27 Ottobre 2025

L'incontro Trump- Xi e la visita dell'inviato di Putin negli Usa

di Davide Malacaria
L'incontro Trump- Xi e la visita dell'inviato di Putin negli Usa
Tempo di lettura: 4 minuti

Le delegazioni di Cina e Stati Uniti hanno trovato un’intesa. Così l’incontro tra Xi Jinping e Trump di giovedì non avrà solo un alto valore simbolico, quello di una distensione tra le due potenze, ma avrà anche un esito sul piano commerciale, che il presidente americano potrà spendere presso l’opinione pubblica del suo Paese.

Se nell’immediato è più importante il livello commerciale, che ha ricadute globali, in prospettiva è ben più importante l’aspetto simbolico perché va a frenare, e in via provvisoria a chiudere, la spinta verso un confonto militare con il Dragone, che da anni i think tank e l’esercito Usa considerano inevitabile, con conseguenze sia sul riarmo che sulla politica estera Usa in Asia.

Tale de-escalation, di portata storica se andrà a consolidarsi, è stata peraltro tematizzata da tempo dagli analisti di politica estera Usa di stampo realista, che hanno in Henry Kissinger il nume tutelare (sul quale Trump si è appoggiato nel suo primo mandato), ed è stata rilanciata con forza da un rapporto Rand Corporation, il pensatoio della Cia.

Stabilizing the U.S.-China Rivalry

Documento ponderoso, impossibile sintetizzarlo, ma che, a fronte dei rischi insiti nella rivalità tra le due potenze, ammonisce: “Moderare questa rivalità emerge come un obiettivo fondamentale per gli Stati Uniti, la Cina e il mondo in generale”. 

Tra le tante criticità tra i due Paesi, quelle più a rischio di trasformare la competizione globale in guerra aperta sono la contesa sul Mar cinese meridionale e quella sullo status di Taiwan. Così su Taiwan: “Per stabilizzare la questione di Taiwan bisognerebbe puntare a creare il massimo incentivo affinché Pechino persegua un approccio graduale verso l’unificazione”, che quindi diventa prospettiva legittima e non più linea rossa da contrastare con la Forza.

Tanto che specifica: “La nostra teoria del successo nella stabilizzazione della questione di Taiwan si concentra sull’opzione di massimizzare gli incentivi perché Pechino perseguia un approccio graduale per realizzare il suo obiettivo finale”.

In tal senso gli Usa dovrebbero dichiarare che “non sostengono l’indipendenza di Taiwan”, né “perseguono una separazione permanente attraverso lo Stretto”, né infine, che si “oppongono all’unificazione pacifica”…

Invece, per quanto riguarda “il Mar Cinese Meridionale, occorre combinare la deterrenza dell’escalation militare con un’intensificazione della diplomazia multilaterale e bilaterale per creare un percorso a medio termine verso una soluzione pacifica”.

Sembra che Trump si muova seguendo tali linee guida, anche se a suo modo, con stop and go e roboante retorica. Purtroppo, mentre si sta sviluppando tale distensione, due incidenti hanno funestato l’aeronautica della Us Navy che batte il Mar cinese meridionale: ieri ha perso due velivoli, un elicottero MH-60R Sea Hawk e un caccia F/A-18F Super Hornet (salvi gli equipaggi). Cose che capitano, ma a distanza di mezz’ora l’uno dall’altro appare un record che getta ombre sul futuro.

Al di là del particolare, il processo avviato da Cina e Usa si sta sviluppando mentre si registra un processo analogo, ma molto più sottotraccia, tra Stati Uniti e Russia, che vede l’inviato personale di Putin, Kirill Dmitriev, impegnato in un dialogo fitto con con gli esponenti dell’amministrazione Trump, in particolare con l’uomo più vicino al presidente, Steve Witkoff.

Nulla è trapelato dei colloqui in corso, se non un cenno alquanto singolare di Dmitriev, secondo il quale sarebbe vicina una “soluzione” al conflitto ucraino. Se si considera che la visita avviene dopo l’apparente rottura di Trump e mentre la Ue che spinge sull’acceleratore sul sostegno Kiev fino a brandire la guerra termonucleare – tale la conseguenza dell’invio dei missili a lungo raggio sollecitato da Londra – si può rilevare l’importanza del dialogo.

Per parte sua, Trump continua a ribadire l’inutilità del sul summit con Putin con una reiterazione sospetta: sembra più un escamotage per stroncare sul nascere domande sulla visita di Dmitriev negli States, la cui insolita durata – siamo al terzo giorno ormai – segnala quanto il dialogo tra le due potenze sia ampio e approfondito (peraltro, sicuramente Dmitriev si sta interfacciando anche con la madrepatria).

A margine si può notare che alla crescente escalation della Ue, la Russia ha risposto annunciando una nuova e più distruttiva arma: un missile balistico a propulsione nucleare, che può viaggiare per mesi a grande velocità e può essere armato con testate atomiche. Un’arma che pone fine ai sogni (incubi per i cittadini) occidentali di uscire vincenti da un conflitto termonucleare. L’annuncio di Putin serviva cioè a raffreddare i bollenti spiriti della leadership europea.

Resta, però, la crisi del Venezuela, sempre più incombente dopo l’invio di una portaerei Usa al largo delle sue coste. Va notato che è probabile che le sanzioni contro le maggiori compagnie petrolifere russe comminate da Trump servano più a cercare il dominio delle fonti energetiche globali che a indurre Putin a recedere sul conflitto ucraino (è alquanto ovvio che non avranno tale effetto). Il tintinnio di sciabole contro Caracas conferma tale lettura.

“Il regime-change in Venezuela favorisce la Exxon, non gli americani”, titolava The American conservative alludendo alla più importante compagnia petrolifera Usa. Va ricordato che, al suo primo mandato, Trump nominò Capo del Dipartimento di Stato l’amministratore delegato della Exxon Rex Tillerson. Se vero che il conflitto contro Caracas è un’ossessione dell’attuale Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio, è pur vero che Trump ha un rapporto con il settore energetico alquanto intenso. Arduo, quindi, che i gringos desistano dall’aggressione, ma la speranza va comunque conservata.

Venezuela Regime Change Helps Exxon—not Americans

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