Iran: la guerra contro la Cina, i Paesi del Golfo e l'Europa (2)
Tempo di lettura: 4 minutiLa nota precedente necessita alcune postille. Anzitutto sulla necessità dell’Impero di ridimensionare l’Europa, che nella logica di un’America First sotto steroidi rappresenta un concorrente economico secondo solo alla Cina, una “minaccia mortale”, secondo Strana, per il rilancio dell’Impero.
La nuova strategia imperiale, continua, si prefigge di “trasformare l’Europa in una colonia americana [in realtà si incrementa un processo già avviato ndr.], consolidando accordi sbilanciati con essa, costringendola a spendere per l’acquisto di prodotti americani […] a scapito della propria industria, avviando la de-industrializzazione dei Paesi europei e lo smantellamento dello stato sociale, trasformando così l’Europa in un fattore per la rinascita della potenza economica statunitense”.
“Nella nuova geopolitica di Trump, l’Europa come entità unica e potente è assolutamente superflua, perché conserva, almeno teoricamente, il potenziale per un proprio gioco geopolitico e geo-economico distinto da quello di Washington. Di conseguenza, è nell’interesse degli Stati Uniti indebolire l’UE e alimentare attriti interni al suo interno, fino al punto di provocarne il collasso. È molto più facile per gli americani rendere i singoli paesi europei completamente dipendenti che piegare l’UE nel suo complesso”.
“In Europa si pensa che Trump possa essere spinto a considerare i Paesi membri come dei partner minori, ma utili, all’interno ‘dell’Occidente globale'” […]. Tuttavia, Washington non mostra alcun segno di voler recepire” tale idea.
“Per Trump, l’Unione Europea non è fondamentalmente diversa dai regimi di Maduro o Khamenei: come questi, è una potenziale vittima. E dopo ogni nuovo successo geopolitico, la politica di Trump nei confronti degli europei s’inasprirà”.
La seconda postilla riguarda i Paesi del Medio oriente. Nella nota pregressa abbiamo accennato che gli attacchi alle risorse dei Paesi del Golfo potrebbero in realtà essere delle false flag messe in atto da Israele e/o gli Stati Uniti perché si uniscano alla crociata anti-Iran.
Al Manar ricorda il precedente della USS. Liberty, quando, nel 1967, durante la Guerra dei sei giorni (che contrapponeva Israele ad alcuni Paesi della regione), le forze israeliane attaccarono una nave della marina americana inviata al largo delle coste egiziane per monitorare il conflitto. Trentaquattro le vittime.
Un errore, la versione ufficiale, che però non è possibile conciliare con la testimonianza puntuale dei sopravvissuti (rimandiamo alla testimonianza di Phil Tourney). In realtà, si voleva attribuire l’attacco all’Egitto, così da spingere gli Stati Uniti a entrare in guerra a fianco di Tel Aviv.
Sempre al Manar ricorda anche l’affare Lavon, “quando il capo dell’intelligence militare israeliana (Aman) organizzò attentati dinamitardi contro interessi egiziani e occidentali in Egitto attribuendoli ai Fratelli Musulmani, ai comunisti egiziani, a ‘insoddisfatti non specificati’ e a ‘nazionalisti locali’, per “minare la fiducia dell’Occidente nel regime egiziano e generare insicurezza nel Paese” (vedi anche Haaretz).
Sempre al Manar riporta che l’affare Lavon fu rilanciato nel giugno del 2025 dal quotidiano turco Daily Sabah per allarmare sul fatto che “per trascinare gli Stati Uniti in guerra contro l’Iran, Israele potrebbe organizzare attacchi terroristici e, come ha dimostrato la storia, i suoi alleati potrebbero essere sacrificati” a tale scopo.
Ma se abbiamo riportato al Manar è per l’avvertimento dell’ex ministro degli Esteri del Qatar, Hamad bin Jassim, che ha paventato simili pericoli, spiegando che “alcune forze vogliono che gli stati membri del CCG [Consiglio di cooperazione del Golfo ndr.] agiscano contro l’Iran. Sanno che l’attuale conflitto tra Stati Uniti e Israele da un lato, e l’Iran dall’altro, finirà, ma che uno scontro diretto tra gli stati membri del CCG e l’Iran, se dovesse verificarsi, esaurirebbe le risorse di entrambi e darebbe a molte potenze l’opportunità di controllarci con il pretesto di aiutarci a uscire dalla crisi. Pertanto, è vitale evitare di scivolare in uno scontro diretto con l’Iran”.
“Dobbiamo anche prendere coscienza che, dopo la fine di questo scontro […] nuove potenze emergeranno nella regione e Israele dominerà la nostra regione. Pertanto, gli Stati del Consiglio di cooperazione del Golfo non hanno altra scelta che rimanere uniti contro qualsiasi aggressione e respingere qualsiasi tentativo di imporre diktat o di ricattarli”.
Un’ulteriore postilla va spesa per il nuovo ayatollah, il figlio di Khamenei. Possibile che la sua elezione sia gradita ai nemici dell’Iran, come accennato nella nota pregressa, ma resta che il potere cambia le persone e il potere in Iran è articolato e complesso, da cui tante incognite.
Inoltre, se è vero che una “guerra senza fine” appartiene ai sogni di Netanyahu e dei suoi soci neocon, è pur vero che anche l’Iran può giovarsi del protrarsi del conflitto. Ha molte frecce nella sua faretra (vedi Haaretz).
Infine, come accennato nella nota pregressa, se l’America registrasse troppe vittime, ciò potrebbe innescare una reazione negativa tale da indurre l’Imperatore a porvi fine. Importante, da questo punto di vista l’articolo di Larry Johnson pubblicato dal Ron Paul Institute dal titolo: “L’amministrazione Trump sta mentendo sulle vittime americane nella regione del Golfo Persico”.
Secondo Johnson tanti indizi concorrono a tale conclusione e riporta che il “Landstuhl Regional Medical Center in Germania, il più grande ospedale del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti al di fuori degli Stati Uniti e il principale centro di evacuazione e traumatologia all’estero per i militari feriti provenienti da Europa, Medio Oriente e Africa, ha inviato una nota in cui si annuncia la sospensione temporanea dei suoi servizi di travaglio e parto ‘fino a nuovo avviso'”.
“[…] Un mio amico, persona esperta che ha supervisionato il Programma per i Soldati feriti del Dipartimento della Difesa durante le guerre dell’Iraq e dell’Afghanistan e ha lavorato con il personale del LRMC, ha appreso oggi che l’ospedale sta ricevendo un’ondata di feriti. I numeri sono così elevati che l’ospedale non può più continuare a investire risorse per le nascite”.
Altro indizio: la Dover AFB, che lavora col Pentagono, sta “assumendo con urgenza” personale per la cura degli effetti personali dei soldati defunti.
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