del rinnovato interesse di Ankara e Doha per l’accordo è la nuova presa d’atto che gli Stati Uniti non garantiscono più la sicurezza regionale (o quel che fosse), sia per il placet garantito all’aggressività israeliana, sia perché l’U.S. Army non li ha protetti dai missili iraniani, avendo accordato tale esclusiva a Tel Aviv; e la constatazione che, anzi, la presenza delle basi americane li mette nel mirino dei suoi antagonisti.

Peraltro l’ingente devastazione subita da tali basi genera dubbi circa la possibilità che gli States vogliano ricostruirle, sia per l’enorme spesa cui dovrebbero far fronte, sia per i tempi necessari al ripristino, che sarebbero necessariamente lunghi, forse troppo per i rischi e le necessità che presenta il prossimo futuro di una regione in dinamico quanto drammatico divenire.

Dubbi incrementati dall’ipotesi, a oggi in fase di valutazione, di stabilire una presenza militare permanente in Israele, che giocoforza renderebbe meno necessarie le basi all’intorno.

US weighs long-term military presence in Israel

Un’ipotesi, quest’ultima, più che inquietante da tanti punti di vista. Infatti, al netto del fatto che l’U.S. Army è fin troppo presente nel territorio israeliano e che Washington ha sostenuto e/o legittimato di fatto tutte le sue iniziative aggressive, una presenza ufficiale giocoforza coinvolgerebbe anche formalmente gli Usa in tutte le iniziative belliche israeliane che, a causa di tale coinvolgimento assicurato, potrebbero moltiplicarsi.

Al di là della querelle, resta che il brusco ridimensionamento delle capacità operative delle basi americane nella regione, momentanea o meno che sia, e l’inaffidabilità dell’ombrello di sicurezza statunitense sta spingendo i Paesi del Golfo a cercare altrove la deterrenza necessaria a proteggersi nel tempestoso Medio oriente.

Da cui il rinnovato interesse di Ankara e Doha per il partenariato strategico saudita-pakistano, e soprattutto per l’atomica di Islamabad. Inutile commentare l’importanza di tale sviluppo. Quanto agli altri Paesi della regione, il tempo e l’evolversi della conflittualità Iran – Israele/Stati Uniti, oltre agli sviluppi dell’aggressività israeliana, avrà un peso notevole sul loro destino.

 

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