Iran. Come si costruisce un regime-change
Tempo di lettura: 4 minutiUn aspetto interessante della crisi iraniana è che Trump, al contrario della retorica brutale usata per le pretese sulla Groenlandia, per giustificare l’intervento contro Teheran, a oggi in sospeso, ha fatto “affidamento sulla responsabilità di proteggere, un’idea associata ai progressisti che normalmente avrebbe ridicolizzato”. Così Adam Dick sul Ron Paul Institute.
In realtà, corregge di seguito Dick, tale idea è propria anche dei neoconservatori, come denota il regime-change consumato in Siria, sul cui destino, ricorda Dick, David Stockman ha scritto: “Uno stato fallito, senza legge, bombardato e impoverito economicamente a causa del pesante intervento di Washington voluto delle sanguinarie sorelle gemelle del Partito della Guerra”.
Le “sorelle gemelle”, continuava Stockman, sono “i neoconservatori – guidati dallo spregevole clan Kagan [oggi ancora sugli scudi ndr] – e dalla claque interventista liberale R2P che fa riferimento a Hillary Clinton”. Dove R2P sta per “responsabilità di proteggere” (i popoli oppressi del mondo).
Sulla responsabilità di proteggere, Dick riporta un’annotazione di Ibrahim Kazerooni e Rob Prince del 2013: “Ciò che distingue le forme più recenti di intervento umanitario è che, grazie agli scritti di autori come Samantha Powers e Susan Rice [clan Clinton ndr.], ha ora una giustificazione teorica più completa; i pretesti per l’intervento militare sono diventati più raffinati, propagandati come una (falsa) preoccupazione per ‘il popolo’. Ciò è stato utilizzato per giustificare l’intervento militare in Libia e, fino a meno di un mese fa, ha rappresentato l’onda emotiva per giustificare un intervento militare più ampio in Siria”.
“Dal momento che è necessaria una scusa elaborata per giustificare un’aggressione immotivata […] l’intervento umanitario serve bene allo scopo. Ma in fondo, se lo si riduce all’essenziale, è poco più che razzismo liberale – ovvero, ‘noi’ = una potenza neocoloniale o un’altra – magnanimamente – stiamo invadendo un paese per il suo bene perché quei poveri idioti non hanno i mezzi per proteggersi e hanno bisogno del nostro gentile aiuto per prevenire disastri”.
“A Trump – conclude Dick – piace ridicolizzare i progressisti per le loro idee, che definisce stravaganti, assurde o pericolose. Allo stesso tempo, sta aderendo a una delle idee più stravaganti, assurde e pericolose associate ai progressisti: cercare di giustificare l’entrata in guerra degli Stati Uniti basandosi sulla tesi della responsabilità di proteggere”. Formula magica per giustificare un intervento militare “senza freni”.
Per supportare un intervento siffatto serve creare una criticità che preveda una rivolta, da presentarsi come pacifica, e un’azione di contrasto della stessa presentata come brutale e inaccettabile agli occhi dell’opinione pubblica globale. Perché la repressione sia dura serve che la cosiddetta ribellione ponga minacce gravi allo Stato bersaglio attraverso una violenza sfrenata e diffusa.
Gli scontri produrranno vittime, tutte attribuite alla repressione anche quando le vittime siano state causate dalle forze antagoniste. Emblematico in tal senso, ma non unico, il caso ucraino, dove il regime-change ebbe successo sull’onda della strage di Maidan commessa da anonimi cecchini “governativi” che, come provarono invece successivamente le indagini della magistratura ucraina, spararono dai palazzi occupati dalle forze di opposizione.
Agli organi di comunicazione, poi, oggi affiancati dai più efficaci social, la mission di bombardare l’opinione pubblica di informazioni volte a rendere mostruose le autorità bersaglio – è d’uso scomodare Hitler e il nazismo – e a enfatizzare al parossismo le sofferenze inflitte agli antagonisti, sempre pacifici ovviamente, che vengono identificati come “popolo”, nulla importando che sono solo una parte di esso e spesso anche minimale.
Un tempo per conformare l’informazione alla narrativa desiderata si usavano le veline degli strateghi della propaganda, alle quali i media erano chiamati ad attenersi. Da tempo tale pratica è affiancata da altro.
Anzitutto dalle informazioni provenienti dal campo di battaglia, raccolte e rilanciate da sedicenti attivisti ai quali i media sono tenuti ad attenersi in quanto unica fonte affidabile. Nel regime-change siriano, ad esempio, tutte le informazioni riferite dai media provenivano dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, nulla importando che non avesse alcun credito essendo tale istituto basato a Londra e portato avanti da una sola persona, per di più pagato dal governo britannico (che di quel regime-change era protagonista).
Nella guerra ucraina tale ruolo di indirizzo della narrativa è stato affidato all’Institute of study of war, gestito dal clan Kagan di cui sopra. Nel caso iraniano da circoli di attivisti quali: Attivisti per i diritti umani in Iran (HRANA); Centro per i diritti umani in Iran (CHRI); Tavaana; Il Centro “Boroman” per i diritti umani in Iran etc. Nessuno di questi ha sede in Iran; più o meno tutti operano degli Stati Uniti che li finanziano tramite organismi collegati alla Cia e al Dipartimento di Stato americano.
A questi, nel tempo, si è aggiunto il centro “Iran Disinformation” che, come svelato dal Guardian, aveva la mission di attaccare giornalisti, accademici e attivisti per i diritti umani americani considerati “non abbastanza ostili” verso il governo di Teheran (per i dettagli sui singoli istituti, rimandiamo ad al Mayadeen).
Fondamentale, poi, l’ambito digitale. Così su al jazeera: “I momenti trascendenti della geopolitica che riecheggiano in tutto il mondo non si forgiano più solo nelle strade o nelle sale riunioni. Sono sempre più progettati nella sfera digitale”.
“[…] Mentre nelle città iraniane scoppiavano le proteste, l’hashtag #FreeThePersianPeople è diventato di tendenza su X. La campagna è stata accompagnata da una valanga di post che annunciavano un imminente ‘momento decisivo’ per la storia dell’Iran e si presentavano come la voce autentica del popolo iraniano”.
“Al contrario, è stato gestito da reti esterne, in particolare account legati a Israele o circoli filo-israeliani, che hanno svolto un ruolo centrale nel dare slancio e orientare la narrazione”. Per i dettagli rimandiamo all’articolo citato.
Ps. Dopo aver telefonato a Netanyahu, Putin ha contattato il presidente iraniano Pezeshkian. Si spera che la mediazione abbia successo.
