20 Giugno 2024

Netanyahu e la caduta di Atene

Il premier israeliano si presenta alla Knesset con il volume "Ascesa e caduta di Atene" in bella vista. Quale che sia il messaggio non sarà sfuggito al destinatario
Netanyahu e la caduta di Atene
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Momento critico per Netanyahu, che vede insidiato il suo regno da criticità politiche e dal confronto più o meno segreto con gli alti gradi dell’esercito. Ne abbiamo scritto in una nota precedente, in questa sede interessa riferire che, negli ultimi giorni, con il suo trono che scricchiola, il premier israeliano si è presentato in pubblico brandendo il libro The Rise and Fall of Athens (L’ascesa e la caduta di Atene), una riproposizione di scritti di Plutarco a cura di Ian Scott-Kilvert editato per la prima volta nel 1960. Una stranezza che ha colpito, tanto che i media israeliani gli hanno dedicato diversi articoli.

Quale Atene e quale Sparta

Volume invero bizzarro nelle mani del premier israeliano, che racconta la parabola della città-Stato greca, dalla genesi fino alla caduta, avvenuta nella seconda guerra del Peloponneso ad opera di Sparta.

Netanyahu ha tanti tragici difetti, ma non difetta in intelligenza. E l’apparizione di quel libro nelle sue mani non sembra affatto casuale, ha tutta l’aria di un messaggio. Ma diretto a chi?

Se si sta alle semplicistiche narrative mainstream che vedono gli Stati Uniti, potenza commerciale e navale, assimilati ad Atene, mentre la Russia, potenza  militare, è assimilata una moderna Sparta, il codice sembra di facile lettura.

Ancora più facile se si sta alla trappola di Tucidide molto in voga da qualche anno per descrivere il contrasto Stati Uniti-Cina, con i primi identificati con Atene, luce di democrazia, e la seconda con Sparta, potenza autoritaria. Possibile che Netanyahu stia chiedendo una convergenza con Russia e Cina? Sembrerebbe.

Peraltro, anche se bizzarro, certi messaggi in codice si trasmettono in modalità similari, dal momento che il premier israeliano non può certo telefonare né inviare messaggeri, perché sarebbero intercettati e il tradimento dell’alleanza occidentale sarebbe subito smascherato e punito (mentre impunito resta il massacro di Gaza).

Sembra proprio che Netanyahu stia facendo qualche profferta, nei modi e nelle forme in cui si comunicano in codice certe cose. Anche perché deve farlo con la cautela del caso. Rischia di fare la fine di Yitzhak Rabin (accostamento che facciamo con moltissima fatica data la statura di quest’ultimo), morto assassinato; o di Ariel Sharon, al quale venne un coccolone poco dopo aver ordinato di ridare Gaza ai palestinesi.

Quando Sharon si ritirò da Gaza

Ma potrebbe davvero darsi una convergenza con Mosca o con la Cina? Appare arduo, dato che ambedue sostengono lo Stato palestinese, né possono deflettere da tale posizione sia per prestigio internazionale sia perché perderebbero alleanze nel mondo arabo.

Netanyahu, la mossa del cavallo…

Ma al momento non è questo il tema. Netanyahu ha fatto la sua mossa, forse perché consapevole che le manovre per esautorarlo sono insostenibili; forse perché sa che prima o poi i suoi, e l’America, gli faranno pagare il conto di tutti i torti subiti; o forse perché sa che prima o poi Israele dovrà rifarsi una verginità e lui sarà l’unico capro espiatorio; o forse semplicemente perché vuol legarsi a un carro che giudica vincente; oppure per altro e più insondabile.

Quel che è certo è il messaggio, che non sarà sfuggito a Mosca o a Pechino (né a Washington…). E il messaggio non riguarda solo il contingente, cioè la sua sopravvivenza politica, ma è di prospettiva: l’allontanamento di Israele dal ristretto ambito americano per portarlo in una prospettiva multipolare di cui si sono fatti alfieri Russia e Cina.

Peraltro, da nazionalista convinto, sarebbe quello il campo naturale della sua azione e in passato ha anche indugiato in questa tentazione, in particolare quando ha immaginato un viaggio in Cina, poi costretto a cancellare a causa dei tanti contrasti. E con Putin, nonostante l’acerrima rivalità, in passato ha avuto frequenti rapporti, pur se affaticati dall’ambiguità congenita di cui è portatore insano.

Difficile immaginare come possa prendere forma una convergenza russa o cinese con il re d’Israele. O meglio, può prendere tante di quelle forme da rendere impossibile darne una come più probabile.

Un esempio? Fargli vincere la guerra, convincendo Hamas a dichiarare morto il capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, il quale potrebbe essere destinato, più o meno a forza, verso qualche atollo caraibico o altro.

Di certo la mossa del cavallo di Netanyahu si addice al personaggio, spietato quanto pragmatico. Quanto a russi e cinesi, non avrebbero problemi a trattare con lui, nonostante i crimini commessi, anche perché non è che i suoi avversari siano meno colpevoli. Di certo, nel caso, chiederebbero solide garanzie, stavolta più vincolanti di altre volte.

Ad oggi, però, tutto è sospeso. Del libro di Netanyahu abbiamo visto solo la copertina, niente più. E tutto potrebbe finire così, come un libro che, pur editato, nessuno leggerà.

 

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