14 Aprile 2015

Manuela Dviri, Israele e la tenacia della speranza

Manuela Dviri, Israele e la tenacia della speranza
Tempo di lettura: 5 minuti

Dopo la vittoria di Bibi Netanyahu alle elezioni che si sono svolte il 17 marzo in Israele, le trattative per la formazione di un governo non hanno ancora prodotto risultati. L’esito elettorale sembrava consegnare il Paese alle destre, ma c’è ancora spazio per possibili, anche se ancora ipotetiche, sorprese. Di questo e altro parliamo con Manuela Dviri, grande scrittrice israeliana che raggiungiamo telefonicamente a Tel Aviv. Perché il suo lavoro letterario è abitato da una grande attenzione per la storia: esemplare in tal senso il suo ultimo libro, “Un mondo senza noi” (Piemme), che indaga le oscurità del razzismo nel periodo fascista e in parallelo racconta l’angoscia della scrittrice durante la guerra di Gaza. Ma anche perché la sua passione sociale e la sua opera assistenziale a favore dei bambini palestinesi ne fanno una interlocutrice privilegiata per chi continua a sperare nell’impossibile pace tra ebrei e palestinesi.

 

Molti hanno detto che nelle ultime elezioni israeliane ha vinto la paura…

Si è vero, la paura ha vinto sulla speranza. Ma perché è accaduto questo? Il Medio Oriente come anche l’intero mondo arabo è attraversato da conflitti inimmaginabili fino ad alcuni anni fa: il conflitto aperto tra sciiti e  sunniti; le guerre in Siria, Libia, Yemen; le azioni terroristiche dell’Isis e di Al Qaeda; senza contare che per Israele l’Iran, Hamas ed Hezbollah restano una minaccia costante. Giudicare da lontano, dall’Europa, quel che è avvenuto alle elezioni senza avere uno sguardo a tutto quel che avviene intorno a Israele è fuorviante e si rischia di giudicare i cittadini israeliani in maniera semplicistica quanto ipocrita. Netanyahu ha rappresentato per tante persone una risposta a questa paura. E lui è stato bravo a sfruttarla.

 

Quindi ritiene che Netanyahu sia stata la risposta giusta alle domande del Paese?

Non ho detto questo. Netanyahu è un paranoico, la sua risposta alle problematiche e alle minacce alla sicurezza del Paese è semplicistica: una situazione tanto complessa come l’attuale avrebbe bisogno di risposte più razionali, in grado di trovare vie nuove per la distensione e la sicurezza. Occorre capire quel che sta avvenendo intorno per trovare risposte più efficaci. E però giudicare chi ha votato Netanyahu senza tener conto del contesto in cui si sono svolte le elezioni è profondamente sbagliato.

 

Accennava all’Iran. Cosa pensa dei negoziati sul nucleare in corso?

In realtà non sappiamo esattamente quel che accade in Iran e attorno allo sviluppo del nucleare. Da qui tanti timori e la fermezza di Netanyahu. D’altronde lui ha informazioni che né io né altri hanno. Ma credo che il suo timore riguardo l’Iran non riguardi tanto l’eventuale sviluppo di una bomba atomica iraniana quanto altro: se il negoziato va in porto, l’Iran uscirà dall’isolamento internazionale. Il timore di Netanyahu è che possa usufruire di questa nuova libertà di manovra per finanziare Hezbollah e Hamas, rafforzando così i nemici di Israele. Tutto sarebbe più facile se l’Iran dicesse una volta per tutte che riconosce lo Stato di Israele… D’altra parte c’è in Israele chi invece sostiene, con Obama, che questa trattativa sia l’unico modo per evitare una guerra con l’Iran. Teheran è uno Stato, non un’organizzazione terroristica, e non sono dei pazzi. Colpire con un’atomica Israele, che è grande quanto il Veneto, avrebbe conseguenze devastanti anche per i Paesi vicini, dalla Giordania al Libano. E poi avrebbe conseguenze internazionali catastrofiche che non risparmierebbero lo stesso Iran: un’azione del genere farebbe saltare gli equilibri internazionali, sarebbe l’inizio della fine del mondo come lo conosciamo. Insomma, l’attacco atomico contro Israele da parte dell’Iran non è un’ipotesi  credibile. Da questo punto di vista fa più paura l’atomica del Pakistan, della quale si parla poco, o le guerre più convenzionali dove iniziano a essere usate le armi chimiche. Sta accadendo in Siria, ma il rischio che anche in Libia l’Isis metta le mani sull’arsenale chimico di Gheddafi è alto.

 

Crede che l’esito delle elezioni consegni la pace tra palestinesi e israeliani all’utopia?

