16 Aprile 2013

Egitto, tra tensione e mediazioni

Egitto, tra tensione e mediazioni
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Una settimana fa, domenica 7 aprile, un’aggressione contro i fedeli che uscivano dalla cattedrale di San Marco, al Cairo, ha provocato due vittime, un cristiano copto e un musulmano. «Torna la violenza settaria in Egitto», hanno commentato alcuni osservatori stranieri: è il segnale – si è letto – che la tensione sta salendo e che il governo guidato dai Fratelli musulmani è in crisi. È riemersa pure la retorica del “si stava meglio quando si stava peggio”, cioè ai tempi della dittatura di Hosni Mubarak.

Uno dei più ascoltati esperti americani di Medio Oriente, Marc Lynch, si è chiesto (su Foreign Policy): «Ci siamo forse sbagliati sui Fratelli musulmani?». Lynch è tra i tanti esperti che vedono nella Fratellanza musulmana egiziana una forza democratica che può aiutare a stabilizzare l’Egitto e tutta la regione. Gli islamisti hanno già fallito? No, risponde Lynch, anche se la situazione egiziana resta delicata.

Il presidente Morsi, subito dopo gli scontri alla cattedrale, ha telefonato al nuovo patriarca copto Tawadros II. «Un attacco contro la cattedrale è come un attacco rivolto personalmente contro di me», ha detto Morsi. Il presidente è impegnato nel complicato tentativo di tenere insieme un Paese in cui si confrontano anime e poteri diversi, le minoranza cristiane e i gruppi di estremisti salafiti, i militari eredi del vecchio regime e i rivoluzioni di piazza Tahrir. Il percorso verso la stabilità, allora, non può che essere tortuoso.

Ma i passi avanti ci sono. Lunedì 8 aprile il principale leader dell’opposizione laica, l’ex capo dell’Agenzia atomica Mohamed el Baradei, ha invocato ancora una volta l’unità nazionale, ponendo tre condizioni al governo. Per tutta risposta, il giorno dopo Morsi ha nominato una commissione indipendente che valuti alcune delle proposte di riforma costituzionale avanzate dall’opposizione.

Negli stessi giorni il presidente ha fatto ritirare le denunce sporte contro alcuni giornalisti, accusati di aver scritto il falso su di lui, e contro un comico, accusato di aver insultato l’Islam e le istituzioni del Paese. Un altro tentativo di ammorbidire il clima politico.

I rapporti tra Morsi e gli ex rivoluzionari sono sempre stati difficili. Anche su questo fronte però si è mosso qualcosa. Nelle scorse settimane il presidente ha istituito una commissione col compito di indagare sulle violenze compiute dall’esercito nei giorni della rivolta contro Mubarak. Una decisione presa nel segreto, per non mettere in preallarme i vertici militari. L’11 aprile, però, il quotidiano britannico Guardian ha svelato alcune delle accuse – durissime – che la commissione stava formulando: torture e violenze contro civili. Per evitare una crisi dagli esiti imprevedibili nei rapporti tra governo civile e militari, Morsi ha dovuto convocare un incontro immediato col Consiglio supremo delle forze armate, durante il quale ha concesso tre promozioni a tre comandanti di alto rango. È una mediazione che non è stata apprezzata da una parte dell’opposizione, ma Morsi probabilmente l’ha ritenuta indispensabile per non alzare ulteriormente la tensione.

Lo stesso ruolo di mediazione Morsi sta tentando di svolgerlo anche sul piano regionale. La scorsa settimana il presidente ha incontrato a Khartoum il presidente sudanese Omar al Bashir: i due hanno parlato di integrazione economica e politica tra i loro paesi, dopo che per anni, sotto Mubarak, le relazioni tra Egitto e Sudan erano rimaste gelide.

In settimana il presidente egiziano è atteso in Russia. Si discuterà anche della vicenda siriana, dopo che ieri Morsi ha incontrato Lakhdar Brahimi, inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria. Brahimi, dicono gli esperti, vorrebbe che l’Egitto si coinvolgesse più da vicino nella soluzione della crisi, favorendo – insieme a Iran, Turchia e Arabia Saudita – i negoziati tra Bashar al Assad e i ribelli. Un ruolo simile a quello che l’Egitto ha già svolto nel novembre scorso, quando presiedette alle trattative tra Hamas e Israele per chiudere la crisi nella Striscia di Gaza. Anche da questo si comprende come l’esito di quanto sta avvenendo in Egitto avrà un peso notevole sulla stabilità o meno di tutto il Medio Oriente.

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