10 Marzo 2026

Telefonata Trump-Putin sull'Iran: prove di Endgame

di Davide Malacaria
Telefonata Trump-Putin sull'Iran: prove di Endgame
Tempo di lettura: 4 minuti

La telefonata tra Putin e Trump di ieri potrebbe essere un punto di svolta del conflitto iraniano, non per nulla il presidente americano in seguito ha dichiarato che la guerra è “praticamente finita”. Ovviamente ha aggiunto che l’Iran non ha più un apparato bellico, distrutto dai bombardamenti americani, dal momento che deve rivendicare una vittoria per potersi ritirare.

Certo, l’uomo è mobile ed è arduo fidarsi, ma ci sono indizi che quanto ha dichiarato abbia un qualche fondamento. Anzitutto, Putin, prima della telefonata, aveva dichiarato che l’alto costo del petrolio potrebbero essere “temporaneo“.

Un pronostico che può avere una sola causale: la fine del conflitto, ché qualsiasi soluzione tampone (attingere alle riserve strategiche, la fine delle restrizioni al petrolio russo) non avrebbe tale effetto. La chiusura dello Stretto di Hormuz e l’instabilità del Medio oriente renderebbero tali soluzioni precarie.

Va notato, peraltro, che Putin finora ha evitato di parlare della guerra iraniana, lasciando campo libero ai suoi. Il cenno succitato, sebbene indiretto, assume quindi un ulteriore peso.

Altro indizio: dopo le dichiarazioni di Trump il prezzo del petrolio è sceso. I produttori di petrolio e la grande finanza hanno informazioni privilegiate. Se le parole di Trump non avessero alcun fondamento non avrebbero avuto tale effetto. Lo stress test sul commercio globale della chiusura di Hormuz, che gli States ritenevano di poter gestire, ha avuto effetto.

Altri cenni si possono rinvenire sui media israeliani. Il Timesofisrael titola: “Mentre i prezzi del petrolio rappresentano un pericolo per Trump, emerge un divario tra Stati Uniti e Israele sull’Iran”. Nell’articolo viene interpellato Michael Singh, direttore generale del Washington Institute for Near East Policy, secondo il quale “gli obiettivi degli Stati Uniti e di Israele nel conflitto con l’Iran sono per lo più simili, ma non identici”.

“[…] Gli Stati Uniti potrebbero non avere la stessa propensione per un conflitto lungo, soprattutto perché abbiamo priorità in altri teatri che Israele ovviamente non ha, e possiamo fare le valigie e tornare a casa, mentre Israele non può”.

L’aspetto più importante di tale dichiarazione è che Singh, il più importante consigliere della Casa Bianca per il Medio Oriente del presidente George W. Bush, è un autorevole neoconservatore e, in obbedienza al suo Credo, aveva pressato Trump perché intervenisse contro Teheran.

Non è il solo neocon a sollecitare un dietrofront. Lo fa anche l’ancor più autorevole Max Boot che, sulle colonne del Washington Post, verga un durissimo j’accuse contro Trump perché “tutta l’energia e l’attenzione che gli Stati Uniti stanno riversando sul Medio Oriente rappresentano un’ulteriore distrazione dalla crescente sfida economica e militare rappresentata dalla Cina”.

Insomma, i neocon, o almeno parte di essi, non sono più ingaggiati in questa guerra. Dato il loro peso negli Usa, ciò è più che importante. Di interesse un passaggio dell’articolo di Boot: “Il presidente Volodymyr Zelensky ha affermato che in soli tre giorni di scontri con l’Iran sono stati utilizzati più missili Patriot di quanti ne siano stati utilizzati dall’Ucraina dal 2022. Immaginate quanta infrastruttura energetica ucraina – e quanti civili ucraini – avrebbero potuto sopravvivere all’inverno se Trump avesse inviato più Patriot in Ucraina invece di partecipare a quella che un giornalista ha definito una ‘guerra per capriccio’ contro l’Iran”.

Tale passaggio sembra cogliere il punto: gli Usa, come paventato dal Capo di Stato maggiore Usa Dan Caine prima dell’intervento, stanno bruciando tutti gli intercettori disponibili (vedi Yedioth aeronoth) e Israele e le loro risorse nella regione sono sempre più alla mercé dei missili iraniani.

La realtà ha infranto le strategie da salotto dei guerrieri virtuali. Inoltre, sembrano essere fallite diverse iniziative sulle quali Washington e Tel Aviv puntavano per creare guai a Teheran.

Fallito il regime-change, come anche il pronosticato collasso dell’apparato politico-militare conseguente all’assassinio dell’ayatollah Khamenei, con il successore eletto in tutta tranquillità, restavano altre carte da giocare: l’invasione dei curdi dal Kurdistan iracheno, l’aggressione dell’Azerbaigian e l’adesione dei Paesi del Golfo alla crociata anti-Iran.

I curdi finora sono stati tenuti a bada dall’Iraq, sul quale l’Iran ha grande influenza, e dalla Turchia, che teme l’attivismo curdo più di altro, oltre che dalle fazioni curde meno propense a stare al gioco al massacro al quale tale strategia li destina.

L’Azerbaigian, spesso usato da Israele per le sue operazioni sotto copertura in Iran, doveva attivarsi a seguito della caduta di un drone su un suo aeroporto (attacco attribuito all’Iran, con Teheran che accusa Israele di una false flag). Non è andata così ed è probabile che anche su questo fronte a frenare sia stata Ankara, stretta alleata di Baku.

Infine, anche la pronosticata adesione dei Paesi del Golfo nell’attacco all’Iran, la carta più dirompente, sembra sfumata. Nonostante le dure prese di posizione contro Teheran per gli attacchi contro i loro territori, i Paesi del Golfo non sembrano intenzionati a ingaggiarsi.

Tanto che ieri il senatore Lindsey Graham ha minacciato Riad di “conseguenze” se non farà guerra all’Iran. Dichiarazione isterica, che denota certa disperazione. Probabile che a frenare tale sviluppo siano stati Russia e Cina, che hanno influenza nella regione (ieri l’inviato di Pechino era nel Golfo).

Altro indizio che si profila un Endgame il fatto che Trump, dopo aver dichiarato che la fine del conflitto sarà coordinata con Netanyahu, aveva inviato a Tel Aviv Steve Witkoff e Jared Kushner. Evidentemente dovevano dar seguito alle sue parole.

La visita è stata però annullata, segno che il “mago di Israele” non vuol cedere. Netanyahu è scaltro e ha tanto potere dalla sua, non solo in Israele. Può far saltare tutto. Ma intanto, va registrato con trepida speranza il primo distacco di Trump dal suo alleato/padrone da quando è iniziata la guerra. Il fatto che i neocon siano divisi gli offre una sponda significativa.

 

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