30 Agosto 2016

La Turchia entra in Siria

La Turchia entra in Siria
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Un nuovo attore entra nel mattatoio Siria, la Turchia. Non che finora fosse rimasta estranea alla guerra che da anni devasta il Paese, anzi ha rivestito un ruolo da protagonista, sia sostenendo fazioni jihadiste di sua fiducia, Isis compreso, sia permettendo agli altri sponsor internazionali delle varie bande armate scatenate nel Paese in funzione anti-Assad di usare l’Anatolia come un hub per supportare i propri manutengoli locali.

 

E però Ankara finora aveva evitato di far entrare le sue forze armate in territorio siriano. Invece alcuni giorni fa i militari di Ankara hanno varcato il confine per conquistare la città strategica di Jarabulus. Mossa a sorpresa che può cambiare, e molto, lo scenario di questo conflitto sanguinoso.

 

Iniziativa che va ricompresa nell’ambito dell’evoluzione dello scenario mediorientale, che in quest’ultimo mese ha visto il riposizionamento geostrategico della Turchia.

 

Dopo aver mandato a vuoto un colpo di Stato ordito contro di lui in ambito Nato, il presidente turco Recep Erdogan ha accelerato il processo di riavvicinamento verso Mosca precedentemente avviato (motivo del tentato putsch per spodestarlo), allacciando nuovi rapporti con Putin, azzerati dall’abbattimento di un jet russo in Siria da parte dell’aviazione turca.

 

Proprio questo nuovo rapporto con Mosca ha consentito all’esercito turco la sortita siriana, prima impossibilitata da un sicuro contrasto da parte dei russi, presenti sul territorio con i loro aerei (e non solo).

 

Se la luce verde di Mosca spiega la libertà di azione turca, che non ha suscitato eccessive reazioni a Damasco, non spiega però il motivo della sortita, che invece va ricercato nell’intenzione di Ankara di evitare la creazione di uno Stato curdo in Siria. Jarabulus, infatti, è stata conquistata dai miliziani del Ypg con l’appoggio dell’aviazione di Washington.

 

L’intervento turco è peraltro accompagnato da una richiesta: le milizie curde non devono oltrepassare la sponda Ovest dell’Eufrate. Un ukase al quale si è dovuta adeguare anche Washington, nonostante le proteste verbali per l’attacco, dal momento che è costretta a recuperare il rapporto con Ankara.

 

Proprio in questi giorni, infatti, Obama ha spedito il suo vice Biden da Erdogan a chiedere (implicitamente) scusa per il tentato golpe e a rassicurarlo sul futuro: troppo importante il ruolo della Turchia nella Nato per rischiarne la fuoriuscita.

 

Così Erdogan ha ricevuto doppia rassicurazione sul suo principale interesse strategico: il Kurdistan siriano semplicemente non sarà.

Un obiettivo che in fondo coincide con quello di Damasco che vede con orrore la prospettiva di uno smembramento della nazione, secondo quanto previsto invece dai progetti neocon che hanno scatenato questa guerra.

 

Possibile però che i curdi non debbano rinunciare del tutto alle loro aspirazioni nazionali: il recente incontro tra Erdogan e Barzani, presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno, potrebbe preludere all’accettazione da parte di Ankara di uno stato curdo in Iraq. Cosa che avrebbe la benedizione di Israele, che da tempo intrattiene rapporti con tale entità politica e nutre tale tacita speranza (ne abbiamo accennato in una nota).

 

Se si tiene conto che i nuovi rapporti tra Putin ed Erdogan si accompagnano anche a più proficui rapporti tra i due e Netanyahu, l’ipotesi non appare del tutto aleatoria.

Ciò potrebbe compensare i curdi dello sforzo compiuto a supporto di Washington e Mosca sul fronte anti-Isis.

 

Certo, rimane il problema interno alla Turchia, dove la minoranza curda è oppressa dal governo centrale, che a sua volta non può permettersi il prolungarsi di un conflitto civile così lacerante. Il 21 agosto tale minoranza ha dovuto piangere altri morti: un attentato ha fatto 51 vittime durante un matrimonio.

 

Atto terroristico sospetto, secondo Ayse Erdem, presidente dell’Hdp (il partito curdo in Turchia). Che al Corriere della Sera del 22 agosto ha detto di trovare «significativo che sia avvenuto soltanto poche ore dopo che il Kck (unione delle comunità del Kurdistan che raggruppa decine di organizzazioni tra cui il fuorilegge Pkk, il partito armato ndr.) ha emesso un comunicato per riprendere i negoziati di pace con il governo di Erdogan. Finalmente c’era una speranza, uno spiraglio. Ed ecco la strage» (sui fallimenti dei negoziati pregressi vedi nota).

 

Insomma, tante variabili in questo rebus. Va aggiunto però che la presenza di forze turche in Siria segnala un altro dato, forse più rilevante: Erdogan si sta ponendo come interlocutore di un possibile (anche se ancora impervio) processo di pace in Siria, dopo anni nei quali nei vari negoziati era stato di fatto escluso.

 

Mosca infatti lo riteneva supporter irriducibile di Al Nusra (al Qaeda in Siria). Washington invece aveva più interesse a favorire l’Arabia Saudita (altro grande sponsor dei jihaidisti), allo scopo di allargare l’area di interesse sunnita in funzione anti-Iran.

 

Il grande rimescolamento mediorientale ha ribaltato la situazione a favore di Erdogan, che sembra potersi ritagliare il ruolo di federatore dell’opposizione jihadista al posto di Ryad. Con il beneplacito vigile di Mosca, già scottata dalle ambiguità turche. E il possibile placet, seppur controvoglia, di Washington. Ciò potrebbe portare, almeno si spera, a negoziati più fruttuosi dei precedenti.

 

Certo, il mattatoio siriano può ancora riservare sorprese, ma se questo scenario, a oggi solo accennato, si realizzerà, le aspirazioni egemoniche sul medio oriente nutrite dall’Arabia Saudita subiranno un netto ridimensionamento. Peraltro essa sta anche perdendo la guerra in Yemen, nonostante la netta superiorità sugli insorti che era sicura di schiacciare in pochi mesi.

 

Probabile, se la situazione siriana evolverà in senso virtuoso, che Ryad sia costretta ad accettare un compromesso al ribasso molto simile a una resa. A meno che i costruttori di caos, dopo aver usato Ryad (e il suo sostegno all’Isis) per i loro nefandi scopi, non decidano di farla collassare per dar inizio a un nuovo gioco al massacro.

 

Si aprirebbero altre finestre di opportunità per l’Isis e derivati. Un’eventualità solo eventuale e futura, che però, purtroppo, non può non esser tenuta in debito conto da chi oggi tenta di ricomporre il caos siriano. Altra variabile che complica ancora di più il quadro.

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