6 Settembre 2013

Il nuovo Iran e la via del negoziato per la Siria

Il nuovo Iran e la via del negoziato per la Siria
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Hassan Rowhani

Erano le ore in cui la Commissione esteri del Senato americano si apprestava a ratificare la linea dura del senatore John McCain, e in cui due degli uomini che più si erano spesi per contrastare l’ipotesi di un intervento militare statunitense in Siria – il segretario alla Difesa Chuck Hagel e il capo di stato maggiore Martin Dempsey – chinavano il capo, alla Camera, di fronte a una guerra ormai “inevitabile”. Pomeriggio del 4 settembre, dall’altra parte del mondo il neo-presidente iraniano Hassan Rowhani lancia un messaggio – brevissimo, della lunghezza di un tweet – che fino a pochi mesi fa appena sarebbe stato inimmaginabile. «Mentre il sole sta per tramontare qui a Teheran, auguro a tutti gli ebrei, in particolare gli ebrei iraniani, un Capodanno benedetto». Giusto un’ora prima lo stesso Rowhani aveva twittato pure che sul dossier nucleare l’Iran «è pronto a un rapporto costruttivo col mondo».

È solo un dettaglio, magari minore, di fronte alla portata della crisi che circonda la Siria. Vada come vada, però, è un dettaglio rivelatore e per niente marginale. L’argomento più velenoso di chi oggi sostiene l’intervento contro Assad recita così: gli anti-interventisti non hanno a cuore il destino della Siria. Hanno chiuso gli occhi davanti a due anni di guerra civile, e vogliono continuare a farlo. In realtà è facile sostenere l’esatto contrario. Chi ha seguito le vicende siriane negli ultimi due anni sa che – prima della tragedia del 21 agosto, l’attacco chimico alla periferia di Damasco – era in corso una trattativa per la pace. Che, per la prima volta da decenni, stava per portare allo stesso tavolo l’Iran sciita di Rowhani, le potenze sunnite del Medio Oriente e gli Stati Uniti, principale alleato di Israele. In altre parole, stava percorrendo l’unica via che – realisticamente – può mettere fine a un conflitto che va ben oltre i confini della Siria.

Ogni paese, ogni guerra ha la sua storia. Gli esempi però possono aiutare a capire. In Iraq, prima del 2003, una minoranza sunnita governava su una maggioranza sciita. Le bombe degli americani, per una conseguenza non voluta, hanno consegnato il potere agli sciiti. Dopo dieci anni, la guerra civile innescata dall’intervento occidentale non accenna ad esaurirsi, e anzi aumenta di intensità. Altra guerra civile, altra vicenda: il Libano degli anni Ottanta. Nei giorni scorsi Elias Muhanna, accademico libanese alla Brown University, scriveva che in Libano ormai si sente ripetere di continuo: «La Siria ha bisogno della sua Taif, non c’è nient’altro che può mettere fine alla guerra». Taif è la località (saudita) dove si siglò l’accordo che chiuse la guerra civile libanese. Era il 1989 e Siria, Arabia Saudita, Stati Uniti concordarono un complicato meccanismo per garantire in Libano la coesistenza democratica di sunniti, sciiti e cristiani: «Una soluzione politica estremamente resistente, che per due decenni e mezzo ha garantito la pace in un paese reduce da una guerra civile».

Oggi, con l’America che elabora i suoi piani per bombardare Damasco, il lungo e faticoso negoziato per la conferenza di Ginevra 2 rischia di finire alle ortiche. Al G20, in queste ore, i leader di tutto il mondo – dal Messico alla Russia, dal Brasile al Giappone, dalla Germania al Sudafrica – stanno chiedendo a Obama di rinunciare all’attacco e di resuscitare quelle trattative. Il presidente sembra aver chiara la situazione, ogni tanto rievoca la necessità di una «trattativa politica». Eppure tira dritto. Come scriveva il quotidiano israeliano Haaretz la scorsa settimana, «Obama ha la bomba in mano, non vorrebbe lanciarla, ma non sa neppure come fare a liberarsene».

Il presidente israeliano Shimon Peres, commentando la decisione di Obama di chiedere l’autorizzazione del Congresso americano, aveva apprezzato che l’attacco fosse stato rinviato: «Raccomando di avere pazienza. Ho fiducia che l’America si comporterà in modo adeguato».

La Taif siriana appare lontanissima, ma rimane l’unica prospettiva realistica per mettere fine alla guerra civile. Mesi fa, alla metà di giugno, lo stesso Peres si era lasciato andare a un commento particolarmente positivo sulla vittoria di Rowhani in Iran: «Il risultato del voto ha sorpreso analisti e profeti – disse – e questo è un fatto davvero intrigante. Perché? A quanto pare ci sono forze e poteri che erano rimasti nascosti alla vista, e sottovalutati».

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