In questo mondo in rapido cambiamento, il conflitto tra israeliani e palestinesi non è più il nodo centrale del Medio Oriente. Oggi la linea di frattura principale causa di destabilizzazione per questa parte di mondo è quella che divide gli sciiti dai sunniti. Detto questo mi pare che con un governo di destra-ultradestra, quello uscito vincente alle ultime elezioni, le speranze di una ripresa del dialogo tra ebrei e palestinesi sia ridotta a zero.  Ma attendiamo: sembra che Netanyahu, che è un politico intelligente e sa che questo governo aumenterebbe pericolosamente l’isolamento internazionale del Paese, stia valutando la possibilità di un governo aperto all’apporto del centro e forse della sinistra. Detto questo non è che tutto il Likud sia formato da persone di destra, anche se momentaneamente, dopo la vittoria di Netanyahu, sono alquanto allineati. E anche Khalon, il partito di destra nato da una costola del Likud [necessario per formare il governo di destra-ultradestra ndr] è altra cosa rispetto ai partiti di Bennet o Liberman che sono espressione delle esigenze dei coloni, con quel che consegue. Insomma, tante opzioni restano ancora aperte.

 

Ma se alla fine vincesse l’opzione destra-ultradestra non ci sarebbe più spazio per la ripresa del dialogo tra israeliani e palestinesi…

Credo sia così. E però il Medio Oriente è luogo dell’imprevedibile e dell’impensabile. Quindi anche in questo caso non chiuderei del tutto la porta alla speranza. A questo proposito mi sovviene una frase di Shimon Peres:  ottimisti e pessimisti, tutti finiscono  per morire. La differenza è che almeno gli ottimisti vivono bene! Meglio, insomma, cercare di rimanere ottimisti. Non c’è altra scelta. Tra l’altro, è utile ripeterlo, siamo in un mondo in rapido cambiamento. Anche questa constatazione induce a non chiudere le porte alle possibilità future.

 

Molti analisti hanno notato che per l’Isis Israele non è il nemico principale e che per Israele l’Isis al momento non rappresenta una minaccia. C’è anche chi ha ipotizzato una impossibile quanto tacita alleanza…

È vero che per l’Isis il nemico interno è considerato più pericoloso di quello esterno. E che per ora attacca gli sciiti e non Israele. Ed è vero che, data questa scelta strategica dell’Isis, per Israele restano più pericolosi Hamas e Hezbollah che non loro. Ma non per questo il nemico del mio nemico è mio amico: l’Isis e al Qaeda restano sempre dei nemici. C’è chi ha preso spunto dal fatto che sul Golan l’Isis non attacca Israele ma Assad per favoleggiare su indebite alleanze. Si tratta di una scelta militare interna all’Isis, non altro.

 

In Occidente c’è una sensibilità diversa rispetto al pericolo Isis: d’altronde gli orrori che commette sono sotto gli occhi di tutti. Non teme che questa diversa sensibilità rispetto al pericolo jihadista aumenti le distanze tra Israele e Occidente?

Capisco che quando l’Isis uccide cristiani in Occidente la cosa susciti più orrore di quando uccide altre persone. Ma il fatto che non uccidano ebrei è solo accidentale: semplicemente dove la furia dell’Isis è scatenata non vivono ebrei. Ci vivessero, sarebbero uccisi anche loro al pari di altri. Siamo tutti egocentrici: l’Occidente guarda quel che fa paura a lui, Israele altrettanto. Forse dovremmo iniziare a studiare meglio le cose, ad ampliare le nostre vedute, a uscire da questo egocentrismo che ci impedisce di immedesimarci gli uni con gli altri.

 

Viviamo in un’epoca complessa…

Il mondo sta vivendo un periodo di rapidi cambiamenti. È facile, troppo facile, chiuderci nella paura che questo sommovimento suscita. Un approccio semplicistico e sbagliato. Questo accade in Israele, ma la paura sta prendendo piede anche in Europa. D’altronde il Medio Oriente è il luogo dove tutto inizia, basti pensare alle tre religioni monoteistiche, che qui hanno visto il loro primo apparire. Non bisogna cedere alla paura, ma tentare di capire quel che sta avvenendo per poterlo affrontare. Per fare un esempio è proprio in un momento come questo che tenderei la mano ai palestinesi e cercherei di navigare insieme a loro in questo mare in tempesta. Loro che sono i nostri vicini. Unendo le nostre forze forse questa navigazione riuscirà meno pericolosa…

Spiragli
12 Gennaio 2016
La Banca di Scozia: "Vendere tutto"
Spiragli
18 Settembre 2015
La Fed: tanto rumore per nulla